di
Padre Raniero Cantalamessa
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IL VANGELO DELLA
SPERANZA MATRIMONIO: GIOGO SOAVE
L’intento della Chiesa nell’istituire la festa della Santa Famiglia è quello di additare in essa un modello e una fonte di ispirazione per tutte le famiglie umane. Viene però da chiedersi: cosa ci può essere di comune tra questa famiglia e una normale famiglia umana? Non è esagerato chiedere a due povere creature di rifarsi a un modello così al di fuori della norma? Tanto per cominciare, manca nel matrimonio tra Maria e Giuseppe quello che per ogni coppia umana è un elemento costitutivo, e cioè l’integrazione a livello anche sessuale. Questo è vero, ma proprio qui si inserisce l’apporto che l’esempio della Santa Famiglia può dare oggi al superamento della crisi del matrimonio. La famiglia di Nazareth può essere un richiamo forte a quei valori spirituali che così spesso mancano oggi tra le giovani coppie e che sono indispensabili per formare un matrimonio che resista nel tempo: conoscenza e stima reciproca, capacità di uscire da sé stessi, di coltivare progetti e ideali comuni, silenzi, preghiera! Prendiamo le parole che Maria pronuncia non appena ritrova il figlio nel tempio: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Quel «tuo padre e io» può sembrare un dettaglio trascurabile e invece contiene un insegnamento importantissimo. Maria e Giuseppe formano un unico soggetto. Maria non pensa solo alla sua angoscia, ma anche a quella del marito; anzi, mette quella del marito prima della sua: «Tuo padre e io», non: "Io e tuo padre". Sposarsi significa passare dalla prima persona singolare, "io", alla prima persona plurale, "noi". A volte incontro uomini o donne di cui ignoro se sono sposati o no. Allora, prima di lanciarmi nel dare consigli o giudizi, cerco di fare attenzione a come parlano, sicuro che non tarderanno a tradire il loro stato. Ma spesso resto deluso. Ci sono donne e uomini che possono parlare della loro vita, anche personale, per oltre mezz’ora, senza che si capisca se sono sposati o no. Sempre: "io, io, io"; mai: "mio marito e io, mia moglie e io". Sono ancora "individui", non sono mai diventati veramente "coniugi". Oggi si evitano i termini "coniugi" e "coniugati" perché evocano l’idea del "giogo", ma a torto. Un antico affresco nel monastero di Subiaco rappresenta Cristo e la Chiesa (qui impersonata da Maria) che sono il modello ultimo, dice Paolo, di ogni unione nuziale (cfr. Ef 5,32): lo sposo, Gesù, ha il suo braccio sul collo della sposa, e la sposa ha il capo appoggiato sulla spalla dello sposo, mentre la mano di lui sostiene delicatamente quella di lei. Qui si vede come dovrebbe essere il giogo che unisce l’uomo e la donna nel matrimonio. Non un giogo imposto su di loro dall’esterno – dalla società, dalla Chiesa, dal costume –, ma un giogo formato idealmente da loro stessi, dall’unione delle loro volontà, e perciò anch’esso: «un giogo dolce e un carico leggero» (Mt 11,29). In un libro dedicato a sua moglie, Tertulliano faceva questo elogio del matrimonio che offro come augurio a ogni coppia di sposi cristiani: «Come è bello il giogo che unisce due credenti che hanno un’unica speranza, uno stesso desiderio, una medesima regola di vita, una stessa volontà di servizio! Insieme nella Chiesa di Dio, insieme alla mensa del Signore, insieme nelle difficoltà e nelle persecuzioni e insieme anche nella gioia. Nessuno dei due si nasconde all’altro... Non c’è bisogno di farsi furtivamente il segno della croce. A vedere e sentire queste cose, Cristo ne gode e manda a essi la sua pace».
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