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QUANTO DEVE VOLARE UNA COLOMBA? Il Nobel della pace a una donna. Il richiamo del Papa alla pace possibile e doverosa. L’impegno a lavorare per la pace, ognuno come sa, cominciando in famiglia. Per non lasciare ai giovani un mondo di ingiustizie. E coltivare la speranza più antica del mondo. Ormai da 37 anni, il primo gennaio si celebra la Giornata mondiale della pace. E siccome non c’è stato un solo anno senza una guerra, c’è da chiedersi a cosa serva festeggiare una speranza antica come il mondo. Ma di continuo contraddetta, nonostante il prodigioso progresso della scienza, delle tecnologie, della comunicazione tra i popoli. Sulla Rivista del Volontariato, il giornalista Alberto Bobbio calcola che, solo dal 1945 al 2000, ci sono stati quasi 200 conflitti, con 24 milioni di morti e 50 milioni di persone che hanno perso tutto. Come cantava Bob Dylan: Per quante miglia deve volare una colomba? Ormai da 102 anni viene assegnato il Nobel per la pace (sospeso durante le due guerre mondiali). Il 10 dicembre lo ha ricevuto Shirin Ebadi, avvocatessa iraniana in lotta per i diritti delle donne e dei bambini in Iran. Sul palco di Oslo si è presentata senza il velo islamico che le avevano imposto gli integralisti del suo Paese. Un atto di coraggio, perché dovrà tornarci.
Ha accusato alcuni Stati occidentali di ascoltare l’Onu solo quando fa loro comodo; e gli Stati Uniti di violare i diritti umani con il pretesto della lotta al terrorismo dopo l’infame attacco dell’11 settembre 2001. Un altro atto di coraggio, vista l’aria che tira. Con Shirin Ebadi, sono undici le donne Nobel della pace, e ne ricordo alcune: Madre Teresa di Calcutta per il soccorso ai diseredati; la birmana Aung San Suu Kyi per la lotta contro la dittatura militare in Birmania; la guatemalteca Rigoberta Menchú per la difesa degli indios del Guatemala; la statunitense Jody Williams per la campagna internazionale contro le mine antiuomo. Il fatto che la percentuale di donne laureate per la pace sia più alta che tra i Nobel per la medicina o la letteratura o le scienze, significa che la pace appartiene in modo speciale alle donne, protettrici della vita, custodi della conservazione della specie. Ma anche qui c’è la domanda: a che serve un Nobel della pace, se poi la guerra continua a sconquassare il mondo? Ha dato una risposta Rigoberta Menchú, che con i soldi del Nobel, la notevole somma di 1,12 milioni di euro, ha creato una fondazione per educare alla pace. Che significa ritrovare valori primari come la sopravvivenza, la dignità, il diritto a crescere i figli; promuovere la concordia con il prossimo; permettere ai bambini di non perdere il dono del sogno; insegnare ai giovani a non accettare il conformismo imposto dai tempi, che propagandano una illusione di felicità basata sulle cose e non sugli ideali, e a dire di no al mondo di ingiustizie che stiamo lasciando loro. Nel messaggio per il primo gennaio 2004, Giovanni Paolo II esclama: «La pace resta possibile. E se possibile, la pace è anche doverosa». Un grido nel vuoto, una voce nel deserto, si direbbe. Ma poi si riflette sul titolo del messaggio pontificio: «Un impegno sempre attuale: educare alla pace», e si coglie lo sguardo sul futuro. Il Papa, come il maestro quando trasmette il suo sapere, come il contadino quando pianta in terra i semi, sa che i frutti non arrivano subito. È capace di aspettare. La sua forza è la speranza che deve diventare concreta. Perciò affida a ciascuno di noi l’incarico di lavorare per la pace. Ha detto il Mahatma Gandhi: «Siete voi il cambiamento che volete vedere nella società». Cari lettori, il mio augurio è che ogni giorno del 2004 vi porti almeno
un sorriso.
Franca Zambonini
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