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E se questo nuovo anno fosse davvero, e finalmente, diverso? E se i giorni che si dispiegano lungo le pagine del calendario nuovo di zecca cominciassero a segnare il tempo nuovo della pace? E se il grande impegno per la costruzione della pace fosse scolpito nel cuore della gente comune, prima che nelle agende dei potenti? E se le Chiese e le grandi religioni cominciassero a convertirsi esse stesse a un linguaggio e a una pratica sempre più diffusi della pace? Sono soltanto pii desideri o possiamo sperare che finalmente diventino progetto e fatica, sogno e cammino? Giovanni Paolo II ci ha fatto cominciare l’itinerario di Avvento con un’esortazione che suona come una sfida a mani e piedi nudi: ´La pace nei cuori si costruisce deponendo le armi del rancore, della vendetta e di ogni forma di egoismo. Ha grande bisogno di questa pace il mondo! Penso in modo speciale con profondo dolore agli ultimi episodi di violenza in Medio Oriente e nel Continente africano, come pure a quelli che la cronaca quotidiana registra in tante altre parti della Terra. Rinnovo il mio appello ai responsabili delle grandi religioni: uniamo le forze nel predicare la nonviolenza, il perdono e la riconciliazione! "Beati i miti, perché erediteranno la terra" (Mt 5,5, dall’Angelus del 30 novembre 2003)ª. Pax Christi – movimento cattolico internazionale per la pace – ha raccolto immediatamente questo appello, diffondendo una Lettera aperta ai credenti e alle comunità cristiane dal titolo significativo: Farsi eco della profezia della nonviolenza. Infatti, oggi appare ancora più chiaro che la pace rischia di diventare una parola multiuso. Una parola che può stare persino sulle labbra di chi diffonde morte e sofferenze in nome di una fede fanatica e impazzita, che degenera nel terrorismo, e di chi pretende di contrastarlo, il terrorismo, con il medesimo linguaggio della violenza e scatena nuove guerre, magari definendole umanitarie e inevitabili, intelligenti e preventive… Eppure, ognuna con il proprio drammatico carico di "effetti collaterali". Tutti dicono di operare per la pace, in nome della pace, per costruire un tempo di pace. In quel messaggio di inizio Avvento, sulle labbra di Giovanni Paolo II affiora la parola nonviolenza, che impone a tutti di cambiare stili di vita, linguaggi, modi di concepire le relazioni; di educare le nuove generazioni a una migliore convivialità con l’altro; di dare una mano alla politica a smarcarsi dai fondamentalismi del mercato e della guerra; di ripensare l’ordine internazionale ripartendo dai cocci dell’Organizzazione delle Nazioni Unite; a farsi tutti carico, in maniera più seria e determinata, di quello snodo internazionale che è diventato il conflitto in Terra Santa; di impegnarsi a conoscere, frequentare e stringere patti di amicizia con i popoli di tradizione islamica.
Il rispetto delle regole dettate dal diritto internazionale viene riproposto da Giovanni Paolo II nel messaggio per la Giornata mondiale della Pace (di cui pubblichiamo ampi stralci a pagina 6, ndr) quale suprema garanzia di questo bene sommo. In questo senso si scorge la sollecitazione a considerare il ricorso alla forza come un anacronismo inefficace a contrastare la piaga del terrorismo e delle nuove minacce alla convivenza pacifica tra le persone e i popoli. In questo solco anche l’unilateralismo delle iniziative delle nazioni, che intendono affermare la giustizia e la democrazia, rappresenta una minaccia altrettanto pericolosa per la pace. Se Giovanni Paolo II invita "i responsabili delle grandi religioni" a predicare la nonviolenza, il perdono e la riconciliazione, a maggior ragione dovremmo avere il coraggio di estendere e mettere in pratica tale invito nelle nostre comunità parrocchiali, nelle nostre famiglie, nei diversi luoghi della convivenza umana. Il contenuto della bisaccia del nuovo anno dipenderà dal nostro impegno ad annunciare e costruire la nonviolenza come garanzia del presente, obbedienza al messaggio del Vangelo e apertura fiduciosa al futuro. Tonio
Dell’Olio
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