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GIORNATA MONDIALE: L’ACCORATO APPELLO DI GIOVANNI PAOLO II ALL’INIZIO DEL 2004 EDUCHIAMO IL MONDO ALLA PACE È necessario dotare le Nazioni Unite di strumenti sempre più efficaci per mantenere l’ordine mondiale, dice il Papa. E rafforzare il diritto internazionale per giungere alla giustizia che, fecondata dall’amore, porta alla pace vera. «A voi mi rivolgo, Capi delle Nazioni, che avete il dovere di promuovere la pace! A voi, Giuristi, impegnati a tracciare cammini di pacifica intesa, predisponendo convenzioni e trattati che rafforzano la legalità internazionale! A voi, Educatori della gioventù, che in ogni continente instancabilmente lavorate per formare le coscienze nel cammino della comprensione e del dialogo! E anche a voi mi rivolgo, uomini e donne che siete tentati di ricorrere all’inaccettabile strumento del terrorismo, compromettendo così alla radice la causa per la quale combattete! Ascoltate tutti l’umile appello del successore di Pietro che grida; «Oggi ancora, all’inizio del nuovo anno 2004, la pace resta possibile. E se possibile, la pace è anche doverosa!». L’educazione alla pace Nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1º gennaio 1979 lanciavo già quest’appello: «Per giungere alla pace, educare alla pace». Ciò è oggi più urgente che mai, perché gli uomini, di fronte alle tragedie che continuano ad affliggere l’umanità, sono tentati di cedere al fatalismo, quasi che la pace sia un ideale irraggiungibile. La Chiesa, invece, ha sempre insegnato e insegna ancor oggi un assioma molto semplice: la pace è possibile. Anzi, la Chiesa non si stanca di ripetere: la pace è doverosa. Essa va costruita sui quattro pilastri indicati dal beato Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris, e cioè sulla verità, la giustizia, l’amore e la libertà. Un dovere, quindi, s’impone a tutti gli amanti della pace, ed è quello di educare le nuove generazioni a questi ideali, per preparare un’era migliore per l’intera umanità. L’educazione alla legalità In questo compito di educare alla pace, s’inserisce con particolare urgenza la necessità di guidare gli individui e i popoli a rispettare l’ordine internazionale e a osservare gli impegni assunti dalle Autorità, che legittimamente li rappresentano. La pace e il diritto internazionale sono intimamente legati fra loro: il diritto favorisce la pace. Fin dagli albori della civiltà, i raggruppamenti umani che venivano formandosi stabilirono tra loro intese e patti che evitassero l’arbitrario uso della forza e consentissero il tentativo di una soluzione pacifica delle controversie. Questo processo subì una forte accelerazione con la nascita degli Stati moderni. A partire dal XVI secolo, giuristi, filosofi e teologi si impegnarono nella elaborazione del diritto internazionale, ancorandolo a postulati fondamentali del diritto naturale. In questo cammino presero forma, con forza crescente, princìpi universali che sono anteriori e superiori al diritto interno degli Stati, e che tengono in conto l’unità e la comune vocazione della famiglia umana. Centrale fra tutti questi princìpi è sicuramente quello secondo cui pacta sunt servanda: gli accordi liberamente sottoscritti devono essere onorati. È questo il cardine inderogabile di ogni rapporto fra parti contraenti responsabili. La sua violazione non può che avviare una situazione di illegalità e di contrapposizioni che non mancherà di avere durevoli ripercussioni negative. Risulta opportuno richiamare questa regola fondamentale, soprattutto nei momenti in cui si avverte la tentazione di fare appello al diritto della forza piuttosto che alla forza del diritto. Uno di questi momenti fu il dramma che l’umanità sperimentò durante la seconda guerra mondiale: una voragine di violenza, di distruzione e di morte quale mai s’era conosciuta prima d’allora.
L’osservanza del diritto Quella guerra, con gli orrori e le terrificanti violazioni della dignità dell’uomo cui dette occasione, condusse a un profondo rinnovamento dell’ordinamento giuridico internazionale. La difesa e la promozione della pace furono collocate al centro di un sistema normativo e istituzionale ampiamente aggiornato. A vegliare sulla pace e sulla sicurezza globali, a incoraggiare gli sforzi degli Stati per mantenere e garantire questi fondamentali beni dell’umanità, i Governi chiamarono l’Organizzazione delle Nazioni Unite, con un Consiglio di sicurezza investito di ampi poteri d’azione. Quale cardine del sistema venne posto il divieto del ricorso alla forza che, secondo il noto capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, prevede due sole eccezioni. Una è quella che conferma il diritto naturale alla legittima difesa, da esercitarsi secondo le modalità previste e nell’ambito dell’Onu: di conseguenza, anche dentro i tradizionali limiti della necessità e della proporzionalità. L’altra eccezione è rappresentata dal sistema di sicurezza collettiva, che assegna al Consiglio di sicurezza la responsabilità in materia di mantenimento della pace, con potere di decisione e ampia discrezionalità. Il sistema elaborato con la Carta delle Nazioni Unite avrebbe dovuto «preservare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nell’arco di una vita umana ha inflitto indicibili sofferenze all’umanità». Nei decenni successivi, tuttavia, la divisione della comunità internazionale in blocchi contrapposti, la guerra fredda in una parte del globo, i violenti conflitti scoppiati in altre regioni, il terrorismo hanno prodotto un crescente scostamento dalle previsioni e dalle aspettative dell’immediato dopoguerra. Nuovo ordinamento mondiale È doveroso tuttavia riconoscere che l’Onu, pur con limiti e ritardi dovuti in gran parte alle inadempienze dei suoi membri, ha contribuito notevolmente a promuovere il rispetto della dignità umana, la libertà e lo sviluppo, preparando il terreno culturale e istituzionale su cui costruire la pace. L’azione dei Governi trarrà un forte incoraggiamento dal constatare che gli ideali delle Nazioni Unite sono largamente diffusi, in particolare mediante i concreti gesti di solidarietà e di pace delle tante persone che operano anche nelle Organizzazioni non governative e nei Movimenti per i diritti dell’uomo. È un significativo stimolo per una riforma che metta l’Onu in grado di funzionare efficacemente per il conseguimento dei propri fini, tuttora validi. Gli Stati devono considerare tale obiettivo come un preciso obbligo morale e politico, che richiede prudenza e determinazione. Rinnovo l’auspicio formulato nel 1995: «Occorre che l’Organizzazione delle Nazioni Unite si elevi sempre più dallo stadio freddo di istituzione di tipo amministrativo a quello di centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentano a casa loro sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una "famiglia di nazioni"». La piaga del terrorismo Oggi il diritto internazionale fa fatica a offrire soluzioni alla conflittualità derivante dai mutamenti nella fisionomia del mondo contemporaneo. Tale conflittualità, infatti, trova frequentemente tra i suoi protagonisti attori che non sono Stati, ma enti derivati dalla disgregazione degli Stati o legati a rivendicazioni indipendentiste o connessi con agguerrite organizzazioni criminali. Un ordinamento giuridico costituito da norme elaborate nei secoli per disciplinare i rapporti tra Stati sovrani si trova in difficoltà a fronteggiare conflitti in cui agiscono anche enti non riconducibili ai tradizionali caratteri della statualità. Ciò vale, in particolare, nel caso dei gruppi terroristici. La piaga del terrorismo è diventata in questi anni più virulenta e ha prodotto massacri efferati, che hanno reso sempre più irta di ostacoli la via del dialogo e del negoziato, esacerbando gli animi e aggravando i problemi, particolarmente nel Medio Oriente. Tuttavia, per essere vincente, la lotta contro il terrorismo non può esaurirsi soltanto in operazioni repressive e punitive. È essenziale che il pur necessario ricorso alla forza sia accompagnato da una coraggiosa e lucida analisi delle motivazioni soggiacenti agli attacchi terroristici. Allo stesso tempo, l’impegno contro il terrorismo deve esprimersi anche sul piano politico e pedagogico: da un lato, rimuovendo le cause che stanno all’origine di situazioni di ingiustizia, dalle quali scaturiscono sovente le spinte agli atti più disperati e sanguinosi. Dall’altro, insistendo su un’educazione ispirata al rispetto per la vita umana in ogni circostanza: l’unità del genere umano è infatti una realtà più forte delle divisioni contingenti che separano uomini e popoli. Nella doverosa lotta contro il terrorismo, il diritto internazionale è ora chiamato a elaborare strumenti giuridici dotati di efficienti meccanismi di prevenzione, di monitoraggio e di repressione dei reati. In ogni caso, i Governi democratici ben sanno che l’uso della forza contro i terroristi non può giustificare la rinuncia ai princìpi di uno Stato di diritto. Sarebbero scelte politiche inaccettabili quelle che ricercassero il successo senza tener conto dei fondamentali diritti dell’uomo: il fine non giustifica mai i mezzi!
Il contributo della Chiesa «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Come potrebbe questa parola, che invita a operare nell’immenso campo della pace, trovare così intense risonanze nel cuore umano, se non corrispondesse a un anelito e a una speranza che vivono in noi indistruttibili? E per quale altro motivo gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio, se non perché Egli per sua natura è il Dio della pace? Proprio per questo, nell’annuncio di salvezza che la Chiesa diffonde nel mondo vi sono elementi dottrinali di fondamentale importanza per l’elaborazione dei princìpi necessari a una pacifica convivenza tra le Nazioni. Le vicende storiche insegnano che l’edificazione della pace non può prescindere dal rispetto di un ordine etico e giuridico, secondo l’antico adagio: «Serva ordinem et ordo servabit te» ( Conserva l’ordine e l’ordine conserverà te). Il diritto internazionale deve evitare che prevalga la legge del più forte. Suo scopo essenziale è di sostituire «alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto», prevedendo appropriate sanzioni per i trasgressori, nonché adeguate riparazioni per le vittime. Ciò deve valere anche per quei governanti i quali violano impunemente la dignità e i diritti dell’uomo, celandosi dietro il pretesto inaccettabile che si tratterebbe di questioni interne al loro Stato. Rivolgendomi al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il 13 gennaio 1997, individuavo nel diritto internazionale uno strumento di prim’ordine per il perseguimento della pace: «Il diritto internazionale è stato per molto tempo un diritto della guerra e della pace. Credo che esso sia sempre più chiamato a diventare esclusivamente un diritto della pace, concepita in funzione della giustizia e della solidarietà. In questo contesto, la morale è chiamata a fecondare il diritto; essa può esercitare altresì una funzione di anticipo sul diritto, nella misura in cui gli indica la direzione del giusto e del bene». La civiltà dell’amore Al termine di queste considerazioni ritengo, però, doveroso ricordare che, per l’instaurazione della vera pace nel mondo, la giustizia deve trovare il suo completamento nella carità. Certo, il diritto è la prima strada da imboccare per giungere alla pace. E i popoli debbono essere educati al rispetto di tale diritto. Non si arriverà però al termine del camminose la giustizia non sarà integrata dall’amore. Giustizia e amore appaiono, a volte, come forze antagoniste. In verità, non sono che le due facce di una medesima realtà, due dimensioni dell’esistenza umana che devono vicendevolmente completarsi. È l’esperienza storica a confermarlo. Essa mostra come la giustizia non riesca spesso a liberarsi dal rancore, dall’odio e perfino dalla crudeltà. Da sola, la giustizia non basta. Può anzi arrivare a negare sé stessa, se non si apre a quella forza più profonda che è l’amore. È per questo che, più volte, ho ricordato ai cristiani e a tutte le persone di buona volontà la necessità del perdono per risolvere i problemi sia dei singoli che dei popoli. Non c’è pace senza perdono! Lo ripeto anche in questa circostanza, avendo davanti agli occhi, in particolare, la crisi che continua a imperversare in Palestina e in Medio Oriente: una soluzione ai gravissimi problemi di cui da troppo tempo soffrono le popolazioni di quelle regioni non si troverà fino a quando non ci si deciderà a superare la logica della semplice giustizia per aprirsi anche a quella del perdono. Il cristiano sa che l’amore è il motivo per cui Dio entra in rapporto con l’uomo. Ed è ancora l’amore che Egli s’attende come risposta dall’uomo. L’amore è perciò la forma più alta e più nobile di rapporto degli esseri umani persino tra loro. L’amore dovrà dunque animare ogni settore della vita umana, estendendosi anche all’ordine internazionale. Solo un’umanità nella quale regni la «civiltà dell’amore» potrà godere di una pace autentica e duratura. All’inizio di un nuovo anno, voglio
ricordare alle donne e agli uomini di ogni lingua, religione e cultura l’antica
massima: «Omnia vincit amor» ( L’amore vince tutto). Sì, cari
Fratelli e Sorelle di ogni parte del mondo, alla fine l’amore vincerà!
Ciascuno si impegni ad affrettare questa vittoria. È a essa che, in fondo,
anela il cuore di tutti».
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