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L'editoriale
di Beppe Del Colle


LA LEZIONE DEL PAPA NEL MESSAGGIO PER LA GIORNATA
DELLA PACE


CONTRO IL TERRORISMO
LA FORZA NON BASTA

Rimuovere le cause delle ingiustizie che spesso spingono i terroristi. Rafforzare l’Onu e il Diritto internazionale. Scelte vincenti, come dimostra il sì di Gheddafi alle ispezioni sul nucleare.

C’è una piccola, marginale storia sul messaggio del Papa per la 37ª Giornata mondiale della pace. Il titolo originario doveva essere "Il diritto internazionale, una via per la pace"; quello con cui il documento è stato reso noto recita invece: "Un impegno sempre attuale: educare alla pace", con ciò riattualizzando il pensiero che caratterizzò il primo messaggio di Giovanni Paolo II, all’inizio del 1979: "Per giungere alla pace, educare alla pace".

Questa piccola storia ci ricorda due cose. È passato un quarto di secolo, in cui il mondo è radicalmente cambiato proprio rispetto ai grandi temi della pace e della guerra, ma la vocazione e la preoccupazione di papa Wojtyla sono rimaste identiche, dettate dall’amore per gli uomini; e nello stesso tempo la diplomazia vaticana continua a registrare con puntuale, quotidiana, obiettiva attenzione i cambiamenti, anche psicologici, sulla scena internazionale.

Così, un anno aperto dalle sempre più incalzanti invocazioni del Papa (ben 32 in due o tre mesi), a evitare i rischi connessi a una guerra preventiva contro l’Irak, si è chiuso con un’attenuazione di quei toni – almeno nel titolo del messaggio – proprio mentre in Europa, ma anche negli Stati Uniti, il dopoguerra e infine la cattura di Saddam Hussein facevano lievitare la critica all’uso della forza quando ancora non siano state tentate tutte le strade politiche suggerite dal Diritto internazionale per risolvere i contrasti.

Ma se il tono è stato attenuato nel titolo, la lezione del documento pontificio è rimasta nella sostanza molto netta e chiara. La lotta al terrorismo internazionale «per essere vincente non può esaurirsi soltanto in operazioni repressive e punitive. È essenziale che il pur necessario ricorso alla forza sia accompagnato da una coraggiosa e lucida analisi delle motivazioni soggiacenti agli attacchi terroristici».

E, per conseguenza logica, da un impegno sul «piano politico e pedagogico» che rimuova «le cause che stanno all’origine di situazioni di ingiustizia, dalle quali scaturiscono sovente le spinte agli atti più disperati e sanguinosi». Con questo, nessuna indulgenza per i terroristi. Anzi, per la prima volta l’appello del Papa è rivolto anche a loro: «A voi, uomini e donne che siete tentati di ricorrere all’inaccettabile strumento del terrorismo, compromettendo alla radice la causa per la quale combattete».

È dunque un messaggio pieno di concretezza e di razionalità politica quello del Papa, anche quando auspica una riforma delle Nazioni Unite per metterle in grado di «funzionare efficacemente per il conseguimento dei propri fini statutari, tuttora validi».

Non è semplicemente un caso che proprio nel convulso, drammatico, sanguinoso dopoguerra iracheno sia giunta dalla Libia la notizia che il colonnello Gheddafi, il dittatore di uno degli "Stati canaglia" contro i quali l’Occidente ha imposto severe misure di embargo, rinuncia al possesso e/o alla preparazione di armi di distruzione di massa, chimiche o biologiche o nucleari.

Qualcuno ha subito affermato che la decisione è stata la conseguenza del trattamento inflitto all’Irak e al suo sanguinario tiranno; in realtà essa è stata il frutto di una lunga, silenziosa operazione diplomatica internazionale (cui ha dato una mano l’Italia, dal Governo Dini a quello attuale). Gheddafi non è Saddam Hussein, d’accordo. Ma come lui ha ricevuto per anni aiuti militari – più o meno clandestini – dal nostro mondo; diverso è stato il modo di trattarlo.

E nessuno può negare che sia stato migliore, più utile, più rispettoso dei diritti umani del suo popolo.

 Beppe Del Colle

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