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Argentina, Cirio e Parmalat. La finanza allegra di grandi gruppi italiani. Le banche e i bond truffaldini. Scandali finanziari con migliaia di risparmiatori sul lastrico. Miliardi di euro in fumo. Le procure di mezza Italia mobilitate e un centinaio di top manager e banchieri sotto inchiesta, tra cui Cesare Geronzi, presidente di Capitalia. Pesanti le ipotesi di reato: truffa, associazione per delinquere, false comunicazioni... Un «disegno criminoso» da far paura, scrivono i magistrati, che ha incrinato il già fragile rapporto di fiducia tra banche e clienti. Può essere che alla fine qualche abile avvocato riesca a far dichiarare innocenti gli alti dirigenti delle maggiori banche italiane e i manager delle aziende coinvolte, ma lo scandalo rimane pesante. Al di là delle vicende giudiziarie ancora aperte, le perdite sono reali: 25.000 miliardi di vecchie lire per i bond argentini, 3.000 miliardi di vecchie lire per Cirio bond e 20.000 miliardi di vecchie lire per il clamoroso buco della Parmalat. Uno scandalo che è stato definito la Enron europea (alludendo alla bancarotta del gruppo energetico americano). I primi allarmi erano stati lanciati l’8 dicembre, alla scadenza di un prestito obbligazionario da 150 milioni di euro. Poi la crisi è divampata e una settimana dopo il cavalier Calisto Tanzi, numero uno della Parmalat, è finito sotto inchiesta. Al suo posto è subentrato Enrico Bondi, il supermanager dell’amministrazione controllata. Che deve salvare il salvabile, mentre ogni giorno che passa si accavallano le incredibili notizie sulla voragine di carte false dei conti Parmalat, su cui indagano le procure della Repubblica di Milano e Parma. A farne le spese saranno ancora una volta migliaia di risparmiatori che hanno acquistato le obbligazioni della multinazionale dell’agroalimentare italiano? «Il Governo prenderà in mano il caso Parmalat, intenzionato a porre un freno alla "crisi da bond" che sta scuotendo la fiducia dei risparmiatori e la reputazione dell’azienda Italia a livello internazionale. Ma gli italiani dovranno stare più attenti al loro salvadanaio e resistere alle sirene dei super-rendimenti». L’invito è arrivato dal presidente del Consiglio Berlusconi, che ha usato parole dure sul crack della multinazionale di Collecchio, ma anche sulle vicende Cirio e dei bond argentini. Le ultime scoperte del caso Parmalat, ha ammesso Berlusconi, «hanno dell’incredibile» e rendono la situazione «molto grave». Affinché questi casi «non si ripetano mai più», il Governo farà la sua parte.
Bufere giudiziarie in Puglia Intanto un’altra bufera giudiziaria si è abbattuta sulla ex Banca 121, ora acquisita dal Monte Paschi di Siena, i cui dirigenti sono accusati di truffa aggravata e continuata per avere ingannato migliaia di clienti in tutta Italia vendendo loro prodotti finanziari che venivano presentati come sicuri, con nomi che richiamavano i titoli di Stato, come i buoni o i certificati del tesoro e che, invece, sicuri non erano affatto. Oltre 2.500 persone sono state truffate solo nella zona di Bari, 54 milioni di euro in titoli di Stato e conti correnti sequestrati e 23 dirigenti centrali e locali indagati. Insomma, uno scandalo tira l’altro, mentre tra i risparmiatori traditi aleggia una domanda cruciale: ci si può ancora fidare delle banche che piazzano "titoli spazzatura"? «Che domanda imbarazzante», dice sorridendo l’avvocato Antonio Tanza, vicepresidente dell’Adusbef (associazione di consumatori impegnata nella difesa dei clienti delle banche). «Non ci sono le condizioni per fidarsi degli istituti di credito, perché godono di molti privilegi e di controlli inefficaci. Il più clamoroso dei privilegi è il diritto di non stare ai patti. Le banche, unico caso in Italia, possono cambiare un contratto unilateralmente», spiega Tanza. «Un diritto che deriva dall’ambigua interpretazione del principio costituzionale della tutela del risparmio, che conferisce agli istituti di credito un potere enorme, cosicché banche e cittadini paradossalmente non sono uguali di fronte alla legge». A complicare ulteriormente le cose è il sistema dei controlli affidato alla Banca d’Italia che, a quanto pare, non ha funzionato. La principale accusa lanciata alla massima istituzione finanziaria pubblica è l’ambiguità del suo ruolo: controllore e controllato allo stesso tempo ( vedi box). Con quale risultato?«Migliaia di risparmiatori allettati da un esercito di promotori finanziari d’assalto assoldati dalle banche», spiega Tanza, «promotori senza adeguata preparazione, veri e propri imbonitori che hanno convinto i bot people a dirottare i loro risparmi su obbligazioni e prodotti finanziari sofisticati». Fino all’inizio del 2001, nei bar si mescolavano le battute sul calcio e quelle sui warrant appena acquistati on line. Si scommetteva con i put (su una futura perdita o sul guadagno di un titolo) come se fosse il Lotto. È frutto di questo clima l’acquisto dei bond argentini, fortemente sponsorizzati dalle banche che promettevano rendimenti altissimi, pur essendo a conoscenza del rischio di insolvenza del Paese latinoamericano. Ma ci sono scandali, per così dire, "minori", come quello che ha coinvolto la Bipop Carire i cui vertici hanno totalizzato 30 reati. Una vicenda poco raccontata, con 45 banchieri del gruppo indagati, mentre molti milioni di euro di risparmi sono andati in fumo. Il governatore di Bankitalia Fazio, intervenendo alla VI Commissione finanze e tesoro del Senato e della Camera dei deputati del 2 ottobre 2002, dedicava alla Bipop un apposito capitolo, in cui condannava le «irregolarità gestionali e il connesso danno all’immagine che hanno contribuito a un’ulteriore contrazione del titolo della Bipop-Carire». Fatti e misfatti che raggiungono l’apice nell’affaire dei bond argentini e Cirio. Titoli venduti in Italia senza rating, cioè senza la certificazione dell’emittente (Stato o azienda). «Titoli che erano nel portafoglio delle banche, che se ne sono liberate in tempo utile, scaricandoli sugli ignari risparmiatori, con il beneplacito della Banca d’Italia», denuncia Tanza. Una storia incredibile che getta una luce sinistra sul nostro sistema bancario. Ora il caso Parmalat appesantisce il quadro finanziario italiano. Il gruppo, fiore all’occhiello dell’agroalimentare, aveva presentato nel 2002 un bilancio in pareggio costruito come un castello di carte false, crollato al soffio del gelido vento di questo scandalo invernale.
Giuseppe Altamore
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