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C'è ’un debito che sulle banche pesa più di qualsiasi altro: il debito di fiducia. I vari casi Cirio, Parmalat, Banca 121 e via fallendo, oltre ad aver mandato in fumo le sostanze di migliaia di risparmiatori, hanno minato la credibilità di tutto il sistema. Le solide facciate dei palazzi che ospitano i principali istituti di credito sono sempre meno rassicuranti per i risparmiatori. E così si tenta di correre ai ripari. Il mondo del credito non fa più finta di nulla di fronte a questo domino di fallimenti e insolvenze che ormai è finito sotto i riflettori della magistratura: decine di banche sono chiamate a rendere conto del loro operato, di come hanno concesso prestiti alle imprese e di quanto abbiano informato i loro clienti, scaricando sui loro conti correnti il debito concesso a colossi aziendali di cartapesta, offrendo in cambio obbligazioni che in realtà erano carta straccia. La parola d’ordine è: recuperare credito d’immagine. Molti colossi che fino a pochi mesi fa vedevano l’ipotesi di indennizzo come il fumo negli occhi, non si limitano più a sponsorizzare congressi su finanza ed etica, ma avviano i primi passi concreti per rinnovare la fiducia dei risparmiatori. Le iniziative sono in ordine sparso. San Paolo Imi ha cominciato a fine ottobre a esaminare i primi casi di clienti traditi dai bond Cirio. Banca Intesa, che ha circa 8.000 clienti coinvolti, oltre ad aver partecipato all’emissione del debito del gruppo agroalimentare attraverso la controllata Caboto, sta lavorando con le associazioni dei consumatori per arrivare a un’ipotesi di conciliazione. Il segnale più eclatante lo ha dato l’Unicredit di Alessandro Profumo, che ha costituito una commissione presieduta dal professor Guido Rossi, ex presidente della Consob e grande esperto di conflitti d’interessi, con il compito di esaminare le sottoscrizioni Cirio della banca di piazza Cordusio. Sarà interessante vedere i risultati dei lavori della commissione, anche perché il team di esperti darà una sorta di giudizio ad ogni pratica: valuterà cioè quanto il sottoscrittore fosse consapevole del rischio cui andava incontro. Ormai è una corsa a chi presenta l’iniziativa più convincente. Anche il presidente di Capitalia Geronzi annuncia operazioni analoghe. Quanti saranno i fortunati indennizzati? E in che tempi? Fin qui le iniziative riguardano il crack Cirio. Ma come si comporteranno le banche con i casi Parmalat, Banca 121 e via dicendo? L’effetto domino in questi giorni non si ferma. E tutti si augurano che non sia troppo tardi. Perché quello dei crack è un tarlo che si estende addirittura a tutto il sistema industriale, col rischio di non intercettare la ripresa economica e di non poter varare la riforma fiscale, come dice il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che teme un crollo di tutto il sistema. Gran parte del mondo imprenditoriale si è finanziato con le obbligazioni. Che succederà se i sottoscrittori non rinnoveranno i bond delle aziende? Al di là del risparmio tradito, questo è il grande rischio che riguarda il "sistema Italia": che le banche, da sostegno alla crescita, ne divengano il principale freno, il buco nero capace di risucchiare tutti gli sforzi per superare la crisi di competitività che attanaglia il Paese.
Francesco Anfossi
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