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Se questo è lo sport "palestra di vita", da esibire nell’Anno europeo dell’educazione attraverso lo sport, c’è di che andare fieri. La vita segue a ruota o, forse, precede: i concorsi di abilitazione si truccano (e chi bara paga solo una multa, ma resta avvocato). Le leggi si addomesticano. Migliaia di persone comuni e famose fanno la fila per svendere il proprio privato, o presunto tale, in pasto al primo squaletto televisivo in cambio di soldi e dell’ambitissima visibilità, perché: l’essenziale è farsi vedere.
Che in un simile contesto "educazione" – fosse solo la buona creanza che suggerisce di non spiare dal buco della serratura – sia una parola grossa è fuor di dubbio. C’è da augurarsi che sopravvivano un altro sport e un’altra vita: nel mondo, forse meno a parte di quello che sembra, di chi fa sport pulito per il gusto di giocare, di sfidarsi, di vincere e magari anche apparire (poco se non gioca a calcio) senza barare. Prima il divertimento, poi i soldi Si spera che ne facciano ancora parte: la sfrontatezza atletica di Giuseppe Gibilisco che va a vincere i Mondiali di salto con l’asta superandosi proprio nella gara più importante; la "fuga" in Australia di Massimiliano Rosolino che si sottrae a una comoda ubriacatura mediatica, perché «il mio mestiere è nuotare e per quello serve concentrazione»; la fatica di Stefano Basalini, oro nel singolo pesi leggeri di canottaggio, ai Mondiali di Milano senza quasi Tv; le 100 medaglie olimpiche di una teoria infinita di schermidori, per cui una sola bravata fa più notizia di mille vittorie; la quotidianità di chi insiste a presentarsi ai concorsi avendo solo studiato, di chi lavora rispettando le regole del vivere civile.
A questa realtà, fatta di singoli, più che di istituzioni e di proclami, fa appello, a proposito di educazione, Pietro Trabucchi, psicologo delle squadre nazionali di triathlon, autore di un agile saggio intitolato Ripensare lo sport. Come (e perché) utilizzare lo sport per sviluppare le potenzialità di ogni persona. Va detto, a scanso di equivoci, che Trabucchi è un ruvido spiritoso, molto concreto e per niente incline a una visione romantica o ingenua dello sport e della vita. «Sperare di ripulire lo sport dal doping per via istituzionale», spiega, «è un’illusione. La società rema contro: ti insegna che se non vinci, se non ti fai vedere, non sei nessuno. Gli interessi sono altissimi: nessuno è davvero disposto a metterli in gioco». E allora? Quale speranza di uscire da questa spirale diabolica? «Costruire sull’individuo, partendo dai genitori, dagli allenatori dei ragazzini. A loro tocca insegnare che lo sport è gioco, nel senso di istinto naturale dell’animale uomo, che è sfida prima di tutto a sé stessi; che il divertimento sta nel miglioramento delle proprie capacità e che i soldi e la fama, se mai vengono, vengono dopo».
Al padre che incita il figlio dicendo: "Devi vincere per far contento papà", insinuandogli il dubbio che la misura dell’amore che merita sia direttamente proporzionale ai risultati, Trabucchi somministrerebbe volentieri «quello che Salvador Dalí chiamava "elettroshock del povero", una serie ben assestata di pedate nel posteriore. Quel genitore trasferisce sul bambino le proprie frustrazioni, caricandolo di aspettative eccessive, facendo leva su motivazioni tutte esterne pronte a sgonfiarsi alla prima difficoltà. Ci sono i presupposti per la crescita di una persona insicura, disposta a tutto pur di non essere sconfitta». «Lasciate», suggerisce Trabucchi, «che i vostri figli siano liberi di perdere: gli errori sono necessari all’indipendenza. Insegnate loro che un insuccesso non è la fine dell’autostima, ma un’opportunità insostituibile per trovare nuovi stimoli e nuova esperienza. Mostrate loro che la cosa davvero importante è accettare le proprie responsabilità e mettere il massimo in quello che si fa. Può anche succedere che uno perda sempre perché lo sport non è il suo campo di eccellenza: in questo caso, apprenderà che ciascuno ha le proprie attitudini. Se sarà stato educato a confrontarsi con sé stesso, prima che con gli altri, non lascerà lo sport, continuerà a provare gusto nel giocare, traendo soddisfazione dai piccoli miglioramenti».
Trabucchi guarda con sospetto l’idea, che ogni tanto affiora, di ridurre o cancellare la competizione dallo sport infantile: «La competitività non è di per sé insana, anzi ha un valore molto positivo finché resta all’interno del gioco e delle sue regole. Il confronto con gli altri è utilissimo per non perdere il senso della realtà, per crescere». Salvare questo valore potrebbe essere il buon proposito per l’anno delle Olimpiadi di Atene, ammesso che non sia già troppo tardi.
Elisa Chiari
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