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Se c’è poesia nel calcio, è nel filo invisibile che lega la palla ai piedi di Gianfranco Zola. È nel sorriso sofferto di un "vecchio" ragazzo che non ha mai perso neanche per un giorno la signorilità che segna la differenza, sottile ma non indifferente, tra un grande calciatore e un campione che sembra scolpito in un verso di De Gregori.
«Venire elogiati per quello che si fa in campo rientra nella professione, venire citati come esempio per fini extracalcistici è un onore. Faccio il mio lavoro con tanto impegno e tutte queste cose mi gratificano, ma so che per vivere bene ci sono altri fatti, semplici e reali, che mi permettono di essere professionalmente libero e nelle condizioni di dare il meglio di me stesso».
«La mia famiglia, i miei figli, i sacrifici che faccio per cercare di rimanere un calciatore di primo piano».
«Mi auguro di sì. Per me il calcio è stato come un secondo padre: mi ha insegnato ad avere rispetto per gli altri, a socializzare, a essere competitivo con fair play. Mi ha spinto a migliorarmi anche culturalmente. Mi ha avvicinato a persone importanti. Portandomi a Londra mi ha dato una seconda lingua».
«Certo che sì. In ogni campo ci sono esempi positivi e negativi. Credo che a volte anche i media dovrebbero stare attenti a non dare rilievo ai modelli negativi, più che a quelli positivi. È triste pensare che faccia notizia uno che sputa all’arbitro invece di uno che stringe la mano a un avversario. Se vogliamo far sì che quei ragazzi passino dal 40 al 5 per cento, dobbiamo sforzarci tutti di dar loro esempi migliori».
«L’ho fatto per mettermi in discussione, perché nella vita ci vuole sempre una sfida, un’avventura. E un po’ anche per i miei figli: volevo dar loro l’opportunità di vivere anche in Sardegna, dove io sono cresciuto benissimo. Sono stracontento di essere qui».
«La capacità di distinguersi nella sua "arte" prima di tutto, ma anche la capacità di trasmettere emozioni positive alla gente che va a vedere e ai compagni, con le azioni in campo, ma anche attraverso il comportamento che sa tenere».
«È un onore: quando ho cominciato, sognavo di diventare un giocatore apprezzato da compagni e avversari. Mi sembra di esserci riuscito e mi godo questa sensazione. Ma credo che campioni come Maradona restino unici».
«Non ho più la freschezza di 15 anni fa, ma per me conta arrivare in campo e sentirmi competitivo, capace di trasmettere emozioni a chi mi guarda. Questo mi basta. Se non avessi sogni, non sarei ancora qui ad allenarmi».
«Vorrei vedere anche in Italia la gente andare allo stadio come gli inglesi. C’erano gli hooligans, certo, ma si sono messi tutti d’impegno e sono riusciti a fermarli. Gli stadi inglesi ora sono pieni di bambini: vorrei rivedere quello spettacolo anche qui».
Elisa Chiari
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