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Commento.
di Adriano Sansa
Magistrato


ANNO INTERNAZIONALE PER RICORDARE LA LOTTA ALLA SCHIAVITÙ
E LA SUA ABOLIZIONE


MA GLI SCHIAVI
SONO ANCORA TRA NOI

L’occasione offerta dall’Onu fa riflettere: i traffici di esseri umani non sono debellati, le vittime sono ovunque, anche nelle nostre strade.
E noi da che parte stiamo?


Vecchie stampe, con quegli uomini neri incatenati ai remi o trattenuti da una palla al piede nei campi di cotone, mentre il sorvegliante con la frusta sta pronto a sferzarli.

Immagini dei libri di storia. Altri tempi. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione francese non proclama che tutti gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti? E la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 non promette che nessun uomo sarà tenuto in schiavitù?

Ma allora perché l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 2004 Anno internazionale per commemorare la lotta contro la schiavitù e la sua abolizione, ma anche per evitare le sue nuove forme? Esse sono così varie, e a tutta prima incredibili per noi moderni, che un primo traguardo è quello di prendere atto della realtà.

Traffico di uomini tenuti prigionieri con violenze fisiche e torture mentali; commercio di bambini da adibire a lavori pericolosi o da offrire al mercato internazionale di pornografia e pedofilia; rapimenti e trasferimenti di donne dall’Est europeo, dall’Africa, dall’Asia per portarle a prostituirsi.

Qualche volta il principio della servitù è in un prestito contratto per estremo bisogno e seguìto da lavori spietati, così mal remunerati che non consentiranno mai di estinguere il debito. Le nuove forme di schiavitù si svolgono spesso nelle città del mondo benestante, non così apertamente da poter essere viste da tutti; soprattutto se molti preferiscono non scorgerne i segni.

Da dove vengono le prostitute di colore o bionde con occhi azzurri che popolano i nostri marciapiedi e appagano le voglie e l’arroganza dei "padroni" contemporanei? Persone come oggetti, corpi umani trasformati in cose: ben presto diventano parte del paesaggio urbano. Eppure la schiavitù è vietata non solo nei nostri Paesi, che se ne considerano esenti, ma anche in gran parte di quelli dai quali parte.

Protesta in India contro la schiavitù.
Protesta in India contro la schiavitù (foto AP).

A seguire le cronache giudiziarie, peraltro poche e distratte – le protagoniste non hanno connotati mondani e i lettori non desiderano saperne molto –, si apprenderebbe come nelle nostre città arrivino, dopo viaggi che le hanno disorientate e annichilite, donne costrette poi con fame e percosse, in appartamenti del centro, a prostituirsi.

Si leggerebbe di trasferimenti forzati con torture, di famiglie privatesi dei miseri averi per permettere "viaggi della speranza" che sono invece tradotte di schiavi. Alla radice delle nuove servitù sta quasi sempre la miseria, aggravata dallo squilibrio che stringe il mondo e ne affama la maggior parte degli abitanti, mentre minoranze cospicue vivono nel benessere e nello spreco.

Ma non è solo questo che la politica, per gran parte, trascura con il consenso di cittadini elettori e politici eletti. C’è il diffuso rifiuto di conoscere quello che pure si potrebbe venire a sapere, leggendo e guardando con attenzione, il rifiuto di ammettere che siamo a un punto che credevamo superato: gli uomini non nascono e non rimangono spesso né liberi né uguali nei diritti.

Le grandi dichiarazioni di principio che hanno accompagnato il passaggio alla modernità hanno avuto effetti soltanto parziali. Non sono accolte dalla coscienza di molti abitanti dei Paesi che le hanno viste nascere. Il diritto resta enunciazione non realizzata, espressione talora di una civiltà insieme progredita e ipocrita. I rapporti di forza regolano le vicende degli Stati e delle persone più spesso di quanto non si voglia vedere. Mentre milioni di volontari si dedicano al soccorso delle vittime della violenza e dell’ingiustizia, o si adoperano per farle almeno conoscere, altri tacciono e non se ne curano. A quale schieramento veramente apparteniamo?

Adriano Sansa

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