![]() |
E, invece, ecco un Paese sbandato, reduce da un’elezione annullata per brogli e da un colpo di Stato pacifico ma organizzato da chissà chi, pronto a votare (4 gennaio) in elezioni politiche in cui risulteranno decisivi l’atteggiamento del movimento trasversale Kmara (che vuol dire "Basta!", ed è davvero tutto dire) e le decisioni del Partito per la rinascita democratica della Georgia di Aslan Abashidze, leader dell’Adgiaria, la regione Sudoccidentale della Georgia, ricca, musulmana moderata (15 per cento della popolazione, contro un 75 di ortodossi autonomi dal patriarcato di Mosca e un 10 di ortodossi russi) e pronta ad agitare lo spettro del separatismo per ottenere più autonomia da Tbilisi. Un Paese che per 11 anni è stato guidato da una delle figure più prestigiose della perestrojka, Eduard Shevardnadze, e che secondo gli studi dell’Onu è ora in questo stato: più del 10 per cento della popolazione soffre la fame, il 25 non mangia quanto dovrebbe, il 75 non riesce a ottenere cure mediche adeguate quando ne ha bisogno. E 35 euro al mese sono considerati un buon salario. Una posizione strategica Pensare che gran parte di questo disastro dipende proprio da quello sbaffo di paradiso, crudelmente affidato a un Paese troppo debole per difenderlo. Perché tra le teoriche ricchezze della Georgia c’è anche un’invidiabile, e infatti molto invidiata, posizione strategica, nel cuore del Caucaso, un ponte orizzontale tra il Mar Caspio delle riserve petrolifere e il Mar Nero dei collegamenti con l’Occidente, una passerella verticale tra il mondo slavo di Russia e Ucraina e quello asiatico della Turchia. Così, da quando l’Urss si è ritirata dalla storia (e la Georgia fu la prima delle ex Repubbliche sovietiche a indire, nel 1990, elezioni multi-partitiche), questo Paese è diventato il materasso di un confronto globale che ci è piuttosto familiare: da un lato la Russia, favorita dalla contiguità geografica, dall’altro gli Usa, con la loro potenza economica e militare. Nel 1992, non appena Shevardnadze tornò in patria e fu acclamato presidente, il Cremlino approfittò dei ricorrenti tumulti caucasici per soffiare sul fuoco della secessione dell’Abkhazia, fertile regione sul Mar Nero. La breve guerra civile lasciò la Georgia monca nel territorio, con 250 mila profughi da mantenere e con alcune agguerrite guarnigioni russe in casa: in teoria per mantenere la pace, in realtà per proteggere la secessione degli abkhazi.
Da quel momento i contrasti tra Mosca e Tbilisi non sono mai cessati. A rinfocolarli, le guerre in Cecenia. Perché i ribelli ceceni usano i monti della Georgia, e in particolare la Gola di Pankisi, come una base arretrata. E in tutti questi anni Shevardnadze non ha potuto, o non ha mai davvero voluto, fermarli o cacciarli. Al che il Cremlino ha risposto arrivando a definire la Georgia complice del terrorismo e a minacciare di bombardarne il territorio, proprio come se fosse un qualunque "Stato canaglia". E dei quattro attentati a cui Shevardnadze è sfuggito per miracolo, almeno due sono stati attribuiti senza tanti complimenti alla malevolenza del Cremlino. La Georgia si è allora rivolta agli Usa, in cerca di aiuto e protezione. Che sono arrivati sotto forma di 200 consiglieri militari (e di un bel po’ di armi e attrezzature), anche loro pronti a lottare contro il terrorismo: quello di Al Qaida, però, che a dire dell’ambasciatore Usa si è infiltrato nella Gola di Pankisi. Complice e vittima del terrorismo Per cui la Georgia risulta insieme complice e vittima del terrorismo islamico, secondo che la giudichi Mosca o Washington. Che infatti qualche settimana fa, alla cacciata di Shevardnadze, si sono trovate d’accordo nel dire che i "moti spontanei di piazza" erano stati organizzati: per Mosca da Washington, per Washington da Mosca. Ma la partita vera, quella con le due superpotenze a spintonare la povera Georgia, ha come campo di gioco il petrolio. Che novità!, dirà qualcuno. Giusto. Ma qui con qualche sfumatura importante. Il famoso petrolio del Mar Caspio è un boccone goloso, ma non un pranzo di gala. Si parla, infatti, di circa 30 miliardi di barili di riserve, mentre i soliti Paesi del Medio Oriente (Iran, Irak, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati arabi uniti) hanno riserve per 600 miliardi di barili. Kazakhstan, Turkmenistan e Azerbaigian producono oggi circa 800 mila barili di petrolio al giorno (500 mila il solo Kazakhstan) e potranno al massimo arrivare a 3-4 milioni di barili al giorno verso il 2010. L’Arabia Saudita ne produce già oggi 7,4 milioni al giorno. C’è un "però", ed è grosso così. Finora l’unica strada per avviare il petrolio dell’Asia Centrale verso l’Occidente e i consumatori passava attraverso la Russia e il grande porto sul Mar Nero, Novorossijsk, appena a nord dell’Abkhazia secessionista. Per la Russia un gran privilegio, economico ma soprattutto politico, che le consentiva di tenere legati a sé anche i Paesi del Caucaso e del Caspio. Certo, evitare la Russia si poteva e si può, a patto però di passare per l’Iran, cosa che agli Usa farebbe venire il mal di testa. Così Washington ne ha pensata una delle sue. Perché non tracciare un oleodotto di 1.760 chilometri che da Baku (Azerbaigian) proceda via Tbilisi (Georgia) verso il porto turco di Ceyhan, lasciando fuori sia la Russia sia l’Iran? Soluzione interessante dal punto di vista del mercato e perfetta da quello politico: perché l’oleodotto taglierebbe l’ultimo ormeggio dei Paesi dell’Asia Centrale con la Russia, lasciandoli liberi di fluttuare fin dentro l’orbita degli Usa. Così, fra poco i georgiani andranno al voto, e forse premieranno il Blocco democratico della signora Ninò Burdzhanadze, facente funzioni di presidente, o il Movimento nazionale del giovane e ambizioso filoamericano Michail Saakashvili. Chissà chi vincerà. Ma soprattutto: chissà dove saranno prese le decisioni. Fulvio
Scaglione
|
|