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Attualità.
di Fulvio Scaglione


ELEZIONI
UN CONFLITTO TRA SUPERPOTENZE DIETRO LA CACCIATA 
DI EDUARD SHEVARDNADZE


GEORGIA: UNA TERRA
TRA DUE FUOCHI


Le opposte pretese di Russia e Stati Uniti hanno reso il Paese quasi ingovernabile. E domenica si torna a votare.

Un angolo di paradiso, ecco quello che potrebbe essere la Georgia. Il mare caldo con i banani, le montagne alte coperte di neve, panorami da togliere il fiato, natura che affascina. Già lo sapeva Giasone, giunto fin qui in cerca del vello d’oro: null’altro che il trucco (un vello di pecora che, con i suoi riccioli, intercettava le pagliuzze d’oro) usato dagli antichi georgiani per dragare i fiumi auriferi. Gente intelligente e astuta. Città come Tbilisi, che riflettono le sfumature di una storia millenaria sommando angoli di Mediterraneo a squarci di Russia.

E, invece, ecco un Paese sbandato, reduce da un’elezione annullata per brogli e da un colpo di Stato pacifico ma organizzato da chissà chi, pronto a votare (4 gennaio) in elezioni politiche in cui risulteranno decisivi l’atteggiamento del movimento trasversale Kmara (che vuol dire "Basta!", ed è davvero tutto dire) e le decisioni del Partito per la rinascita democratica della Georgia di Aslan Abashidze, leader dell’Adgiaria, la regione Sudoccidentale della Georgia, ricca, musulmana moderata (15 per cento della popolazione, contro un 75 di ortodossi autonomi dal patriarcato di Mosca e un 10 di ortodossi russi) e pronta ad agitare lo spettro del separatismo per ottenere più autonomia da Tbilisi.

Un Paese che per 11 anni è stato guidato da una delle figure più prestigiose della perestrojka, Eduard Shevardnadze, e che secondo gli studi dell’Onu è ora in questo stato: più del 10 per cento della popolazione soffre la fame, il 25 non mangia quanto dovrebbe, il 75 non riesce a ottenere cure mediche adeguate quando ne ha bisogno. E 35 euro al mese sono considerati un buon salario.

Una posizione strategica

Pensare che gran parte di questo disastro dipende proprio da quello sbaffo di paradiso, crudelmente affidato a un Paese troppo debole per difenderlo. Perché tra le teoriche ricchezze della Georgia c’è anche un’invidiabile, e infatti molto invidiata, posizione strategica, nel cuore del Caucaso, un ponte orizzontale tra il Mar Caspio delle riserve petrolifere e il Mar Nero dei collegamenti con l’Occidente, una passerella verticale tra il mondo slavo di Russia e Ucraina e quello asiatico della Turchia.

Così, da quando l’Urss si è ritirata dalla storia (e la Georgia fu la prima delle ex Repubbliche sovietiche a indire, nel 1990, elezioni multi-partitiche), questo Paese è diventato il materasso di un confronto globale che ci è piuttosto familiare: da un lato la Russia, favorita dalla contiguità geografica, dall’altro gli Usa, con la loro potenza economica e militare. Nel 1992, non appena Shevardnadze tornò in patria e fu acclamato presidente, il Cremlino approfittò dei ricorrenti tumulti caucasici per soffiare sul fuoco della secessione dell’Abkhazia, fertile regione sul Mar Nero. La breve guerra civile lasciò la Georgia monca nel territorio, con 250 mila profughi da mantenere e con alcune agguerrite guarnigioni russe in casa: in teoria per mantenere la pace, in realtà per proteggere la secessione degli abkhazi.

Operai al Palazzo presidenziale di Tbilisi.
Operai al Palazzo presidenziale di Tbilisi (foto AP).

Da quel momento i contrasti tra Mosca e Tbilisi non sono mai cessati. A rinfocolarli, le guerre in Cecenia. Perché i ribelli ceceni usano i monti della Georgia, e in particolare la Gola di Pankisi, come una base arretrata. E in tutti questi anni Shevardnadze non ha potuto, o non ha mai davvero voluto, fermarli o cacciarli. Al che il Cremlino ha risposto arrivando a definire la Georgia complice del terrorismo e a minacciare di bombardarne il territorio, proprio come se fosse un qualunque "Stato canaglia". E dei quattro attentati a cui Shevardnadze è sfuggito per miracolo, almeno due sono stati attribuiti senza tanti complimenti alla malevolenza del Cremlino. La Georgia si è allora rivolta agli Usa, in cerca di aiuto e protezione. Che sono arrivati sotto forma di 200 consiglieri militari (e di un bel po’ di armi e attrezzature), anche loro pronti a lottare contro il terrorismo: quello di Al Qaida, però, che a dire dell’ambasciatore Usa si è infiltrato nella Gola di Pankisi.

Complice e vittima del terrorismo

Per cui la Georgia risulta insieme complice e vittima del terrorismo islamico, secondo che la giudichi Mosca o Washington. Che infatti qualche settimana fa, alla cacciata di Shevardnadze, si sono trovate d’accordo nel dire che i "moti spontanei di piazza" erano stati organizzati: per Mosca da Washington, per Washington da Mosca.

Ma la partita vera, quella con le due superpotenze a spintonare la povera Georgia, ha come campo di gioco il petrolio. Che novità!, dirà qualcuno. Giusto. Ma qui con qualche sfumatura importante. Il famoso petrolio del Mar Caspio è un boccone goloso, ma non un pranzo di gala. Si parla, infatti, di circa 30 miliardi di barili di riserve, mentre i soliti Paesi del Medio Oriente (Iran, Irak, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati arabi uniti) hanno riserve per 600 miliardi di barili. Kazakhstan, Turkmenistan e Azerbaigian producono oggi circa 800 mila barili di petrolio al giorno (500 mila il solo Kazakhstan) e potranno al massimo arrivare a 3-4 milioni di barili al giorno verso il 2010. L’Arabia Saudita ne produce già oggi 7,4 milioni al giorno.

C’è un "però", ed è grosso così. Finora l’unica strada per avviare il petrolio dell’Asia Centrale verso l’Occidente e i consumatori passava attraverso la Russia e il grande porto sul Mar Nero, Novorossijsk, appena a nord dell’Abkhazia secessionista. Per la Russia un gran privilegio, economico ma soprattutto politico, che le consentiva di tenere legati a sé anche i Paesi del Caucaso e del Caspio. Certo, evitare la Russia si poteva e si può, a patto però di passare per l’Iran, cosa che agli Usa farebbe venire il mal di testa.

Così Washington ne ha pensata una delle sue. Perché non tracciare un oleodotto di 1.760 chilometri che da Baku (Azerbaigian) proceda via Tbilisi (Georgia) verso il porto turco di Ceyhan, lasciando fuori sia la Russia sia l’Iran? Soluzione interessante dal punto di vista del mercato e perfetta da quello politico: perché l’oleodotto taglierebbe l’ultimo ormeggio dei Paesi dell’Asia Centrale con la Russia, lasciandoli liberi di fluttuare fin dentro l’orbita degli Usa. Così, fra poco i georgiani andranno al voto, e forse premieranno il Blocco democratico della signora Ninò Burdzhanadze, facente funzioni di presidente, o il Movimento nazionale del giovane e ambizioso filoamericano Michail Saakashvili. Chissà chi vincerà. Ma soprattutto: chissà dove saranno prese le decisioni.

Fulvio Scaglione
   
  
MA CHE FINE HA FATTO SHEVARDNADZE?

Eduard Shevardnadze, 75 anni, ex ministro degli Esteri di Michail Gorbaciov, per tre volte eletto presidente della Georgia: che fine avrà fatto? Il 24 novembre, quando dovette cedere la presidenza di fronte alle proteste di piazza e alle pressioni del Cremlino, si disse che un aeroplano lo aveva portato lontano da Tbilisi, anche per sottrarlo a eventuali ritorsioni. Verosimile, vista la situazione, ma non vero. Dopodiché l’ex presidente è entrato in un cono d’ombra tanto più sorprendente se si considera che con lui ci sono anche la moglie Nanuli, giornalista e direttrice del periodico Mshvidova Kovelta ( Pace a tutti), la figlia Manana, già direttrice degli studi cinematografici della Georgia, e il figlio Paata, a sua volta direttore della missione presso l’Unesco. Volti noti, che non dovrebbe essere difficile rintracciare in una capitale piccola come Tbilisi.

Eppure niente, discrezione totale. Il velo è sembrato rompersi solo ai primi di dicembre, quando Shevardnadze ha concesso un’intervista all’emittente radiofonica del Land tedesco del Baden Württenberg. Un proclama politico? No. Solo la smentita della voce che lo voleva impegnato ad acquistare una villa nella celebre località termale di Baden Baden. Un equivoco, se tale è stato, dovuto al fatto che la Germania ha rivolto all’ex presidente un invito ufficiale. Shevardnadze ha risposto che accetterà volentieri, ma solo fra due o tre anni. Prima, pare, vuole scrivere un libro di memorie. Sì, ma dove? Forse nella quiete dell’ambasciata Usa, dove secondo alcuni si è ormai rifugiato?

f.s.


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