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Attualità.
di Renzo Giacomelli


CHIESA
INTERVISTA AL CARDINALE RODRIGUEZ MARADIAGA

PIÙ ETICA NELL’ECONOMIA

«Sradicare la povertà dovrebbe essere il primo obiettivo dei Paesi del G8», dice l’arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras). «Per i poveri non ci sono soldi, mentre per la guerra in Irak sì».

«Senza utopia, senza sogni, non si va da nessuna parte». Il sogno del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), è una profonda trasformazione, economica e politica, della società internazionale.

«Lo sradicamento della povertà dovrebbe essere il primo obiettivo dei Paesi più ricchi, riuniti nel G8», afferma. «Quando incontro dirigenti o ex dirigenti del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale, constato anche in loro una crescita di sensibilità sociale. Li vedo perplessi sulle misure di "aggiustamento economico", parola magica degli anni ’90, che hanno aggravato la povertà in tanti Paesi dell’America latina. Ma che cosa si fa per cambiare? Ben poco. Quando, qualche tempo fa, ho proposto una sorta di "Piano Marshall" per l’America latina, mi è stato risposto che non ci sono soldi».

«Poi», continua Maradiaga, «in un solo giorno il Congresso Usa ha stanziato 85 miliardi di dollari per la guerra in Irak. E in ottobre i "Paesi donatori" riuniti a Madrid hanno trovato in poco tempo decine di miliardi di dollari per ricostruire in Irak quello che hanno distrutto. Questo è un peccato. Nelle società ricche dev’esserci un cambiamento di mentalità, si deve smettere di pensare alla povertà in termini di cifre, e vedere dietro i numeri il volto concreto di persone che vivono in condizioni infraumane».

Il cardinale, 61 anni lo scorso 29 dicembre, è stato presidente dell’Associazione internazionale "Trasparenza", impegnata nella lotta alla corruzione negli affari pubblici. Ne ha ricavato una convinzione: «Il mondo dell’economia e della finanza manca assolutamente di etica. Bisognerebbe istituire un Tribunale internazionale sui crimini finanziari, analogo a quello penale».

Incontro dei vescovi sudamericani in Honduras nel 2002 (foto AP).
Incontro dei vescovi sudamericani in Honduras nel 2002 (foto AP).

Interventi davvero umanitari

Il cardinale critica anche l’attuale stato dei rapporti politici internazionali. «Non credo», riflette, «che nel nuovo secolo possiamo sentirci più sicuri affidandoci all’unilateralismo statunitense. Come insegna il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, occorre ristrutturare il diritto internazionale. Abbiamo bisogno di interventi che siano davvero umanitari, non distruttivi. E che non siano unilaterali, magari trascinando altri Paesi, definiti alleati ma in realtà succubi. Ad esempio, pochi sanno che in Irak ci sono, sotto il comando spagnolo, truppe di Honduras, Nicaragua, El Salvador e Santo Domingo. Gli honduregni sono 230, con una paga di cinque dollari al giorno. Il nostro presidente è stato costretto a inviarli, perché l’amministrazione Bush ha fatto capire che altrimenti vi sarebbero stati controlli più severi nei confronti dei nostri emigrati negli Usa. Nel grande Paese vicino lavorano circa 500 mila honduregni, spesso l’unico sostegno delle famiglie rimaste in patria».

Il cardinale Maradiaga è da anni presidente della Conferenza episcopale honduregna, è stato al vertice del Celam (Consiglio episcopale latinoamericano), ha partecipato a quasi tutte le assemblee del Sinodo dei vescovi. Insomma, ha molta pratica di collegialità episcopale. «La collegialità, riscoperta dal Vaticano II, ha fatto passi avanti con Giovanni Paolo II», afferma. «Di strada da percorrere ce n’è però ancora tanta. Ad esempio, nel servizio che il Collegio cardinalizio può dare al Papa. Oggi questo servizio lo si offre attraverso i dicasteri della Curia romana. Ma ci sono momenti difficili, come la recente guerra in Irak, nei quali sarebbe auspicabile una parola di tutti i cardinali attorno al Santo Padre».

Del Sinodo dei vescovi, importante espressione della collegialità episcopale, il cardinale dice: «La metodologia del Sinodo funziona come occasione per esporre le proprie opinioni ed esperienze. Ma al momento di tirare le conclusioni il tempo scarseggia. E, poi, la prassi di pubblicare un’Esortazione apostolica post-sinodale parecchio tempo dopo le assemblee lascia troppo spazio alla Segreteria generale del Sinodo».

Due ragazzi in una discarica di Tegucigalpa.
Due ragazzi in una discarica di Tegucigalpa (foto AP).

L’autonomia delle Chiese locali

«Io non vedrei male un Sinodo "interno"», continua Maradiaga, «di ascolto reciproco, per parlare con franchezza dei temi che ci preoccupano, senza resoconti alla stampa e senza necessità di arrivare a un documento finale. In ogni caso il Sinodo è un’istituzione collaudata, che deve continuare. E non escluderei, qualora il Papa lo decidesse, che in certi casi o per certi temi, il Sinodo fosse deliberativo, anziché consultivo com’è ora. Non credo che ciò sia in contraddizione con la natura del Sinodo».

Come il cardinale Fumio Hamao, che abbiamo intervistato di recente, anche il cardinale Rodriguez Maradiaga sostiene la necessità di maggiore autonomia delle Chiese locali. «Ci sono decisioni», afferma, «che si possono prendere sul posto, senza passare per Roma, secondo il principio di sussidiarietà. E penso che si debba avere molta più fiducia nelle Conferenze episcopali, che si sono dimostrate un grande strumento di collegialità nei nostri Paesi e di collegamento con la Santa Sede».

Renzo Giacomelli

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