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Senza fine. Non è il titolo di un romanzo, né di un film, bensì il sigillo che sembra marcare a fuoco la storia delle sofferenze del popolo di Haiti che, in questi giorni, celebra i suoi 200 anni d’indipendenza. Era il gennaio del 1804 quando Haiti fu proclamata prima "Repubblica nera" del mondo, frutto della vittoria degli schiavi guidati da Jean-Jacques Dessalines contro la Francia di Napoleone. «Il problema di Haiti è che le lancette della storia qui si sono fermate al 1789», afferma con convinzione Dominique Levanti, responsabile dell’Agence France Press locale. Originario della Corsica, dei suoi sessant’anni più della metà li ha passati ad Haiti: «Gli echi della Rivoluzione francese risuonano ancora, solo che, dissolti gli ideali di libertà, fraternità e uguaglianza, rimangono intolleranza, lotta senza pietà per la conquista del potere e assenza totale di compromesso tra le fazioni in campo».
L’onore di quella primogenitura si è quasi subito trasformato in onere e oggi il Paese sprofonda in una gravissima crisi, economica e sociopolitica. Le fredde statistiche dell’Undp, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, lo posizionano come uno fra gli Stati più poveri del mondo. Nella corsa mortale al primato della classifica dei Paesi più colpiti da malnutrizione, Haiti, stando all’ultimo rapporto sulla fame della Fao, è nel gruppo di testa. Al di là della legge dei numeri, Haiti sta vivendo un drammatico conflitto politico: da un lato il presidente Jean-Bertrand Aristide, leader del Fanmi Lavalas, partito da lui fondato e accusato dagli oppositori di gestire il potere con metodi autoritari e violenti; dall’altro uno schieramento eterogeneo che più che ai partiti fa riferimento al Gruppo dei 184, espressione della società civile, guidato da André Apaid jr. Scontri violenti, morti e feriti sono all’ordine del giorno. Come spesso accade in questi casi, centro del malcontento organizzato, anche ad Haiti, sono le facoltà universitarie. Proprio fra gli studenti si conta ultimamente il maggior numero di feriti.
molte zone della capitale, oltre ai villaggi sparsi nelle campagne, giacciono in condizioni spaventose (foto AP). Un altro bersaglio privilegiato sembrano essere i giornalisti: molti sono già caduti in nome della libertà d’espressione, come è successo nel 2000 a Jean Dominique, icona del giornalismo haitiano e fondatore di Radio Haiti Inter. «Essere giornalisti oggi ad Haiti», spiega padre Desinord Jean, neodirettore della rinata Radio Soleil, emittente dell’arcidiocesi di Port-au-Prince, «è un vero sacrificio, sia dal punto di vista della sicurezza sia da quello finanziario. I salari non permettono di tirare avanti. La radio che dirigo vive oggi grazie al contributo fondamentale della Conferenza episcopale italiana. Aiuti importanti, ma purtroppo ancora insufficienti per permettere di ripristinare una seria redazione giornalistica: e pensare che Radio Soleil ha rappresentato la voce più ascoltata e incisiva all’epoca della caduta di Baby Doc Duvalier». Camminare nelle strade di Port-au-Prince non comporta l’assalto di persone in cerca di elemosina, come ci si potrebbe attendere. È così che si comprende una delle caratteristiche principali dell’haitiano, quella grande dignità che fa tendere la mano al massimo una volta, con discrezione.
Dalle bidonville arriva la speranza Quella dignità che ti accoglie anche nelle zone più difficili. Come Cité aux Cayes, una delle tante bidonville della capitale, che spesso prendono il nome da città della provincia haitiana da cui provengono gli abitanti di questi "non quartieri", come li chiamano ad Haiti. Qui vive e opera suor Luisa, lombarda, insieme con altre quattro Piccole Sorelle del Vangelo di Charles De Foucauld. Povere fra i poveri, dovunque passino ricevono un sorriso. Attraverso i viottoli posti tra una baracca e l’altra, dove promiscuità e infezioni rappresentano la normalità, si raggiunge l’"atelier", una costruzione di non più di 20 metri quadrati. Eppure all’interno c’è un mondo diverso, un miniuniverso al femminile dove una ventina di donne, iniziate al ricamo dalle suore, realizzano degli splendidi manufatti, in linea con la ricchissima e creativa tradizione dell’artigianato haitiano.
«È un modo», spiega suor Luisa, «per tradurre nei fatti la voglia di riscatto e di emancipazione che esiste in tante donne haitiane. Noi proviamo a insegnar loro come possono organizzarsi e diventare imprenditrici di sé stesse». Di bidonville in bidonville incontriamo tanti, tantissimi bambini. C’è da chiedersi se tutti hanno una casa, sia pure fatta di cartone e di lamiere. La domanda trova puntuale una risposta, negativa, nella parola restavek . «Con questo nome vengono chiamati», spiega père Miguel, «quei bambini, ufficialmente 300.000, ma in realtà molti di più, che vengono "donati" dalle loro famiglie, spesso di origine contadina, ad altre famiglie, nella speranza che in cambio di piccoli servizi possano essere mandati a scuola e avere un futuro».
Père Miguel è un sacerdote haitiano che 15 anni fa ha fondato il Foyer Maurice Sixto, una casa-rifugio per bambini restavek, intitolata ad un giornalista benefattore. «La realtà per questi bambini è in effetti ben lontana dalle speranze nutrite dai loro genitori», racconta père Miguel. «Le famiglie dove arrivano li trattano quasi sempre come schiavi e molti finiscono nel fiorente traffico illegale di minori, in piena crescita fra Haiti e la Repubblica Dominicana».
Ma Haiti, Paese di meraviglie e disastri, non si riassume solo nella realtà delle bidonville. Già dal nome, che vuol dire "terra montagnosa", si capisce che addentrarsi nell’entroterra può riservare panorami mozzafiato e incontri sorprendenti. Come a Gros Morne, 32 chilometri a nord di Gonaïves, nel Nordovest del Paese. Qui, in una cittadina che assomiglia a uno scenario malandato per un film sul Far West americano, esiste un’isola felice: la struttura scolastica e sanitaria realizzata da Sos Enfants sans Frontières, un’associazione francese presente ad Haiti da trent’anni. Sos è attiva in tutto il Paese con programmi di formazione per gli insegnanti delle scuole e di aiuto ai bambini più poveri attraverso lo strumento dell’adozione a distanza.
Vincent Rossigneux, francese, 35 anni, un passato da commercialista insoddisfatto, è arrivato a Gros Morne cinque anni fa. «All’inizio volevo tornare subito a Parigi, ma poi ho capito che si doveva e poteva fare qualcosa per e con la gente di qui». Quel "qualcosa" oggi è diventata una struttura comprendente una scuola materna, elementare e media con oltre 400 studenti, una scuola professionale con corsi di lingua e informatica, ma anche di falegnameria, saldatura e dattilografia, un ambulatorio dove vengono effettuate periodiche vaccinazioni e piccole operazioni. «Uno dei primi obiettivi è quello di coinvolgere i responsabili locali e di renderli capaci, in prospettiva, di camminare sulle proprie gambe». Un obiettivo che si scontra con la volontà di molti qui ad Haiti di abbandonare il Paese. «È un problema», conferma Geneviève Fuks, belga, responsabile dei progetti ad Haiti di Sos Enfants sans Frontières. «Spesso formiamo personale qualificato che poi se ne va negli Stati Uniti. E si capisce, visto il salario di miseria che ricevono gli insegnanti, e non solo loro».
Lucas
Duran
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