Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

La Chiesa in piazza

 
Attualità.
di Saverio Gaeta


PARROCCHIE D’ITALIA / 2
IL METODO MONTESSORI ALLA PARROCCHIA SANTA LUCIA DI ROMA


FUNZIONA LA "CATECHESI
DEL BUON PASTORE"


«Gesù ti ama perché sei una sua pecorella». Così, anche i bimbi in età prescolare si sentono completamente accolti.

Il catechismo a misura di bambino, ispirato alle teorie della pedagogista Maria Montessori: è questa, in sintesi estrema, la «Catechesi del Buon Pastore», sviluppata esattamente cinquant’anni fa dalle professoresse Sofia Cavalletti e Gianna Gobbi. E, a testimonianza della qualità dell’iniziativa, in questo arco di tempo l’esperienza si è diffusa da Roma in numerose città italiane e poi all’estero (Messico, Stati Uniti, Canada, Argentina, per citare soltanto le principali nazioni).

Fra le parrocchie romane dove viene svolta con più efficacia c’è Santa Lucia, a pochi passi dalla sede Rai di via Teulada. «Devo dire la verità: all’inizio ero un po’ prevenuto», confida il parroco, monsignor Antonio Nicolai, «non credevo che bambini di soli tre anni potessero essere coinvolti in un’esperienza di catechesi. Ma poi mi sono ampiamente ricreduto, vedendo quanto i più piccoli si sentono davvero a loro agio in questo cammino di incontro con Gesù».

L’originalità è quella di aver colto e valorizzato le capacità dei fanciulli in età prescolare, in grado di trovare nell’esperienza religiosa – come ha scritto la Cavalletti – «l’appagamento di esigenze vitali profonde, necessarie alla costruzione della loro persona e con conseguenze strutturanti, dopo i sei anni, sul piano dei comportamenti morali».

La proposta essenziale, racconta la catechista Maria Cristina Giuntella, docente universitaria a Perugia, è quella da cui prende il titolo: «Gesù inteso come il Buon Pastore, che ama infinitamente le sue pecorelle. E quando un bimbo scopre di essere una delle pecorelle, si sente completamente accolto».

Liberi di rispondere all’amore

D’altra parte, prima dei sei anni il bambino non ha preoccupazioni di carattere morale, relative al modo di comportarsi e di agire, e dunque è completamente libero di rispondere all’amore di Dio. Prosegue la signora Giuntella: «Quando, dopo i sei anni, nasceranno in lui interessi morali precisi e l’attenzione ai singoli comportamenti, il suo agire morale scaturirà proprio da quella relazione d’amore che ha stabilito con Dio nell’infanzia e sarà il frutto di una persona che ama».

L’incontro, che dura due ore, avviene una volta alla settimana per ognuno dei quattro gruppi, divisi nelle fasce d’età 3-5, 6-8, 9-11 e 12-14 anni. All’inizio viene presentato un argomento di catechesi, per un tempo variabile dai 5-10 minuti per i più piccoli a un’ora per i più grandi. Nel tempo restante i bambini lavorano sul materiale messo a disposizione dalle catechiste che, spiega Alessandra Pollastri, anche lei catechista e docente universitaria a Roma, «riproduce eventi della vita di Cristo, elementi di una parabola, segni liturgici, ed è quindi un modo per mettere direttamente nelle mani del bambino, anche quello ancora incapace di leggere, le fonti del messaggio cristiano».

Confermano quasi all’unisono le altre catechiste, Pina Amitrano e Floriana Lentini: «A questo punto, nel più puro spirito montessoriano, a noi non resta che farci da parte, consentendo al bambino di rimeditare, da solo, il messaggio che ha ascoltato, in modo che si stabilisca un rapporto diretto fra lui e Dio, senza la mediazione di un adulto».

La stanza nella quale si svolge questa catechesi è ovviamente a misura di bambino e tutto è a sua disposizione. In tale modo, come ha confermato l’esperienza metodologica, l’abitudine a gestire in modo personale la propria vita di fede sarà per i bambini la premessa per arrivare a decidere loro stessi – nella preghiera e con l’aiuto di catechisti, genitori e sacerdote – il momento più adatto per accostarsi alla prima Confessione e Comunione.

Coinvolti anche papà e mamma

Anche per i genitori è un’esperienza coinvolgente. Benedetto Scoppola, papà di tre bambini, sottolinea di non aver dovuto mai forzare i figli ad andare alla catechesi, «perché anzi erano loro ad attendere con ansia l’incontro. A casa, poi, tornano carichi della voglia di raccontare e di condividere, e nel contempo con il desiderio di comprendere ogni avvenimento della vita – comprese le notizie ascoltate dal telegiornale – alla luce di Gesù che ci vuole bene».

Con frequenza mensile, catechisti ed educatori si incontrano per uno scambio di esperienze e di comunicazioni a riguardo degli annunci cristiani dati ai bambini e di tematiche più generali (dalla formazione morale, alla preghiera, alla partecipazione alle celebrazioni liturgiche), ma anche per condividere eventuali difficoltà concrete emerse di volta in volta nella realizzazione dell’itinerario catechistico.

Ai genitori di quanti stanno per ricevere per la prima volta la Comunione vengono poi proposti incontri particolari nei quali si percorre lo stesso itinerario dei bambini, con una meditazione sulla Parola di Dio (in particolare la parabola della vite) e sull’Eucaristia (l’invito al banchetto e la risposta dell’uomo).

In 25 anni d’attività a Santa Lucia sono stati oltre 400 i fanciulli seguiti. Dalla loro sollecitazione è scaturito l’ampliamento della catechesi a gruppi più grandi d’età, così da accompagnarli anche nei difficili anni dell’adolescenza.

 Saverio Gaeta
  
  

IL FUTURO? TORNARE ALLA MISSIONE

Ieri: per capire la situazione di oggi, bisogna risalire al 1970, quando la Cei pubblicò un progetto ambizioso: Il rinnovamento della catechesi. Fino ad allora ogni parrocchia aveva la sua "scuola della dottrina cristiana", strutturata appunto come una vera e propria scuola, con i suoi quattro elementi: una classe, un maestro (il catechista), un libro (il libretto della dottrina), un metodo: domanda e risposta. Trentaquattro anni fa i vescovi italiani decisero di operare un cambiamento radicale, con tre passaggi.

Primo: dal catechismo della dottrina cristiana al catechismo perla vita cristiana. Ci si rendeva conto che non bastava più far conoscere bene ciò in cui si crede; scopo della catechesi è far vivere come Cristo e in Cristo. Secondo: da un catechismo finalizzato ai sacramenti a una catechesi mirata a una fede matura e consapevole. Terzo passaggio: dal catechista insegnante-ripetitore al catechista testimone-educatore. Come a dire: passare dal bambino-alunno da istruire alla persona da "iniziare" e introdurre a una piena appartenenza a Cristo nella Chiesa.

Oggi: un intenso sforzo formativo e pedagogico, operato in questi anni, ha portato la Chiesa italiana a dotarsi di un "esercito" di circa 300.000 catechisti. Non esiste parrocchia, per quanto piccola, che non disponga di questi laici, per lo più donne, che si dedicano con grande generosità al servizio catechetico. Prima di parlare di "rinnovamento abortito" o di "catechesi tradita", ci si dovrebbe domandare dove staremmo oggi se non ci fosse stato un impegno così massiccio e costante. Ma bisogna onestamente riconoscere che non tutto è andato per il verso giusto.

Mi limito qui solo a un aspetto, tutt’altro che marginale. Il progetto del 1970 parlava di priorità della catechesi agli adulti. Sta di fatto che il 90 per cento dei nostri catechisti è dedicato alla fascia dei bambini e dei fanciulli: è come se in Italia il 90 per cento dei medici si dedicasse all’infanzia e il restante 10 ai ragazzi, ai giovani, agli adulti e agli anziani: una sproporzione enorme! Se poi si considera che molti dei bambini arrivano in parrocchia senza aver ricevuto in famiglia alcuna educazione alla fede, e che molti ragazzi abbandonano dopo la cresima, allora ci si rende conto che il problema vero è costituito dal deficit di evangelizzazione che sta alla base della nostra catechesi. Perché la catechesi sta all’evangelizzazione come l’edificio alle fondamenta, o lo sviluppo alla nascita. Come si può far sviluppare un germe che non è mai stato seminato?

Domani: la direzione è già segnata. Bisogna tornare alla missione. Concretamente: la parrocchia non può contentarsi di curare l’anima dei soliti pochi che praticano; deve puntare ad annunciare il Vangelo ai tanti che non vengono più, e ai non pochi che chiedono di ritornare alla fede. Bisogna anche passare da un impianto catechistico centrato sui piccoli e mirato ai sacramenti a un processo di iniziazione-educazione alla fede che ha come baricentro gli adulti e come meta la vita cristiana. Insomma, il sacramento non è il punto d’arrivo, ma la porta per una fede cristiana che abbraccia la vita in tutto l’arco delle sue stagioni e in tutte le sue dimensioni. La strada è segnata: diverse parrocchie l’hanno già imboccata. Il cammino è lungo, ma è possibile…

Francesco Lambiasi
presidente della Commissione Cei perla dottrina della fede,
l’annuncio e la catechesi

  

RIMETTERE AL CENTRO LA PAROLA DI DIO

«Il modello attuale di parrocchia non funziona più». «Le parole sono pietre», diceva Carlo Levi. Se a lanciare l’allarme, poi, è un sacerdote giovane e attivo come don Giancarlo Vergano, parroco di Breme (Pavia), diocesi di Vigevano, non si può non ascoltare.

  • Quale modello, in particolare, secondo lei, non funziona?

«Nelle nostre parrocchie si fa fatica ad assolvere il proprio compito di evangelizzazione; lo si coglie, subito, nella fase di iniziazione cristiana: dopo la Cresima i ragazzi spariscono».

  • Spariscono da che cosa?

«Nella maggior parte dei casi da tutto: dalle celebrazioni, dalla partecipazione alla vita della parrocchia. In età adolescenziale c’è il vuoto, salvo ricomparire magari all’oratorio estivo, come al parcheggio. Credo sia un problema dei genitori, più che dei ragazzi. Lo si capisce dagli incontri: vogliono i sacramenti come rito, come tradizione, perché i figli non si sentano diversi, ma dopo non resta altro».

  • Lei vive in un paese di campagna: in una grande città va meglio o peggio?

«Forse anche peggio, ma non credo ci siano differenze sostanziali. Sono diverse le esperienze, ma l’humus problematico è identico: c’è un abisso tra le indicazioni pastorali che i vescovi ci danno e la realtà quotidiana».

  • Di chi è la responsabilità?

«Sono molte e diverse. È un fatto che l’applicazione alla lettera delle indicazioni è molto difficile, perché la gente non risponde, chiede di essere accontentata».

  • Ci fa un esempio?

«I vescovi chiedono di coinvolgere i genitori nel cammino dei bambini, ma i genitori, quando vengono agli incontri, in genere li subiscono, salvo eccezioni, come un obbligo».

  • Quanto pesano l’aspetto sociale, il tempo della famiglia sempre più stretto?

«Molto, la Chiesa parla di cammini differenziati: non tutti nello stesso tempo, non tutti alla stessa scadenza, ma è difficile da parte di un genitore accettare che il loro bambino faccia la prima Comunione dopo gli altri. Certo, ci vuole elasticità da parte del parroco, ma bisognerebbe ricordare che il sacramento non è un obbligo, ma un dono e anche una scelta».

  • Vede soluzioni?

«Tentare vie sperimentali, magari di ritorno alle origini, mettendo al centro l’ascolto della Parola di Dio, perché non si dimentichi che è quella, e non la tradizione o il diritto di nascita, a suscitare la fede. Immagino, per esempio, per tutti quelli che lo chiedono, un cammino che ripercorra le tappe del catecumenato».

  • Mette in pratica tutto questo?

«No, perché non può essere la scelta di un singolo, ma un lavoro di convinzione e di concertazione di una diocesi intera».

  • I sacerdoti sono pochi e impegnati: c’è spazio per un dialogo individuale?

«Poco, per questo è irrealistico che una parrocchia faccia questo da sola. Cambiando il sistema, però, magari in un solo centro per diocesi, un sacerdote potrebbe diventare davvero accompagnatore».

Elisa Chiari


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