Famiglia Cristiana OnLine

 

 
In famiglia
di Giuseppe Anzani


DELITTO DI COGNE: RIFLESSIONI DOPO LA PRIMA SENTENZA

QUANDO UNA TRAGEDIA
DIVENTA SPETTACOLO


Che cosa è cambiato, nella vicenda tenebrosa del delitto di Cogne, dopo la condanna di Anna Maria Franzoni, la madre di Samuele nel processo di primo grado?

I colpevolisti diranno: «Giustizia è fatta, l’avevamo capito subito che era lei». Gli innocentisti, invece: «È un errore giudiziario, non può essere stata lei», e a ognuno parrà di traforare il mistero con le sue ragioni, o con le sue emozioni. La sentenza segna una tappa, pianta un chiodo nella scalata che insegue la certezza dentro l’abisso, dopo 900 giorni di scandaglio e di fatiche.

Ma è una certezza precaria, perché i gradi del giudizio non sono compiuti, e tutto può essere ribaltato o confermato. Sicché l’ombra della morte piombata su quella casetta di Cogne che le Tv ci hanno mostrato infinite volte ancora ci avvolge nella nuvola nera d’una tragedia umana che stringe su noi una doppia angoscia di pensieri straziati, straziati comunque, anche se opposti gli uni agli altri.

Non è della sentenza che vogliamo dire. La razionalità della giustizia non ha percorsi diversi che il processo, dove l’innocenza è postulata fino a prova contraria, dove accusa e difesa si affrontano in parità, e il giudice che le ascolta decide secondo le prove; e dove ci sono rimedi (appello, cassazione) ai possibili errori. Non c’è altro cammino, e saggezza vorrebbe che nessuno lo seminasse d’inciampi; sarebbe insensato, soprattutto, traslocare la ricerca di giustizia nei talk-show, o nei forum delle sensazioni soggettive. Ebbene, invece, attorno alla tragedia di Cogne, si è fin dal primo giorno allestito un immenso teatro massmediatico, cui non si sono sottratti i protagonisti.

Anche in questi giorni ce n’è stato un picco, con l’annuncio del difensore che "rivelerà il nome del vero assassino", scavalcato dal detective di fiducia che già puntava il dito su "un folle conosciuto a Cogne", salvo poi essere bruscamente zittito.

Sembra di assistere a colpi di teatro nel teatro. Non è questo lo stile della verità. La verità si fa strada nella luce piena, non con lame oblique.

Ma quanto i "media" hanno assecondato questo stile? Appena due mesi dopo il delitto, nel quotidiano brulichio di una folla di cronisti e operatori, il Garante della privacy chiedeva «rispetto della dignità personale e della riservatezza» e nel luglio 2002 bollava certe immagini pubblicate da un settimanale come «gravemente lesive del principio di dignità dell’individuo», fuori dei limiti del diritto di cronaca.

Parole al vento. Quello che s’è visto e udito in seguito è l’escalation di una intrusione forsennata nello scenario di sangue e di mistero, nelle denudate intimità di una storia di famiglia in cui è piombata la morte, a dire quale morte, e quale pista terrificante, e quale pigiama e ciabatte, aizzando una curiosità invogliata a scrutare lungamente l’orrore.

Da un altro lato, su questo proscenio costantemente acceso di luci artificiali, le persone sono diventate personaggi; così certe mosse della difesa, giocate in piazza, hanno tenuto desto lo spettacolo come fosse l’aula globalizzata di un super-processo collettivo in cui la fase giudiziale non pareva che un limitato, e screditabile, episodio su cui indagare.

Scrisse un giorno Francesco Carnelutti circa «quella sottile barriera di legno che divide il pubblico dal giudice», superata la quale vi è il linciaggio o il giudizio di parte, cioè il non-giudizio. Di fronte alla tragedia di Cogne e al suo spaventoso mistero, il reality-show prodotto dai media ha rovesciato su noi la provocazione, nutrita di inesauste chiacchiere esperte, a scegliere fra l’incredibile o l’inesplicabile. Ora abbiamo anche un disperato bisogno di silenzio.

 Giuseppe Anzani

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