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Colloqui col padre
D.A.


DUE GENITORI PREOCCUPATI PER IL FIGLIO ORMAI "PERSO"
TRA SPINELLI E ALCOL


"LA NOSTRA SPINA NEL CUORE"

Il papà è del parere che il figlio debba maturare da solo. Ma il tempo passa e non succede nulla. Come genitori non vogliono assistere impotenti al suo lento suicidio. Ma cosa fare?

Caro padre, la mia vita matrimoniale è sempre stata serena, senza pretese: lavoro, figli e impegno in parrocchia. Dei tre maschi, nati tutti nell’arco di tre anni, il maggiore ha scelto la via del sacerdozio e da quasi nove anni è vicario parrocchiale. Il secondo, sposato dal fratello prete, ha difficoltà sul lavoro. Come molti. Ma sia lui sia la moglie sono pieni di buona volontà e vanno avanti al meglio. Sono buoni e rispettosi, anche se si sono allontanati dalla Chiesa.

Il terzo figlio, invece, è la nostra spina nel cuore, perché si è unito a una compagnia di giovinastri e ha iniziato a bere e a usare droghe, sotto forma di sigarette.

Ora io mi chiedo: ci diamo tanto da fare per i nostri ragazzi perché, giustamente, non cadano nel giro della droga; ci battiamo per gli anziani perché non vengano abbandonati da una società che li rifiuta..., ma perché non esistono dei volontari che si prendano cura di quei giovani che, la sera dopo il lavoro, si infilano in un bar e ne escono in condizioni tali che a malapena trovano la strada di casa? Quando sono cresciuti, i figli non vogliono aiuto da nessuno. Figurarsi da noi genitori!

Nostro figlio ha tentato di trovarsi una ragazza, ma ha subìto una grande delusione, che ha peggiorato la sua situazione. Ora passa la vita così: lavora (fa il fornaio), suona (ha studiato pianoforte per una decina di anni), si rintana nella sua camera tra musica e fumo di spinelli, quando esce torna ubriaco. Non è violento, comunica pochissimo. Quando siamo assieme a tavola, noi genitori ci sforziamo di parlare con lui, ma non è facile trovare degli argomenti in comune! E poi mangia poche volte con noi. I fratelli hanno i loro impegni, non lo incontrano quasi mai: anche loro non sanno che dirgli. Lui non partecipa a nessuna festa: sia di compleanno, sia a Pasqua o a Natale... Di ferie da trascorrere assieme a noi, manco a parlarne! È chiuso nel suo mondo.

Resta a casa solo perché non ha soldi abbastanza per andare a vivere da solo. Quelle poche volte che parla, dice che ormai non può più cambiare la sua vita! E noi ci sentiamo impotenti. A chi possiamo rivolgerci? Non è proprio possibile cambiare la sua vita?

Nostro figlio ha cominciato "tardi" a bere e fumare. Quando ce ne siamo accorti, speravamo che fosse una moda passeggera. Ma così non è stato. Ora, quando fuma, non si nasconde più. Teniamo sempre aperta una finestra per mandare fuori il cattivo odore del suo fumo.

Mio marito è del parere che deve maturare da solo. Ma il tempo passa e non succede proprio nulla. So che esistono associazioni che si occupano di drogati o alcolizzati. Ma per chi, come nostro figlio, è convinto di non averne bisogno, dobbiamo aspettare che tocchi il fondo? Dobbiamo assistere al suo lento suicidio impotenti, senza fare nulla, come è accaduto con quel povero ciclista romagnolo?

Una mamma in pena 

Ho fatto un po’ di calcoli, aiutandomi coi pochi dati biografici presenti nella lettera, per rendermi conto che il "cattivo ragazzo" per il quale i genitori sono molto in pena è, in realtà, un uomo ultratrentenne. Dal racconto, invece, sembra che si stia parlando di un adolescente. O al più di un ventenne.

Lavora (anzi, lavoricchia: avrebbe, infatti, difficoltà a mantenersi da solo), non è sposato né ha legami, vive in casa, suona e fa la vita da bar. La sua è un’adolescenza prolungata, anche se molte famiglie non avranno difficoltà a riconoscervi il ritratto dei loro "ragazzi". Che non vogliono uscire dal caldo grembo di una giovinezza protratta. A cominciare dal rischio di lasciare lo stipendio di papà e le cure domestiche di mamma, affrontando la vita in proprio.

Innumerevoli indagini sociologiche ci hanno ripetuto che, nella nostra società, questa è la situazione prevalente dei giovani. Cause: la scarsità del lavoro, la difficoltà di trovare casa, il rallentamento del ciclo vitale che procrastinano l’ingresso nell’età adulta. Non mettiamo in discussione la diffusione del fenomeno e l’analisi delle cause. Solo sulla novità abbiamo da eccepire. Già Fellini, in ritratti indimenticabili che troviamo tanto nel film Roma (il figlio della padrona di casa che ospita il giovane giornalista sbarcato nella capitale) quanto in Amarcord (lo zio, che vive in casa, beneficiando delle cure che gli offre la famiglia allargata), ci ha fornito il profilo psicologico di una specie di Peter Pan latino: l’uomo-ragazzo, che rifiuta di crescere. E la famiglia che, con le migliori intenzioni, lo aiuta tuttavia a non cambiar pelle.

I genitori che ci scrivono sono preoccupati per gli spinelli e gli abusi di alcol. Non sottovaluto i loro giusti motivi di trepidazione. Ma quei comportamenti di abuso sono conseguenze, non cause. Il malessere del loro figlio ha radici più profonde. Possiamo anche capire che, nella ricerca della propria identità, abbia cercato di percorrere vie completamente diverse da quelle scelte dai fratelli (il sacerdozio uno, la famiglia ben ordinata l’altro). Molte vocazioni "artistiche" si sono nutrite di ispirazioni non dissimili. Ma anche l’artista ha bisogno di diventare adulto, uscendo dal nido e rinunciando alla condizione soffocante di "figlio di famiglia".

Avrà poi i suoi rischi: nessuna via è garantita. Ma qualsiasi rischio è preferibile al lento intristire nel bozzolo, sperando in una trasformazione, rinviata sempre a domani. Il miglior aiuto che i genitori possono dare a questo "adolescente attardato" è quello di cessare di permettergli di appoggiarsi su di loro.

 D.A.

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