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Sommario.

 


 
L'editoriale.
di Beppe Del Colle


A GERUSALEMME HANNO SFILATO IN 150.000 PER DIRE NO A SHARON

UN MURO CHE RENDE
PIÙ FRAGILE ISRAELE


Prosegue la costruzione della barriera, mentre i coloni non vogliono lasciare gli insediamenti nei territori palestinesi. E l’Europa deve fare i conti ancora una volta con un’ondata di antisemitismo.

Centocinquantamila sono tanti. Centocinquantamila in fila ai bordi di una strada lunga 90 chilometri che unisce la Striscia di Gaza al Muro del pianto di Gerusalemme. Cantavano l’inno nazionale israeliano, sventolavano le bandiere con la stella di Davide. Manifestavano contro il progetto di smantellamento di 22 fra colonie e insediamenti ebraici esistenti a Gaza, nella Striscia e in Cisgiordania, che il Governo Sharon vuole far evacuare nel giro di un paio d’anni per facilitare la "pacificazione" con i palestinesi.

Negli ultimi tempi della sua lunga vita di ebreo tedesco emigrato in Israele negli anni Venti, il grande studioso di mistica ebraica Gershom Scholem, morto nel 1982, scrisse le sue memorie di sionista d’avanguardia (ripubblicate ora da Einaudi con il titolo Da Berlino a Gerusalemme). Rievocando i discorsi con gli amici, egli si domandava: «Quale aspetto avrebbe avuto la loro esistenza nell’ambiente storico in cui si venivano stabilendo, e come avrebbero costruito la loro vita su solide basi: con, senza o contro gli arabi? All’epoca della mia emigrazione (il 1923, ndr.) le opinioni e gli spiriti cominciavano a dividersi su tali questioni, che dividono ancora oggi».

Da quando Scholem scriveva queste parole è passato un altro quarto di secolo, e quella domanda è ancora tragicamente attuale. Ancora divide. Ciò che il mondo stenta a capire è che il ritorno degli ebrei in Terrasanta sull’impulso del sionismo, cioè con l’idea di ricostruire dopo duemila anni di Diaspora lo Stato d’Israele (secondo il titolo del libro di Theodor Herzl, pubblicato nel 1896), non ha mai culturalmente e psicologicamente ammesso fino in fondo il fatto reale che in Palestina vivesse un altro popolo.

La spinta all’esodo dall’Europa, a fine Ottocento, era venuta dalla persecuzione violenta subita in quei decenni dagli ebrei russi e polacchi, più l’antisemitismo strisciante in molti altri Paesi, culminato nel clamoroso processo al capitano Dreyfus in Francia, prima condannato all’ergastolo per spionaggio, infine assolto, dodici anni dopo.

Era l’antisemitismo che oggi ritorna nella vecchia Europa, segnatamente ancora in Francia, e che spinge Ariel Sharon a invitare gli ebrei di quel Paese a trasferirsi "immediatamente" in Israele. Parigi ha risposto piccata, da Chirac in giù. Su Le Monde una tabellina illustra le partenze dalla Francia (in cui vivono seicentomila ebrei, record europeo) verso la Palestina dal 1950: non più di 2.500 l’anno. 

Israele sta ora costruendo una "barriera di sicurezza" contro il terrorismo nei Territori occupati con la Guerra dei sei giorni del 1967 e abitati in assoluta prevalenza da arabi. Il "muro" è stato condannato dall’Alta corte di giustizia dell’Aja, cui è seguito un analogo giudizio dell’Assemblea dell’Onu, a grande maggioranza (compresi i 25 Paesi dell’Unione europea, nonostante i distinguo dei Governi italiano e inglese). La Corte suprema israeliana ne ha ammesso l’illegittimità per un breve tratto.

In Italia incalza un’offensiva editoriale: da un lato il libro passionalmente polemico di Fiamma Nirenstein, Gli antisemiti progressisti (Rizzoli), in cui si collega l’antisemitismo odierno all’antiamericanismo; dall’altro A precipizio, di Michel Warschawski, sulla crisi della democrazia in Israele, e Parlare con il nemico (entrambi editi da Bollati Boringhieri) in cui cinque studiosi israeliani e altrettanti palestinesi illustrano le ragioni degli uni e degli altri, nello spirito "revisionista" dei nuovi storici ebrei, sulla scia del capolavoro di Benny Morris, Vittime (Rizzoli). Leggerli, per capire. Se possibile.

 Beppe Del Colle

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