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Come la banda di Robin Hood, anonimi e notturni si muovono senza lasciare tracce: sono i "bravi ragazzi antiracket" di Palermo. Di notte attaccano manifesti esplosivi che scuotono le coscienze: "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Coraggiosi ed elettronici, non rispondono mai ai cellulari, ma guardano il display e richiamano solo se il numero è di un amico fidato, circospetti perfino negli indirizzi e-mail (pppsss,tttuuu@hotmail.it), danno appuntamenti alle fermate dei bus.
I carbonari e i partigiani hanno fatto l’Italia e la democrazia, loro vogliono fare la Sicilia senza pizzo. Senza il pedaggio che ogni esercizio commerciale che fa un buon fatturato, se non è amico degli amici, deve versare alla mafia per evitare danni alle attività o ai propri familiari. In Sicilia e a Palermo paga circa il 70 per cento di commercianti e imprenditori (dati della Confesercenti e della Procura della Repubblica). Pagano poco, ma pagano quasi tutti e nel silenzio generale. E i "ragazzi", che sono ormai una quarantina, tutti sotto i trent’anni, alcuni laureati – due sono medici –, hanno deciso di mobilitarsi. Vanno in giro di notte a piedi e in bicicletta. Con il nastro adesivo attaccano manifesti listati a lutto, sui negozi, sulle chiese, e quel riferimento al "popolo senza dignità" sveglia Palermo una mattina di fine giugno. Due settimane dopo c’è il Festino della Santuzza, e di nuovo la città tappezzata di manifesti a lutto: "Santa Rosalia liberaci dal pizzo". Per dare un allarme anche alla Chiesa, dicono i ragazzi, «che mette fra i problemi di Palermo la disoccupazione, il piano regolatore, i senza casa e solo dopo si ricorda della mafia. Chiediamo al cardinale Salvatore De Giorgi di stare dalla nostra parte».
«Paghiamo per dimenticare che siamo schiavi», scrivono in una lettera alla città, «e per dimenticare che l’insieme di tutti i passi che percorriamo quotidianamente per fare la spesa definiscono le maglie della rete economica con la quale la mafia si sostenta e ci opprime. "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità": quando questo principio sarà nella testa e nel cuore di tutti i siciliani, riscoprendo l’amor proprio ci saremo liberati della mafia». Niente cognomi, solo nomi e tutti falsi, Salvo, Vittorio, dicono di non conoscersi tra loro. Non li trova la mafia e non vuole trovarli (forse) nemmeno la polizia. Nel primo mese di campagna, solo un ragazzo identificato dai carabinieri, e rilasciato.
L’assessore sta dalla loro parte «Mi auguro che vincano», dice l’assessore alla Legalità del Comune di Palermo, Michele Costa, figlio del procuratore della Repubblica ucciso da Cosa nostra. «Avranno tutto il mio appoggio: la vera colpa dei commercianti e dei loro rappresentanti di categoria non è certo quella di non essersi offerti individualmente come vittime sacrificali e di non fare un atto d’eroismo come fu quello dell’imprenditore palermitano Libero Grassi, ucciso dalla mafia per aver detto no all’estorsione. La loro colpa è di non essere riusciti a trovare l’unità, che è la sola arma contro il racket». I ragazzi che vogliono sfondare nel sentire generalizzato, torpido e diviso in mille rivoli di onesta paura, hanno un’e-mail che suona come una sfida: coraggiosicilia@hotmail.it.
La rivolta contro il racket Hanno amici a Bagheria e a Ficarazzi, nella provincia, dove sono comparsi altri manifesti listati a lutto. Hanno un sostegno alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo, dove è nata un’associazione con obiettivi analoghi, "Diamo alla Sicilia il coraggio antipizzo che non ha". Sono le giovani leve siciliane, gli occhi nuovi che vogliono cambiare il mondo. Dalla Regione più racketizzata d’Italia parte la rivolta contro il racket, in un momento in cui il sistema mafioso dell’estorsione vince anche a Castellammare del Golfo (Trapani), dove la "regia" del pizzo sarebbe in mano a due donne boss appena arrestate con altri 21 personaggi: Antonella Maria Di Graziano, moglie del capomafia Francesco Domingo, detenuto che dava ordini in carcere malgrado il 41 bis, e Rosa Fiordilino, moglie dell’ex reggente della cosca Gioacchino Calabrò, pure lui in carcere. Pizzo su tutto, agli ordini delle due donne: sulla pesca del tonno, sui pedalò, sui servizi turistici, su ogni attività economica compresa fra Alcamo e Castellammare, perfino sulle troupe cinematografiche. È quello che emerge dall’inchiesta "Tempesta", condotta dalla squadra mobile di Trapani. Come del resto per rischio-pizzo fu costretta a emigrare fuori Palermo la troupe di un film girato a Brancaccio, il quartiere a rischio di Palermo dove fu ucciso il parroco don Pino Puglisi.
Nel nome di Libero Grassi Da più parti, applausi per i "bravi ragazzi antiracket". Da Alice Grassi e Pina Maisano, figlia e moglie di Libero: i ragazzi hanno cercato il sostegno della famiglia Grassi che considerano un simbolo, e hanno trovato una "nonna" nella vedova dell’eroe antiracket: «Li considero tutti miei nipoti». Arrivano i pubblici complimenti del senatore di Forza Italia Carlo Vizzini, che sottolinea l’enormità della piaga: «La mafia pratica l’estorsione a tappeto». E il riconoscimento del procuratore di Palermo Pietro Grasso: «Rispetto a una situazione di immobilismo assoluto, i ragazzi hanno avuto il merito di riproporre il problema all’attenzione dell’opinione pubblica». In un luglio come questo, in cui il telefono "Sos antiracket" della Confesercenti di Palermo viene disattivato perché negli ultimi tre mesi ha registrato solo il silenzio, i quattromila manifesti sono l’unico passo avanti.
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