![]() |
|
|
|
|
|
Kazan’ Tatarstan, con l’accento sull’ultima "a". E tatari (accento sulla seconda "a") gli abitanti. Approfittiamo dell’iniziativa di Giovanni Paolo II, che ha annunciato la restituzione alla Chiesa ortodossa russa della Madonna di Kazan’, l’icona più famosa della storia russa, per familiarizzare con parole che potrebbero venirci buone. Perché? Le ragioni non mancano. La più evidente, e non la meno importante in tempi di rancori e bombe, è che in questa Repubblica autonoma della Federazione russa (capitale appunto Kazan’) convivono, e bene, musulmani (quasi tutti tra i tatari, che sono il 49 per cento della popolazione), cristiani (soprattutto russi e ortodossi, 44 per cento) ed ebrei. Nonostante che la rinascita religiosa dopo la fine dell’Urss sia stata impetuosa per tutti: 38 comunità religiose dieci anni fa, di cui 18 islamiche e 15 ortodosse; più di 1.000 oggi, di cui 700 islamiche e 150 ortodosse. E nonostante che il comune passato non sia tutto rose e fiori, anzi. La prima entità statuale, da queste parti, fu fondata dai Bulgari, poi islamizzati nel 922. Da Gengis Khan a Khrusciov Nel Trecento s’insediarono i mongoli di Chingiz Khan (noi lo chiamiamo Gengis Khan...), che imposero anche il nome tata, da una delle loro tribù. Nel Quattrocento fu la volta dell’Orda d’Oro, nel Cinquecento lo zar Ivan il Terribile conquistò la città e il territorio (1552), passando a fil di spada un bel po’ di tatari. Nel Settecento la rivolta contadina di Pugaciov insanguinò la regione, seguita da un’altrettanto violenta ribellione dei non russi. E così via, fino alle persecuzioni antireligiose degli anni Trenta (Stalin) e Cinquanta (Khrusciov). «La nostra gente ha capito che i conflitti non nascono mai dalle religioni ma dalle contese economiche e territoriali», dice Itzhak Gorelic, rabbino capo del Tatarstan, «anche se spesso la fede viene usata come paravento. La cosa davvero strana, però, è che qui sembrano averlo capito anche le autorità». Concetto che, in maniera assai più pittoresca, viene replicato da Iskhak Kasratovic, colonnello dell’artiglieria in pensione nonché imam della moschea del Giubileo: «Da Celnov, una città non lontana da Kazan’, due tatari sono partiti per andare in Afghanistan a combattere contro gli americani. Li hanno messi in prigione prima i talebani a Kandahar, poi gli americani a Guantanamo, infine i russi a Krasnodar. E uno di loro è un imam: ma come, il 90 per cento dei fedeli non va alla preghiera e lui va in Afghanistan? Doveva restare qui, a lavorare, altro che in Afghanistan». E per la serie Tatarstan da scoprire: la moschea si chiama "del Giubileo" perché fu costruita nel 1922 in memoria dell’islamizzazione del 922. Era in legno e nel 1924 Stalin in persona diede il permesso di ricostruirla in pietra. Fu la prima moschea edificata sotto il potere sovietico.
Chevrolet Blazer (foto AP). La città si fa bella, ancora più bella Kazan’ ricorda nel 2005 i mille anni della fondazione e nell’attesa si fa bella. O meglio: ancor più bella. Il Cremlino, appollaiato su uno dei sette colli che presso i locali fanno subito scattare il paragone con Roma, è nella lista dell’Unesco dei beni artistici del mondo, essendo l’unica fortezza tatara giunta intatta fino a noi, anche se riedificata in pietra da Ivan il Terribile. E il Volga qui è una meraviglia, distesa d’acqua attraversata in estate dalle rotte della navigazione turistica e per tutto l’anno dai traffici del commercio. Le dighe e gli sbancamenti realizzati a fine anni ’50 mangiarono molte terre fertili, ma oggi l’impressione di un fiume largo anche 10 chilometri è davvero notevole. Come si diceva, però, il Tatarstan e Kazan’ sono una miniera di aneddoti, curiosità ed eccezioni. L’Università della capitale ha compiuto 200 anni nel 2004. Studiò qui anche Lev Tolstoj, nipote del governatore, ma pare che in quegli anni preferisse i balli ai libri. Nacque a Kazan’ il famoso basso Fjodor Scialiapin, in gioventù amico di Maksim Gorkij che lavorava come garzone di un fornaio. Si presentarono insieme all’audizione per il coro del teatro dell’opera: risultato, scartato il futuro divo della lirica, arruolato il panettiere-scrittore. Lenin cominciò da queste parti ad agitare e ad agitarsi, e in città è rimasto l’unico monumento russo a Lenin giovanotto, con le falde del cappottone da studente che svolazzano e lo sguardo fisso alle rivoluzioni prossime venture. Rudolf Nureev (cognome tataro, pronuncia: Nurìev) nacque sul treno che portava sua madre verso Kazan’, dove poi il grande ballerino diede le sue prime prove, prima di essere chiamato a Mosca e agli onori del Bolscioi. Anche in economia il Tatarstan può vantare i suoi primati. Prima della Rivoluzione d’ottobre era il distretto più industrializzato della Russia imperiale, con 128 imprese tra cui le tre più grandi del Paese. E oggi? Saremo irriverenti, ma il dato che salta all’occhio è questo: per gli investitori questa è una delle Repubbliche russe a rischio più basso. «L’Ikea è arrivata qui prima che a Mosca», dice con orgoglio Kamil Shamilievic Iskhakov, da 15 anni sindaco di Kazan’. Nel luglio del 2000 Iskhakov fu ricevuto da Giovanni Paolo II in Vaticano e non mancò di recapitare al Papa l’ennesimo appello per la restituzione dell’icona. Ma adesso è tempo di vantare glorie più materiali: «La disoccupazione è all’1,2 per cento (in Russia al 10 per cento, ndr), ma la velocità dello sviluppo è tale che già scarseggia la manodopera. Per il grande giubileo del 2005 abbiamo in programma il restauro di oltre 1.000 tra edifici, palazzi e monumenti e una serie di grandi opere pubbliche, tra cui la costruzione della metropolitana». Putin, un amico generoso Da dove arrivano i quattrini? L’industrializzato Tatarstan ha superato con danni ridotti gli scossoni degli anni Novanta ed è sopravvissuto alla riconversione dell’industria militare soprattutto per due ragioni: è ricco nel sottosuolo (petrolio, gas naturale) e in superficie, con un’agricoltura che sfrutta quasi il 70 per cento del territorio e piazza la Repubblica nei primi tre posti per produzione di latte, carne e cereali. In più, gli ottimi rapporti del presidente Mintimir Shaimiev con il presidentissimo Putin garantiscono che il Cremlino sia attento alle esigenze del Tatarstan e il flusso dei finanziamenti statali sia largo e liscio come le acque del Volga davanti a Kazan’. E il mondo ortodosso? Chi ha fatto esperienza dell’orgoglio moscovita dovrebbe vedere gli effetti della bizzarra miscela tatara. Nel Paese gli ortodossi sono l’enorme maggioranza, qui corposa minoranza. A Kazan’ hanno accettato senza proteste la ricostruzione nel Cremlino della moschea che fu abbattuta da Ivan il Terribile. E tra sante icone, aziende e mullah fioriscono iniziative d’avanguardia. Al monastero maschile Raifa hanno istituito un orfanotrofio. Quaranta ragazzi, che vengono dalla strada o da famiglie in difficoltà, vivono qui, studiano in città, una volta diplomati vengono inseriti nelle aziende locali. Nel corridoio del convitto, una grande foto di Igor’ Shevciuk, cantante dei Ddt, il gruppo rock più famoso in Russia. Le chitarre e gli strumenti della sala da musica li ha regalati lui. Fulvio
Scaglione
|