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PERCHÉ LE DOLOMITI CONTINUANO A SGRETOLARSI COSÌ
BELLE COSÌ FRAGILI
Il fascino delle Dolomiti è legato alla loro fragilità. Le strutture della superficie terrestre più sono irregolari e più sono esposte ai fenomeni generati dal potente motore meteorologico che si manifesta attraverso piogge, nevicate, venti e tempeste di ogni tipo. Gli alberi e la vegetazione sono gli strumenti indispensabili per la protezione delle superfici irregolari. La bellezza delle monumentali strutture dolomitiche è legata alla roccia viva, priva di qualsiasi protezione. Venti e piogge agiscono in modo diretto su quelle strutture che sono inevitabilmente destinate a subire l’effetto devastante del motore meteorologico. Fin qui tutto secondo copione. Le novità iniziano nel 1997 con l’installazione di una serie di stazioni di osservazione per misurare l’effetto della spinta che la placca africana esercita su quella euroasiatica. Le Alpi sono nate da questa potente forza che agisce da milioni e milioni di anni, anche se è in fase di lento, lentissimo declino. Questa "spinta" produce una velocità di spostamento delle zone superficiali di circa 5 millimetri l’anno e forse anche meno. È grazie alle misure ottenute con queste stazioni legate al Gps (Global positing system) che sono state scoperte molte novità. Una di queste sembrerebbe dire che ci sia in atto un fenomeno di "stiracchiamento" delle Alpi occidentali.
Il motore meteorologico Come se non bastasse, viene fuori che esiste una "microplacca adriatica" dotata di un movimento rotatorio il cui centro si trova nella parte nord della Pianura padana. E qui potrebbero entrare in gioco fenomeni tali da amplificare sulle strutture dolomitiche gli effetti dovuti al motore meteorologico. Le misure dicono che la rotazione è antioraria e che è proprio questa rotazione ad avere provocato il fenomeno di "stiracchiamento" delle Alpi occidentali. I terremoti registrati in questi ultimi tempi confermerebbero questo modello teorico. È bene precisare che la rotazione citata nasce dalla spinta che la placca africana esercita sulla placca euroasiatica. Se questo movimento di placche andasse avanti al ritmo attuale, nel corso di un paio di milioni di anni, l’Adriatico sarebbe destinato a scomparire. Quello che accade con le cinque torri di Cortina potrebbe essere il campanello d’allarme che scatta nel punto in cui la fragilità delle meravigliose strutture dolomitiche amplifica effetti estremamente difficili da mettere in evidenza. Per essere sicuri sulle conclusioni relative a legami tra erosioni meteorologiche e movimento rotatorio della microplacca adriatica è necessario continuare a registrare per tanto tempo ancora, 24 ore su 24, le velocità degli spostamenti della superficie terrestre, che sono dell’ordine del millimetro l’anno. Le misure vanno estese fino all’estrema parte orientale dove sono state installate stazioni Gps, sia nella zona interna delle Alpi, come Modane, sia fuori dalla catena alpina a sud, come Torino, Nizza e Genova. E non basta. La certezza nelle conclusioni sui movimenti delle microplacche ha le sue radici nel blocco geologico corso-sardo, in quanto questa zona è ancorata alla parte solida e stabile della placca euroasiatica e non deve quindi registrare alcun movimento. Un laboratorio naturale Gli strumenti del Gps installati in Corsica (Ajaccio) e in Sardegna (Cagliari) confermano la totale stabilità del blocco geologico corso-sardo, dando così la certezza che esiste la rotazione antioraria della microplacca adriatica. Gli anni a venire ci diranno se questa rotazione è in fase di aumento o di stabilità. I movimenti della crosta terrestre registrati nelle zone
che vanno dalle Alpi all’Adriatico fanno di questa parte dell’Europa un
laboratorio naturale che permetterà – grazie ai moderni strumenti
tecnologici e ai modelli matematici che usano i supercomputer – di
verificare la validità delle diverse teorie proposte. La collisione tra l’Africa
e l’Europa è lungi dall’essere stata capita e porterà a ulteriori
sorprendenti novità.
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