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Un'occasione formativa che non va sprecata |
Suona la campana. Ore 9.15. In II A, l’ora di religione. Entra l’insegnante. Escono un po’ di studenti, poco più di metà classe, nella media dell’istituto. Non fanno religione, vanno a ripassare greco: due ragazze si arrangiano sedendosi su una cattedra nel corridoio, altri organizzano un gruppetto di studio nel bar della scuola. L’aula alternativa non c’è. Gli altri restano in classe. Tutti, poco meno di 18 anni, ciascuno una storia, raccontano le ragioni della loro scelta, comunque pensata, "sentita". Quelli che hanno detto no Sara Ibrahim: «Mio papà è egiziano, mia mamma italiana, sono cresciuta tra islam e cristianesimo, ma questo non c’entra con la scelta di non frequentare religione. Non è nemmeno questione di fede: da ragazzina ero più orientata verso il cattolicesimo, ora non sono più credente, però ho sempre partecipato alle lezioni di religione: è un’ora importante anche di confronto e dibattito. Ma quest’anno abbiamo cambiato prof e in classe non sento più la partecipazione di prima, così ho lasciato per avere un’ora in più per studiare». Sara Clementi: «Anch’io ho smesso quest’anno, perché ho l’impressione che la lezione non venga presa troppo sul serio, molti stanno in classe ma non partecipano, così è un’ora persa. Molti hanno rinunciato quest’anno, forse perché, più grandi, ci si sente meno condizionati dai genitori. Io sono agnostica. I miei genitori, atei, mi hanno sempre consigliato di fare religione e mi hanno lasciato libera. Ho frequentato in passato una scuola cattolica, ho scelto liberamente il battesimo, per un po’ sono andata in chiesa. Poi mi sono resa conto che forse avevo scelto più per adeguarmi a un ambiente che per reale convinzione, e mi sono un po’ allontanata, perché la religione è una cosa seria». Mattia Palma: «Ho scelto fin dall’inizio di non partecipare. Non sono religioso, non mi interessa quell’insegnamento, preferisco un’ora libera di riposo nella mattinata, sono già molto preso dalle altre materie. Il dubbio sulla fede mi è venuto, come credo venga a tutti, ma, riflettendo da solo e con gli adulti, non ho mai avvertito davvero l’esigenza di sentirmi più sicuro legandomi a una religione. Alle elementari e alle medie i miei mi hanno iscritto per non farmi sentire escluso. Un po’ di curiosità l’ho avuta, ma non abbastanza forte». Andrea Conte: «Non ci credo, non ho mai fatto religione, solo alle medie ho partecipato per sbaglio, per un modulo compilato male. Ho frequentato tre anni, con qualche interesse in terza, quando abbiamo affrontato anche la storia delle religioni, ma non ero attratto a sufficienza per continuare. I miei genitori sono atei, i nonni sono credenti, nessuno mi ha mai imposto nulla. Non ho i sacramenti, ma se avessi scelto il battesimo avrei avuto totale libertà».
E quelli che hanno detto sì Laura Prosperi: «Sono cristiana, vado in chiesa, mi piace molto il confronto con altre religioni, come abbiamo fatto negli anni scorsi. Apprezzo il fatto che si discuta di problemi morali, che si facciano dibattiti. Si impara molto durante queste lezioni: cerchiamo di capire come agiscono le persone che credono e quali sono le posizioni della Chiesa. Emergono idee diverse, confronti costruttivi con chi, pur non credendo, frequenta. Sono sempre stata sicura di partecipare, a prescindere dai prof che cambiano, perché lo ritengo comunque interessante». Giulia Spruzzola: «L’ora di religione è un’occasione che dà opportunità di affrontare temi importanti: l’eutanasia, la libertà, la pena di morte, cosa che in nessun’altra ora possiamo fare. Sono soddisfatta della lezione così com’è. Esserci è un modo di conoscere, non è necessario essere cattolici. Dovessi definirmi, direi agnostica. Fino a un annetto fa frequentavo la chiesa, ora quasi più, mi rendo conto che dalla messa non esco cambiata: mi è capitato di riavvicinarmi nei momenti di grande bisogno, ma mi sono sentita ipocrita». Arianna Montanari: «Partecipo perché studio già a sufficienza, al
bar sto abbastanza e non credo proprio sia un’ora buttata via. Sono
cattolica non praticante. Diciamo che ho scelto più per una ragione di
cultura che di fede, ma non escludo che mi possa aiutare a riaccostarmi, non
mi dispiacerebbe. Michela Masetti: «Vengo da una famiglia cristiana, mi sembra naturale assistere alla lezione. So che definirsi cattolici a scuola dà l’immagine del ragazzo un po’ troppo perbene, ma io sono contenta di dirlo. A volte, conoscendo le mie inclinazioni, gli amici si consultano per capire meglio le posizioni della Chiesa e dei credenti. Anche questo è stimolante. Molti temono che l’ora di religione sia un’ora di catechismo, invece è prima di tutto un confronto. Il cristianesimo è alla base della nostra cultura, che ci piaccia o no; conoscerlo aiuta a capire la storia e la società in cui viviamo». Sensibilità diverse, esperienze diverse. Voci nude a contrasto per un’esigenza comune a tutti: il confronto. Per capire, per crescere.
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