Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 




Un'occasione formativa
che non va sprecata

Una terra più povera
ma anche più devota

 
Attualità.
di Elisa Chiari, Saverio Gaeta


SCUOLA
LUCI E OMBRE DI UNA MATERIA IMPORTANTE E DIBATTUTA


L’ORA DEL CONFRONTO

Nove studenti su dieci scelgono ancora di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, anche se la realtà è  "a macchia di leopardo". Voci da un liceo milanese.

I più recenti dati sull’Insegnamento della religione cattolica (Irc), relativi all’anno scolastico 2003-04, mostrano una sostanziale tenuta complessiva: la media nazionale degli studenti che se ne avvalgono è il 92,7 per cento, rispetto al 93,5 per cento di dieci anni fa. A livello locale emerge una fotografia "a macchia di leopardo", con una significativa disomogeneità fra le diverse zone d’Italia: nel Nord la media di adesione è dell’88,2%, nel Centro è del 91,5% e nel Sud è del 98,5%. Più in particolare, a regioni che nell’ultimo biennio manifestano un trend lineare, come la Campania (che oscilla sempre attorno al 99% di adesioni), o che addirittura hanno visto aumentare la partecipazione, come l’Emilia-Romagna (passata dall’87% al 90,4%), si affiancano altre, come la Lombardia, dove dall’89,2% del 2002-03 si è passati all’87,3 dello scorso anno. Si conferma invece la graduale perdita di alunni nel corso dell’itinerario scolastico, con un tracollo soprattutto fra le medie inferiori e superiori: nelle prime c’è il 94,1% di studenti che si avvalgono, contro l’86,5% delle superiori. Dinanzi alle sfide che ovviamente vengono proposte da tali cifre, c’è da segnalare il progressivo miglioramento nella qualità dei docenti, che proprio negli ultimi mesi hanno affrontato il tanto atteso concorso per l’immissione in ruolo, che li parifica giuridicamente agli insegnanti delle altre discipline. Sono più di 15.000 le cattedre assegnate. E la metamorfosi avvenuta nel corpo docente è evidente se si pensa che i laici sono passati dal 63,4% del 1993-94 all’attuale 81,8%, di cui due terzi sono donne.

Saverio Gaeta

  
Milano, liceo classico Berchet. Solita aria di scuola secondaria statale: edifici che si somigliano tutti, austeri, bigi, pure se i muri sono giallo senape sporco ad altezza d’uomo, luce fredda e un che di sdrucito anche quando, come qui, nel complesso è tutto in ordine.

Suona la campana. Ore 9.15. In II A, l’ora di religione. Entra l’insegnante. Escono un po’ di studenti, poco più di metà classe, nella media dell’istituto. Non fanno religione, vanno a ripassare greco: due ragazze si arrangiano sedendosi su una cattedra nel corridoio, altri organizzano un gruppetto di studio nel bar della scuola. L’aula alternativa non c’è. Gli altri restano in classe. Tutti, poco meno di 18 anni, ciascuno una storia, raccontano le ragioni della loro scelta, comunque pensata, "sentita".

Quelli che hanno detto no

Sara Ibrahim: «Mio papà è egiziano, mia mamma italiana, sono cresciuta tra islam e cristianesimo, ma questo non c’entra con la scelta di non frequentare religione. Non è nemmeno questione di fede: da ragazzina ero più orientata verso il cattolicesimo, ora non sono più credente, però ho sempre partecipato alle lezioni di religione: è un’ora importante anche di confronto e dibattito. Ma quest’anno abbiamo cambiato prof e in classe non sento più la partecipazione di prima, così ho lasciato per avere un’ora in più per studiare».

Sara Clementi: «Anch’io ho smesso quest’anno, perché ho l’impressione che la lezione non venga presa troppo sul serio, molti stanno in classe ma non partecipano, così è un’ora persa. Molti hanno rinunciato quest’anno, forse perché, più grandi, ci si sente meno condizionati dai genitori. Io sono agnostica. I miei genitori, atei, mi hanno sempre consigliato di fare religione e mi hanno lasciato libera. Ho frequentato in passato una scuola cattolica, ho scelto liberamente il battesimo, per un po’ sono andata in chiesa. Poi mi sono resa conto che forse avevo scelto più per adeguarmi a un ambiente che per reale convinzione, e mi sono un po’ allontanata, perché la religione è una cosa seria».

Mattia Palma: «Ho scelto fin dall’inizio di non partecipare. Non sono religioso, non mi interessa quell’insegnamento, preferisco un’ora libera di riposo nella mattinata, sono già molto preso dalle altre materie. Il dubbio sulla fede mi è venuto, come credo venga a tutti, ma, riflettendo da solo e con gli adulti, non ho mai avvertito davvero l’esigenza di sentirmi più sicuro legandomi a una religione. Alle elementari e alle medie i miei mi hanno iscritto per non farmi sentire escluso. Un po’ di curiosità l’ho avuta, ma non abbastanza forte».

Andrea Conte: «Non ci credo, non ho mai fatto religione, solo alle medie ho partecipato per sbaglio, per un modulo compilato male. Ho frequentato tre anni, con qualche interesse in terza, quando abbiamo affrontato anche la storia delle religioni, ma non ero attratto a sufficienza per continuare. I miei genitori sono atei, i nonni sono credenti, nessuno mi ha mai imposto nulla. Non ho i sacramenti, ma se avessi scelto il battesimo avrei avuto totale libertà».

Tabella.

E quelli che hanno detto sì

Laura Prosperi: «Sono cristiana, vado in chiesa, mi piace molto il confronto con altre religioni, come abbiamo fatto negli anni scorsi. Apprezzo il fatto che si discuta di problemi morali, che si facciano dibattiti. Si impara molto durante queste lezioni: cerchiamo di capire come agiscono le persone che credono e quali sono le posizioni della Chiesa. Emergono idee diverse, confronti costruttivi con chi, pur non credendo, frequenta. Sono sempre stata sicura di partecipare, a prescindere dai prof che cambiano, perché lo ritengo comunque interessante».

Giulia Spruzzola: «L’ora di religione è un’occasione che dà opportunità di affrontare temi importanti: l’eutanasia, la libertà, la pena di morte, cosa che in nessun’altra ora possiamo fare. Sono soddisfatta della lezione così com’è. Esserci è un modo di conoscere, non è necessario essere cattolici. Dovessi definirmi, direi agnostica. Fino a un annetto fa frequentavo la chiesa, ora quasi più, mi rendo conto che dalla messa non esco cambiata: mi è capitato di riavvicinarmi nei momenti di grande bisogno, ma mi sono sentita ipocrita».

Arianna Montanari: «Partecipo perché studio già a sufficienza, al bar sto abbastanza e non credo proprio sia un’ora buttata via. Sono cattolica non praticante. Diciamo che ho scelto più per una ragione di cultura che di fede, ma non escludo che mi possa aiutare a riaccostarmi, non mi dispiacerebbe. 
È comunque interessante, credo che tutti dovrebbero partecipare. Che senso ha chiedere una scuola che guardi all’attualità, se poi nell’unica occasione che ci viene offerta andiamo al bar?».

Michela Masetti: «Vengo da una famiglia cristiana, mi sembra naturale assistere alla lezione. So che definirsi cattolici a scuola dà l’immagine del ragazzo un po’ troppo perbene, ma io sono contenta di dirlo. A volte, conoscendo le mie inclinazioni, gli amici si consultano per capire meglio le posizioni della Chiesa e dei credenti. Anche questo è stimolante. Molti temono che l’ora di religione sia un’ora di catechismo, invece è prima di tutto un confronto. Il cristianesimo è alla base della nostra cultura, che ci piaccia o no; conoscerlo aiuta a capire la storia e la società in cui viviamo». Sensibilità diverse, esperienze diverse. Voci nude a contrasto per un’esigenza comune a tutti: il confronto. Per capire, per crescere.

 Elisa Chiari
   
   
UNA LEZIONE SEMPRE PIÙ IMPEGNATIVA

Nelle diciotto ore di insegnamento settimanali, un docente di religione entra in altrettante classi e si rivolge mediamente a 300-350 studenti. «Certamente non è un lavoro facile, ma se si è davvero motivati è impossibile non farsi coinvolgere dalla sfida di un incontro vero con gli allievi, facilitato dalle tematiche che presentiamo», racconta il professor Pasquale Troìa, da 20 anni al liceo scientifico Farnesina di Roma e a lungo impegnato nel sindacato di categoria Snadir come direttore del Centro studi.

Lo stereotipo di chi è finito sulla cattedra di religione per poter contare su uno stipendio a fine mese è ormai tramontato da un pezzo. La preparazione culturale e la competenza didattica sono ormai patrimonio comune di tutti gli insegnanti di religione, anche grazie ai corsi di aggiornamento delle diocesi. «E questo ci viene riconosciuto ormai», prosegue Troìa, «anche dai docenti delle altre materie, i quali si sono resi conto che l’ignoranza religiosa è da considerare una vera e propria ignoranza culturale. Da parte nostra, abbiamo finalmente sfatato il pregiudizio di essere emissari del vescovo o propagandisti della catechesi parrocchiale».

Oggi buona parte delle lezioni di religione cattolica guarda con attenzione all’interdisciplinarità e al dialogo interreligioso, approfittando anche della presenza in classe di ragazzi provenienti da altre culture. Secondo il professor Troìa, uno degli spunti migliori è proprio quello di partire dall’esperienza diretta dei ragazzi, con uno sguardo attento al loro territorio, nel quale sono ovviamente presenti in misura notevole le tracce del sacro. Di qui sorge spontaneo l’ampliamento dell’interesse all’ambito artistico, al folclore, alle tradizioni popolari, che permettono approfondimenti insospettati e un’interazione trasversale fra classi diverse.

Un aspetto costante è poi il ricorso all’insegnante di religione quando nelle classi si evidenzia qualche problema. Il motivo, spiega Troìa, «è che di norma fra noi e gli allievi si instaura un dialogo molto più aperto alle loro problematiche, rispetto a quanto può accadere per gli altri professori».

sa.ga.


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