Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 




La lotta all'ingiustizia
dei volontari "scomodi"

Giustizia è mettere l'uomo
al centro della politica

 
Speciale Avvento - Le virtù oggi - Giustizia
di Giordano Muraro


IL TEOLOGO MURARO - RISPETTARE LE LEGGI, 
MA PRIMA DI TUTTO LA COSCIENZA


A OGNUNO IL SUO

Ancora oggi sul frontespizio dell’Osservatore Romano spicca la frase: Unicuique suum, cioè, a ognuno il suo. È il modo più breve per definire la giustizia. Ma chi è questo "ognuno" e cos’è il "suo"? Quando si dice "ognuno" si intende ogni essere esistente, sia che si tratti di esseri superiori all’uomo, o pari all’uomo, oppure a lui inferiori. Quando si dice "suo" si intende il riconoscimento di quello che ogni essere è, e ciò che gli è dovuto in forza di quello che è.

Se vogliamo essere giusti con l’uomo dobbiamo ricordare che è immagine di Dio e gli è dovuto il rispetto di chi porta in sé la bellezza e la ricchezza del volto di Dio.

Quando si parla di giustizia si pensa quasi sempre alle sole questioni economiche. Invece riguarda tutti i tipi di rapporti che l’uomo stabilisce con gli altri uomini. Possiamo portare due esempi negativi, quello della diffamazione e quello della raccomandazione.

(foto AP).
(foto AP).

Un male diffusissimo

La diffamazione, a differenza della calunnia, non accusa una persona di cose false; diffonde cose vere, ma infamanti. È un male diffusissimo. C’è un certo gusto a frugare nella vita degli altri e a metterne in pubblico gli aspetti negativi. Invece si commette un’ingiustizia, perché non si rubano solo cose o soldi, ma anche la fama e il rispetto. La stessa cosa vale per le raccomandazioni: si commette un’ingiustizia nei confronti di coloro che hanno maggiori titoli e meriti per occupare quel posto; non solo, ma si danneggia tutta la comunità, perché i posti vengono occupati non da persone qualificate, ma da persone, appunto, raccomandate.

Chi diffama, e chi raccomanda, ha il dovere di rimediare all'ingiustizia fatta. Sono due esempi che dimostrano quanto sia estesa la virtù della giustizia.

Possiamo parlare di tre specie di giustizia: la giustizia delle persone verso le singole persone (è la giustizia detta "commutativa"), la giustizia degli individui verso la comunità (è la giustizia "legale"), e quella della comunità verso i singoli (è la giustizia "distributiva").

La prima forma di giustizia si realizza quando l’uomo rispetta i diritti dell’uomo, che sono sanciti in diverse "carte": il diritto alla vita, al lavoro, alla religione, alla parola, alla promessa, che vengono invece impediti da comportamenti ingiusti quali l’omicidio, la tortura, la mutilazione, le sevizie, l’imprigionamento ingiusto, il furto, la rapina, gli insulti, le critiche, la calunnia e la diffamazione, i molti tipi di frodi commerciali, insieme all’usura, ai ricatti, alle estorsioni.

Nell’ambito della giustizia legale, cioè della relazione che il cittadino ha con la società, si commette un’ingiustizia ogni volta che il cittadino infrange le leggi. La legge, infatti, dovrebbe regolare i rapporti tra i cittadini e tra questi e il bene comune (che è quell’insieme di beni di cui tutti hanno bisogno, ma che nessuno può produrre da solo).

Non si tratta soltanto di beni materiali (per esempio, strade, ospedali, scuole, palestre, strutture pubbliche, eccetera), ai quali si provvede con le tasse e con l'apporto delle proprie competenze, ma anche dei beni culturali e dei valori morali (l’ordine pubblico, la pace, la giustizia sociale, eccetera), ai quali si provvede eleggendo amministratori di provata onestà e capacità, e controllando il loro successivo operato.

Il cittadino non può limitarsi a obbedire alle leggi, ma deve utilizzare tutti quegli strumenti che gli permettono di verificare se le persone che ha eletto per gestire il bene pubblico fanno leggi giuste e se le applicano con giustizia. Si è responsabili non soltanto della propria vita personale, ma anche della vita della comunità intera.

I cittadini hanno il dovere di contribuire alla formazione del bene comune, ma chi ha la responsabilità della società ha il dovere di fare in modo che tutti possano usufruire di questo bene comune. È questa la giustizia distributiva, che spetta in modo tutto particolare a coloro che sono responsabili della vita sociale: i politici, gli amministratori, la magistratura, gli economisti, eccetera. Anche in questo caso non si tratta solo di distribuire equamente i beni economici attraverso politiche economiche, ma di promuovere, difendere, diffondere tutti quei beni culturali, morali, religiosi che servono all’autentica promozione dell’uomo.

Oggi si è preso coscienza che non basta più essere giusti con i singoli e con la società di cui si fa parte, ma esiste una giustizia che deve essere esercitata anche tra i popoli. L’ordine, la pace, la giustizia, il progresso sono beni che devono essere promossi per tutti: a livello nazionale e internazionale. La globalizzazione riguarda anche questi beni.

 Giordano Muraro
   
  
Il film: "In nome della legge", di Pietro Germi
La battaglia solitaria di un giudice coraggioso

Guido Schiavi, un giovane magistrato, viene trasferito alla Pretura di un paesino all’interno della Sicilia. Qui si scontra con l’omertà della gente, che lo guarda con sospetto e diffidenza. Né le cose vanno meglio con i notabili del paese, che tendono a circuirlo, e con il maresciallo dei carabinieri, il quale non fa che invitarlo continuamente alla prudenza.

Il pretore ha appena assunto il nuovo incarico che su una pietraia viene scoperto il cadavere di un giovane. Le indagini non conducono ad alcun risultato: tutti si chiudono in un mutismo assoluto e nessuno rilascia testimonianze utili a far luce sull’omicidio. Guido Schiavi non tarda ad accorgersi che la forte tensione esistente è causata dalla disoccupazione che grava sul paese. Per questo cerca di convincere un latifondista a riaprire la zolfatara nella quale lavorava la maggior parte degli abitanti. Ogni tentativo è però inutile e le sue insistenze finiscono per indispettire il proprietario della miniera, che vede compromesso e minacciato il suo potere.

Un gruppo di uomini armati gli tende un agguato, dal quale Guido Schiavi riesce miracolosamente a salvarsi. Sconfortato e deluso, sentendosi solo e abbandonato da tutti, il magistrato decide di abbandonare il suo incarico.

Con un profondo senso di rassegnazione e di sconfitta si avvia verso la stazione, quando il maresciallo dei carabinieri lo informa che la mafia ha ucciso un ragazzo, l’unica persona con cui il pretore era riuscito a stringere un rapporto d’amicizia. In un soprassalto di fierezza e dignità, il magistrato rinuncia a partire e, sul sagrato della chiesa, annuncia alla gente del paese che resterà per fare giustizia. Tratto dal romanzo Piccola pretura del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo, sceneggiato fra gli altri da Federico Fellini e Mario Monicelli, In nome della legge è il primo film d’ambientazione siciliana di Pietro Germi. Diretto con il piglio di un western (evidente la lezione di John Ford), con il suo fermo sostegno dei valori della giustizia, il film anticipa il filone sull’impegno civile che tanto lustro conferirà negli anni seguenti al cinema italiano.

Enzo Natta

   

Il biblista Ravasi 
La parabola del giudice e della vedova
L’iniquità verso i poveri colpisce il loro difensore

Giustizia è una parola sacra e violata, ora viva e fremente ora vana e abusata. Affiora in quasi tutta la Bibbia, con un’iridescenza di significati. Essa scende dal cielo e rappresenta la salvezza divina, il dono della grazia che trasforma la creatura umana divenendo quella che san Paolo chiama la "giustificazione".

Si legge nel Salmo 85,12: «La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo». Per questo dev’essere implorata come dono: è «la giustizia che deriva dalla fede in Cristo, è la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Filippesi 3,9). Tuttavia la giustizia percorre anche la terra e diventa amore, pace, fraternità, socialità, come dice ancora il Salmo 85,11: «Giustizia e pace si baceranno». La voce dei profeti è instancabile nel reclamare la presenza necessaria di questa virtù: «Ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova… Scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Isaia 1,17; Amos 5,24). Il segno della venuta del Messia è uno solo: «Regga con giustizia il tuo popolo e i tuoi poveri con rettitudine... Ai miseri renderà giustizia, salverà i figli dei poveri e abbatterà l’oppressore…» (Salmo 72,2-4.7). La voce di Cristo echeggia quella dei profeti ed è a una delle sue parabole che facciamo riferimento per illustrare la virtù della giustizia nella sua dimensione sociale (Luca 18,2-8). Essa ha per protagonisti un giudice, freddo (e forse corrotto) burocrate, e una vedova oppressa, ma non rassegnata, che reclama giustizia senza tregua, consapevole che Dio stesso è il suo difensore, come insegnava l’Antico Testamento: «Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio» (Salmo 68,6). Violare la giustizia non è, allora, solo un atto socialmente perverso, ma è anche un sacrilegio perché si colpisce il difensore dei deboli, ossia il Signore. Per questo il libro del Levitico ordinava di «non commettere ingiustizia in giudizio trattando parzialmente il povero e usando preferenze per il potente» (19,15). 
E il Deuteronomio: «Non farai violenza al diritto, non avrai riguardi personali e non accetterai regali… La giustizia e solo la giustizia seguirai!» (16,19-20). Isaia scagliava questa maledizione: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri, per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per spogliare gli orfani» (10,1-2). Alla fine della storia, dice l’Apocalisse, entrerà in scena «un cavallo bianco e il suo cavaliere si chiamerà Fedele e Giusto: egli giudicherà e combatterà con giustizia» (19,11). È il Dio della giustizia, i cui «giudizi sono veri e giusti» (19,2).

Gianfranco Ravasi


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