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di
Guglielmo
Sasinini
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LA
GUERRA INVISIBILE
Attentati,
stragi e minacce hanno segnato tutto il 2004. L’unica via d’uscita viene
dall’Europa. Se saprà accogliere le proposte di dialogo provenienti dal
mondo arabo moderato.
L’anno
orribile del terrorismo non ha risparmiato quasi nessun Paese. Dall’Irak
una lunga scia di sangue si è allungata fino alla Spagna, alla Turchia, a
Israele, ai Territori occupati, alla Grecia, alla Russia, alla Cecenia, all’Ossezia,
al Pakistan, all’Indonesia, all’India, alla Thailandia, alla Francia,
alla Germania, alla Svezia, all’Uzbekistan, al Qatar, all’Arabia
Saudita, all’Egitto, all’Algeria, alla Siria.
Quasi 300 attentati in un anno, senza contare lo
stillicidio quotidiano iracheno. Una mattanza costata la vita a centinaia e
centinaia di persone, donne, bambini, anziani, travolti dal fanatismo dei
seguaci del "qaidismo", la "dottrina" di Osama Bin Laden
ormai esportata in tutto il mondo. Il più grave attentato del 2004, quello
dell’11 marzo a Madrid, con quattro ordigni collocati su quattro treni di
pendolari, ha causato 191 morti e 1.511 feriti, e ha inferto un duro colpo
alla coalizione militare schierata al fianco delle forze americane in Irak.

L’attentato davanti alla chiesa cristiana di
Al Doura,
a sud di Baghdad, il 1° agosto 2004 (foto AP).
Una "lezione" che Al Qaida ha immediatamente
moltiplicato, dimostrando di essere in grado di dirigere la "guerra
invisibile" e di poter colpire ovunque gli interessi americani, quelli
dei suoi alleati e minacciando i "crociati" occidentali nelle loro
capitali, Italia compresa. «Nessuno si deve sentire al sicuro, vi faremo
provare ciò che gli arabi subiscono da decenni per colpa vostra», hanno
più volte ribadito, nel corso del 2004, Bin Laden e i suoi portavoce,
attraverso i videomessaggi rilanciati dall’emittente del Qatar, Al Jazeera.
L’effetto mediatico del terrore è stato amplificato all’ennesima
potenza dalle atroci immagini dei "processi" davanti alle
telecamere e delle conseguenti decapitazioni degli ostaggi occidentali
eseguite dagli uomini di Al Zarkawi, l’emissario di Al Qaida in Irak. Un
orrore senza limiti, che ha dimostrato l’impotenza dei moderni Paesi
occidentali a contrastare una ferocia che sembrava ormai relegata a più di
mille anni fa, quando era consuetudine dei "mori" catturare nel
corso delle loro scorribande i crociati e chiederne in cambio del rilascio
un cospicuo riscatto.
L’integralismo islamico ha visto nell’occupazione
militare americana dell’Irak il pretesto per scatenare la madre di tutte
le guerre, all’interno del Paese, dando manforte alla guerriglia, così da
creare un primo fronte aperto contro i «miscredenti che hanno osato
calpestare in armi il sacro suolo islamico», quindi ha aperto un secondo
fronte a livello mondiale nel nome della jihad globale, la "guerra
santa" che per sua stessa definizione non conosce confini.
La strategia di Bin Laden è stata abile, dopo l’attacco
alle Torri Gemelle ha atteso la risposta americana in Afghanistan, quindi ha
assistito agli appelli dell’amministrazione Bush affinché il mondo arabo
partecipasse attivamente alla lotta al terrorismo mondiale associandosi all’intervento
militare in Irak, ben sapendo che la reazione dei Paesi islamici gli avrebbe
dato ragione. E così è stato. A parte alcuni timidi tentativi della
Giordania, dell’Egitto e dell’Arabia Saudita di contrastare le
formazioni integraliste al loro interno, il resto del mondo arabo non solo
non ha appoggiato l’intervento degli Usa, ma si è ben guardato dal
mettere apertamente sotto accusa le formazioni integraliste islamiche.
Il 2004 non è stato l’anno che ha visto nascere un
nuovo fronte panarabo contro il terrorismo islamico, né lo sarà l’anno
che verrà. Troppi i legami e le complicità tra i sostenitori della jihad e
le popolazioni arabe, oppresse dai loro stessi regimi e da crisi economiche
che non lasciano intravedere rapide soluzioni. Troppe le ambiguità tra i
"liberatori" dell’Irak e una realtà fatta di continue
vessazioni e miserie. Per la popolazione irachena i termini
"ricostruzione" e "democrazia" non hanno ancora alcun
significato concreto. Mentre estremamente concrete sono le predicazioni di
Osama Bin Laden e dei suoi seguaci che promettono «un nuovo mondo arabo le
cui grandi risorse, a partire dai giacimenti petroliferi, saranno
completamente gestite dalle popolazioni arabe, ispirate ai princìpi
religiosi dell’Islam».
Promesse forse utopiche ma certamente comprensibili a
tutti, ai palestinesi che si apprestano a votare il loro nuovo leader, agli
iracheni, agli egiziani, agli afghani, ai sauditi, a tutti quegli arabi che
nell’11 settembre 2001 non hanno visto il peggior attacco terroristico di
tutti i tempi, bensì il primo grande segnale della riscossa mondiale.
Le minacce all’Occidente, e al nostro Paese, che ci
hanno accompagnato per tutto il 2004, sono ancora più temibili perché si
basano su un’ideologia transnazionale, che fa perno su alcuni princìpi
religiosi imprescindibili per qualunque musulmano. Il distinguo sta nell’interpretazione
della "regola" e nella sua applicazione. All’interno dell’Islam
moderato, che comunque rappresenta la maggioranza, da tempo vengono lanciati
segnali perché l’Occidente, e in particolare l’Europa, non si
appiattisca sulle posizioni della nuova dottrina Usa, ma sappia cogliere le
proposte di dialogo e di riforme che giungono proprio da quel mondo arabo
che non vuole essere assimilato con il "qaidismo" e il fanatismo
integralista. Altrimenti gli anni che verranno vedranno solo l’ingigantirsi
di una contrapposizione violenta quanto antistorica, il cui anacronismo
sarà il peggior frutto della nostra incapacità di ascoltare gli
"altri".
| E
BUSH PREPARA L’OFFENSIVA
George Bush non perde tempo. Prima ancora di
prestare giuramento per il secondo mandato alla Casa Bianca ha preso
provvedimenti per blindare l’America contro il terrorismo. Il suo
obiettivo è di costruire uno scudo più efficace e insieme più
razionale. Nel 2005 gli americani assisteranno a un rafforzamento
dell’apparato di sicurezza interno e a qualche iniziativa per
disinnescare i focolai di tensione all’estero.
Il nuovo corso si regge su tre pilastri: i primi
due sono il nuovo ministro della giustizia Alberto Gonzales e il
nuovo capo della Cia Porter Goss. Gonzales è l’ex consigliere
legale della Casa Bianca che ha suggerito a Bush la scappatoia per
eludere la convenzione di Ginevra nel trattamento dei prigionieri.
Porter Goss, ex agente segreto, ha come missione di imporre la linea
del Governo allo spionaggio. Il terzo pilastro avrebbe dovuto essere
Bernard Kerik, il poliziotto che ha applicato con successo la
formula della tolleranza zero a New York con il sindaco Rudy
Giuliani. Ma uno scandaletto di contributi non versati alla
baby-sitter lo ha costretto alle dimissioni.
Con queste nomine Bush non si è curato di
nascondere il pugno di ferro in un guanto di velluto. Tuttavia la
loro gestione potrebbe dare buoni risultati. Tom Ridge, l’ex
ministro della Sicurezza interna, era incapace di imporsi alle 22
agenzie di sicurezza di cui in teoria era il capo. Il sostituto di
Kerik avrà molto lavoro. Oggi nei porti e negli aeroporti americani
sono in vigore misure caotiche che provocano il massimo disagio ai
passeggeri con il minimo di protezione.
Questa situazione ha messo
in imbarazzo il presidente durante la campagna elettorale e il nuovo
ministro ha l’incarico di migliorarla a ogni costo.
John Ashcroft, ex ministro della Giustizia, era un
crociato che a volte si ispirava all’Antico Testamento più che
alla legge.
Quando non era occupato a coprire il seno alle statue,
lanciava allarmi generalmente infondati contro imminenti attacchi
con armi chimiche o nucleari. Alberto Gonzales parla meno e picchia
più forte. Continuerà la detenzione senza processo dei sospetti
terroristi, tuttavia nello stesso tempo darà impulso alle indagini
della polizia federale. La sua origine latinoamericana lo mette al
riparo dall’accusa di maltrattare gli immigrati per partito preso.
Quando era deputato, Porter Goss sferrava continue
picconate alla reputazione del capo della Cia di allora, George
Tenet. Demolito il vecchio apparato a colpi di dimissioni forzate,
deve costruirne uno nuovo per dare la caccia ai capi di Al Qaida.
Bush ha promesso di mettergli a disposizione tutti gli uomini e i
soldi di cui avrà bisogno. L’offensiva che sta per partire ha una
quarta dimensione: quella politica, affidata alla segretaria di
Stato Condi Rice. George Bush si prepara a pressioni fortissime sui
palestinesi, perché accettino uno Stato in una parte relativamente
ampia e relativamente contigua della Cisgiordania e di Gaza,
riconoscendo il fatto compiuto degli insediamenti israeliani. Se in
queste condizioni fosse possibile una vita quotidiana tollerabile,
il Governo palestinese potrebbe forse disarmare i mandanti degli
attentati. Per ora i palestinesi guardano all’Irak e non vedono
nulla di incoraggiante nella ricostruzione americana.
Ma Bush è ostinato. Ora che ha vinto le elezioni,
è deciso a stabilizzare l’Irak, a costo di spianare le città
ribelli.
Bruno Marolo |
| I
TRE SUPERLATITANTI GLOBALI
I più cinici di questi tempi se la ridono con una
battutaccia.
Sai dov’è il mullah Omar? Certo, è al Motor Show di
Bologna. Ricordando, ovviamente, quella fuga in motocicletta dall’Afghanistan
ormai occupato dagli americani, che resterà negli annali, anche se
non si sa bene se in quelli delle grandi "bufale" o in
quelli dei grandi fatti storici.
Mal contati, il saudita Osama Bin Laden, l’afghano
mullah Omar e il giordano Al Zarkawi (l’uomo che ha portato in
Irak e nel terrorismo internazionale la decapitazione rituale)
valgono oggi 60-65 milioni di dollari. È stabile la taglia
americana sul leader di Al Qaida: 25 milioni di dollari, più i due
che sono stati aggiunti dall’Associazione Usa dei piloti di linea
e che servono comunque a renderlo più "prezioso" del suo
vice, l’egiziano Al Zawahiri, valutato anche lui 25 milioni. Pure
Abu Mussa Al Zarkawi è arrivato ai 25 milioni di dollari,
rimontando con la crudeltà la più consolidata fama di Bin Laden e
polverizzando le quotazioni (10 milioni di dollari) del mullah, che
aveva un occhio solo ma riusciva a vedere il peccato ovunque, nella
musica, nell’allegria e persino nelle statue del più che pacifico
Buddha.
Se uno prova a sfogliare gli archivi fotografici
delle infinite agenzie americane, che danno la caccia ai tre
superlatitanti terroristi, scopre che Al Zarkawi senza la kefiyeh
o il berrettino da commando sembra solo uno dei colleghi d’ufficio
di Fantozzi e che il monocolo Omar, invece, ha una presenza non da
poco, una specie di Omar Sharif delle montagne invece che dei
deserti. Bin Laden, al contrario, ha sempre avuto quell’aria
malaticcia che abbiamo imparato a riconoscere anche nel più
sfuocato dei videotape trasmessi da Al Jazeera. Dei tre il più
riservato è senza dubbio il mullah, che non era un chiacchierone
neppure quando era la guida suprema dei talebani. Bin Laden è
riemerso negli ultimi giorni della campagna elettorale americana,
giusto in tempo per fare "buh" agli elettori e offrire
qualche ragione in più per plebiscitare George Bush. Al Zarkawi
tace, impegnato com’è ad ammazzare persone innocenti.
Perché è così difficile catturarli? In pura
teoria, e per i discorsi che si sentono fare, dovrebbe essere uno
scherzo toglierli di mezzo.
Bin Laden, dicono, va avanti e indietro
sulle montagne che dividono il Pakistan (alleato fedele delle
democrazie occidentali) e l’Afghanistan liberato: possibile che
non ci sia un pastore, un guerrigliero, un montanaro cui 27 milioni
di dollari facciano gola? Tenendo anche conto che pure il regime
saudita (altro alleato fedele...) avrebbe tutto l’interesse a
togliersi di torno questo parente degenere che ambisce a far saltare
le raffinerie e i pozzi di famiglia. E il mullah, che con la fine
dei talebani non ha più nessuno su cui esercitare la propria
presunta autorità? La moschea dove si era "laureato" si
trova a una cinquantina di chilometri da Peshawar.
Ci andai, un
giorno, e come in pochi altri posti del mondo ebbi la sensazione di
trovarmi lontanissimo da casa, e per di più in casa d’altri.
Sarà per questo che non li prendiamo mai, questi signori che hanno
provocato lacrime e sangue, spesso assai più presso i loro
(musulmani, sauditi, afghani...) che presso i nostri? Sarà perché,
alla fin fine, tutti i popoli pensano che un mostro proprio sia
meglio di un gentiluomo altrui, in base al principio che, per
esempio, ha spinto gli Usa a sottrarre alla giustizia dell’India
il direttore (americano) dello stabilimento di Bhopal?
E che dire di Al Zarkawi l’assassino? Lui sgozza
gli occidentali e gli stranieri in genere, ma la sue bombe compiono
stragi assai maggiori di iracheni e falciano decine di coscritti
della polizia o poveri manovali che si trovano ad avere a che fare
con le aziende o con le truppe a stelle e strisce. Eppure, nessuno
che lo denunci, nessuno che per denaro o per convinzione faccia un
passo per impedirgli di uccidere ancora. È un mistero. Ma in esso
si trova la chiave di tante difficoltà "nostre" e
"loro", il perché delle Torri Gemelle e di Falluja, alla
fin fine il segno del nostro tempo.
Fulvio Scaglione |
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