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Adesso è ufficiale: gli italiani hanno finito la scorta di sogni. L’ufficialità arriva dal Censis, il Centro studi investimenti sociali fondato da Giuseppe de Rita, che dal 1964 fotografa la realtà del Paese. L’ultimo rapporto dice che gli italiani non sognano più, nel senso che pensano sempre meno al domani con ottimismo, marinai che "galleggiano" e navigano a vista senza più seguire l’Orsa maggiore dei loro desideri. Gli italiani, dice il rapporto Censis, hanno paura di impoverirsi e non riescono più a «dominare il futuro». E non c’è soltanto il carovita, la crisi economica, la ripresa che tarda ad arrivare, la sindrome della quarta settimana. C’è qualcosa di più profondo, legato alla struttura del Paese. Dal punto di vista economico abbiamo corso tanto fino agli anni Novanta, poi ci siamo fermati, si sono scaricate le pile, per dirla alla de Rita. Aggiungiamo le «culle vuote», quella che Maurizio Ferrera chiama «l’anoressia riproduttiva» degli italiani, l’invecchiamento della popolazione e avremo il quadro di un Paese nel guado, con sempre meno ottimismo nel sangue. E i nostri ragazzi? Per la prima volta dal dopoguerra nel 2004 gli italiani hanno avuto la percezione che i loro figli faticheranno a mantenere il tenore di vita dei padri, che non miglioreranno come è sempre avvenuto.
Un bello scherzetto per la generazione dei sessantottini che dava l’«assalto al cielo» contro «la legge dei padri» e si è ritrovata socialmente avara nei confronti dei figli: lavoro precario, tardivo, interinale, flessibile, minore tutela sociale e Welfare, carriere bloccate, pensioni più leggere. Ecco la loro eredità. Che ne sarà di un Paese che non sa costruire un futuro per i propri figli? Questo naturalmente a livello generazionale, perché a livello privato i padri pensano ai propri figli. Anche troppo. Dario Di Vico ed Emiliano Fittipaldi, in Profondo Italia (Rizzoli editore), un’approfondita inchiesta sullo stato sociale del Paese, parlano di una società organizzata «a compartimenti stagni, in cui le caste, le corporazioni, le conventicole riescono ad affermare la forza delle rendite di posizione. Che lavoro fanno, ad esempio, i figli dei presidenti degli ordini degli Ingegneri, dei Notai e degli Architetti? La risposta è facile: hanno rispettivamente intrapreso la carriera di ingegnere, notaio, architetto. E tra i giornalisti succede qualcosa di molto simile. La scuola italiana è poco selettiva, il mercato del lavoro è estremamente rigido e per trovare uno sbocco e guadagnare uno stipendio diventa quasi obbligatorio seguire le orme di mamma e papà». Quando va bene, perché altrimenti l’alternativa è fare le valigie, come ai tempi di Rocco e i suoi fratelli, il film di Luchino Visconti. L’emigrazione Sud-Nord è un fenomeno tutt’altro che scomparso. Solo nel 2002 sono stati 180 mila i giovani meridionali che si sono trasferiti nel settentrione. La realtà è che gli italiani riescono sempre meno a fronteggiare il futuro. «E se la nostra vita futura», spiega de Rita, «non è più dominabile da noi, non è più decisivo il tempo; e diventa di contro importante la gestione dello spazio». Quale spazio? I borghi innanzitutto. Non avendo gli italiani mai avuto una vera e propria borghesia, una cultura, un’appartenenza sociale, un orgoglio e una condivisione, una classe dirigente borghese, si accontentano di essere "borghigiani". Sempre più cittadini si trasferiscono in provincia, complici non solo affitti e vita meno cari, ma anche un desiderio di protezione, di rifugio dalle difficoltà. Tanto è vero che per il Censis lo spazio non è solo rappresentato dai centri di provincia ma anche dalle «isole virtuali del reality show», oppure dalla delocalizzazione delle industrie nei Paesi dell’Est, dagli investimenti negli agriturismi, persino dalla cura del corpo, «l’unica espansione spaziale tutta nostra, magari anche tatuaggi e pantaloni a vita bassa, tratti di corpo divenuti spazi da esibire». Ci muoviamo nello spazio perché abbiamo perso la battaglia col tempo. E così arriviamo al cuore del «nuovo paradosso del sociale italiano: mentre i cittadini scoprono un benessere postconsumista e misurato, mentre sul territorio si espande la creazione di relazioni e di valore, si va stemperando il gusto per il futuro e, nei fatti, si va installando una traiettoria di mediocrità delle aspettative». Ma sarebbe un errore pensare che la prospettiva sia tutta in negativo, che non vi sia possibilità di rialzare la testa e ritrovare il futuro. Gli italiani sono capaci di sorprendere, di rimontare il pessimismo come la Nazionale nel Mundial, di riappropriarsi del futuro, anche se ultimamente lo hanno smarrito e lo stanno cercando. Francesco
Anfossi
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