Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 




Contro il male

Uomini e donne sconosciuti
che sanno essere coraggiosi

 
Speciale Avvento - Le virtù oggi - Fortezza
di Mariapia Bonanate


IL TESTIMONE - SILVANA MORELLI, PARALIZZATA DA 40 ANNI

LA "CASA DELLA GIOIA"
NATA DALLA SOFFERENZA


«È da quarant’anni che sono in servizio sedentario». Silvana Morelli scherza con un sorriso che crea intimità e gioia. Fa dimenticare che è paralizzata su una sedia a rotelle. Solo gli occhi e la parola si sono salvati. Eppure lei dice: «Tutto è meraviglioso nella vita. Valeva la pena di avere la sclerosi a placche».

La voce è profonda, lo sguardo entra nel cuore: «Madre Teresa si presentava come la matita di Dio, io mi sento la matita copiativa del buon Gesù. 
Ogni mattina ricomincio a scrivere la mia vita. Non so cosa sia la noia, non finisco mai di stupirmi di come tutto è grazia e felicità, se sappiamo ossigenarci con la speranza. L’importante è vivere da vivi».

Ancora un sorriso riempie di luce la stanza dell’arioso alloggio di Genova, dove Silvana è nata nel 1940. Un’infanzia felice. Una giovinezza fra dovere e divertimento: «Mi piaceva ballare, avevo poca voglia di studiare, così andai a lavorare, prima da una sarta e poi come commessa in un negozio di antiquario». A vent’anni un fidanzato elettricista, di cui era molto innamorata. Dovevano sposarsi il 16 giugno 1960.

«E invece il 24 maggio il mignolo della mano destra incominciò a pizzicarmi in modo fastidioso. Mia cugina, medico, scherzava: "Sei così pazza di gioia che il sangue ti ha dato alla testa". Ma poi mi mandò da uno specialista. Ci andai col mio fidanzato. Il neurologo fu spietato: "È l’inizio di una malattia incurabile che la immobilizzerà. Non potrà avere figli, anche se morirà di vecchiaia. 
Non inganni il ragazzo che l’aspetta là fuori"».

Silvana non si sposò e per sei mesi si chiuse in casa. Si vergognava di farsi vedere con le menomazioni che devastavano il suo corpo, aveva dolori lancinanti che la costringevano a letto. «Ma c’era mia madre Ada che aveva deciso di non arrendersi, mi prendeva in braccio come quando ero bambina, mi accarezzava, mi massaggiava. Mi ha fatta nascere un’altra volta».

Quelle mani in prestito

Prima della malattia era stata assunta come telefonista ai telefoni di Stato.
Lì accadde il primo "miracolo" di questa meravigliosa storia di fortezza e solidarietà. Le colleghe, per non farle perdere il posto, le imprestarono le loro mani perché potesse rispondere alle chiamate e, quando non poteva essere presente, la sostituivano nelle loro ore libere. Così poté rimanere al lavoro per 32 anni, fino alla pensione.

«Un giorno proposi a una collega che mi aveva confidato le sue pene: "Io dico un’Ave Maria per te, tu dilla per me". Lo dissi così, senza troppo pensarci, non è che io fossi particolarmente religiosa. E invece Dio da quel momento si fece posto nella mia vita a gomitate. Cominciammo a dire il Rosario in ufficio, a pezzetti, ed eravamo tutte più serene».

Quando Silvana andò in pensione riorganizzò la sua vita attorno alla preghiera. Nelle interminabili ore trascorse in carrozzella riempì gli spazi bianchi delle giornate con tante Ave Maria per ognuna delle persone che venivano a trovarla e le lasciavano in deposito le loro vite con la lista dei problemi: esami scolastici, difficoltà sul lavoro e familiari, nascite e matrimoni, malattie.

Nel suo alloggio, donato da un amico che con altri provvede da vent’anni al suo sostentamento e alle cure in una gara di solidarietà, che è un altro "miracolo", cominciarono ad arrivare persone da ogni parte d’Italia per confidarsi e per pregare insieme. Ripartivano sorretti dalla forza che Silvana riusciva a trasmettere dalla sua luminosa immobilità. Lei sembra quasi scusarsi: 
«Non ho fatto niente per essere così. Non sono altro che una vecchia sveglia arrugginita su un mobile, ma quando il Signore mi dà la corda, divento un grillo parlante. Siamo sempre insieme, Lui, io, gli altri, in quella comunione dei santi che è diventata la mia stanza dell’anima».

Il suo abito di nozze

Ma se il mondo è venuto da Silvana – fra i suoi amici ci sono anche preti, suore, teologi, c’è l’arcivescovo di Lagos, il cardinale Antonio Olu Okogie –, lei con la sua carrozzella è andata nel mondo.

Mamma Ada a 58 anni aveva preso la patente per portarla la domenica fuori casa. Da allora, fino a quando è morta, a 70 anni, è stata l’autista infaticabile della figlia, chiamata in tante parti d’Italia a portare la sua testimonianza. 
Oggi Silvana anima gruppi di preghiera, di giovani, di scout, di sposi. Per sei volte è stata testimone di nozze. Una volta la sposa ha indossato quello che doveva essere il suo abito di nozze: «Quel giorno soffrii molto». E con quell’arguzia che non l’abbandona mai spiega una sua teoria: «Ai lati della bocca noi abbiamo due elastici, che quando sono tesi ci permettono di sorridere, quando si allentano, le labbra scendono verso il basso e assumiamo un’espressione di tristezza. Un posto dove rimettono a posto questi elastici è Lourdes».

A Lourdes per ricaricare le pile

Silvana vi è andata quasi 50 volte. «Sto accanto ai bambini sani e ammalati, ascolto la sofferenza dei genitori e cerco di parlare dalla parte dell’ammalato, di donare la forza che mia madre mi dava con i suoi abbracci che toglievano il respiro, con la sua serenità combattiva. Non l’ho mai vista piangere».

Alla grotta di Massabielle, Silvana sosta per ore in preghiera, gli occhi chiusi, sigillata nel suo colloquio con Dio, e vi fa idealmente transitare, con nome e cognome, tutti coloro che le si affidano. «Ricarico le pile e mi superossigeno. Da Lourdes, come da Fatima, porto sempre via una riserva di felicità che mi permette di vivere con letizia gli altri 365 giorni passati in carrozzella».

Una riserva che le permette di trasformare la sua abitazione in una "Casa della gioia": così ha deciso che si chiamerà dopo la sua morte, quando diventerà una casa di accoglienza per disabili.

 Mariapia Bonanate
   
  
Una virtù/un santo
Damiano De Veuster, l’apostolo dei lebbrosi

Già un anno dopo la sua morte, avvenuta il 15 aprile 1889, fu definito "l’apostolo dei lebbrosi". Se padre Damiano De Veuster è stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1995, è proprio per l’eroica testimonianza di servitore fedele del Vangelo, prestata durante gli ultimi 16 anni di vita sull’isola di Molokai, nella quale erano confinati i lebbrosi dell’allora regno di Sandwich (oggi isole Hawaii).
Dal Belgio, dove era nato nel 1840, il religioso giunse in quelle isole a 24 anni, come missionario della congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Dopo nove anni trascorsi come incaricato del distretto di Kohala, padre Damiano rispose all’appello del vescovo che chiedeva un sacerdote per l’assistenza spirituale nel lebbrosario di Molokai.

Si impegnò per restituire ai lebbrosi dignità, coinvolgendoli nel lavoro dei campi, aiutandoli a costruire abitazioni più decenti e soccorrendoli in ogni necessità. «Facendo del bene ai corpi di questi infelici, poco a poco si raggiunge la loro anima», diceva. Anch’egli restò contagiato dalla lebbra e per quattro anni, dal 1885 sino alla morte, cercò di coadiuvare i progressi della medicina sperimentando su sé stesso diversi farmaci. Ai funerali prese parte un migliaio di lebbrosi. Dal 1936 le sue spoglie mortali sono state riportate a Lovanio, in Belgio.

Saverio Gaeta

    

Da "Se questo è un uomo" di Primo Levi
«Non vi sono più uomini forti fra noi...»

Il mese scorso, uno dei crematori di Birkenau è stato fatto saltare. Nessuno di noi sa come l’impresa sia stata compiuta: si parla del Kommando Speciale addetto alle camere a gas e ai forni, che viene esso stesso periodicamente sterminato, e che viene tenuto scrupolosamente segregato dal resto del campo.

Resta il fatto che a Birkenau qualche centinaio di uomini, di schiavi inermi e spossati come noi, hanno trovato in sé stessi la forza di agire, di maturare i frutti del loro odio. L’uomo che morrà oggi davanti a noi ha preso parte in qualche modo alla rivolta. Si dice che avesse relazioni cogli insorti di Birkenau, che abbia portato armi nel nostro campo, che stesse tramando un ammutinamento simultaneo anche tra noi. Morrà oggi sotto i nostri occhi: e forse i tedeschi non comprenderanno che la morte solitaria, la morte di uomo che gli è stata riservata, gli frutterà gloria e non infamia. Quando finì il discorso del tedesco, che nessuno poté intendere, di nuovo si levò la prima voce rauca: Habt ihr verstanden? (Avete capito?) 
Chi rispose: Jawohl? Tutti e nessuno: fu come se la nostra maledetta rassegnazione prendesse corpo di per sé, si facesse voce collettivamente al di sopra dei nostri capi. Ma tutti udirono il grido del morente, esso penetrò le grosse antiche barriere di inerzia e di remissione, percosse il centro vivo dell’uomo in ciascuno di noi: – Kameraden, ich bin der Letzte! – (Compagni, io sono l’ultimo!).

Vorrei poter raccontare che di fra noi, gregge abietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. Siamo rimasti in piedi, curvi e grigi, a capo chino, e non ci siamo scoperta la testa che quando il tedesco ce l’ha ordinato. 
La botola si è aperta, il corpo ha guizzato atroce; la banda ha ripreso a suonare, e noi, nuovamente ordinati in colonna, abbiamo sfilato davanti agli ultimi fremiti del morente.

Ai piedi della forca, le SS ci guardano passare con occhi indifferenti: la loro opera è compiuta, e ben compiuta. I russi possono ormai venire: non vi sono più uomini forti fra noi, l’ultimo pende ora sopra i nostri capi, e per gli altri, pochi capestri sono bastati. Possono venire i russi: non troveranno che noi domati, noi spenti, degni ormai della morte inerme che ci attende. Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.


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