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Arrivederci
di Franca Zambonini


LA CONTROPARTITA DI BARBARA

Barbara Hofmann, fondatrice dell’Associazione per i bambini del Mozambico, ha lasciato una carriera nella finanza svizzera per soccorrere la povertà africana. Due centri a Beira, il "Mozamcirco" per raccogliere aiuti. E una brutta avventura a lieto fine...

Ho conosciuto Barbara Hofmann tre anni fa, quando il Consiglio regionale della Valle d’Aosta le conferì il premio "Donna dell’anno". La ritrovo ora nella lettera in cui racconta una brutta avventura, però a lieto fine. La lettera è pubblicata in prima pagina da Erika News, il periodico dell’Associazione Erika (San Giorgio in Bosco, Padova) che dà una mano a Barbara e a tanti che, come lei, cercano di migliorare un poco il mondo.

Andai a intervistare Barbara Hofmann in occasione del premio. Una quarantenne bella, elegante, risoluta. Nata ad Affolten, Zurigo, studi bancari, una carriera nella finanza. Nel 1989 un viaggio in Mozambico, che doveva essere trasferta di lavoro e invece segnò la svolta della vita. Barbara vide bambini abbandonati, ragazzi di strada. Decise di mettere la sua efficienza svizzera a servizio della povertà africana.

L’anno dopo aveva pronto il progetto Asem, Associazione per i bambini del Mozambico. Trovati i finanziamenti, nel ’92 apre il primo centro a Beira, la seconda città mozambicana, in un capannone circolare col tetto di paglia. A tredici anni di distanza, sorgono a Macurungo e a Manga, nei dintorni di Beira, edifici in muratura, scuole, laboratori di artigianato. Ci vivono 250 ragazzi, altri 1.500 frequentano le scuole da esterni. Barbara è infaticabile nelle iniziative per raccogliere aiuti, e proprio in una di queste l’ho incontrata di nuovo quest’anno.

Dopo un giro per l’Italia, aveva portato anche a Roma il suo spettacolo teatrale che si chiama Bento, interpretato da un gruppo che Barbara chiama "Mozamcirco": danze, acrobazie, canti, suoni di tamburi, e gli attori sono una ventina di ragazzi mozambicani di straordinaria vitalità.

Arrivo alla lettera pubblicata da Erika News. Barbara racconta di aver incontrato, due anni fa, Giovanni Paolo II: «Il Papa mi trasmise un senso di armonia e di benessere... Ci siamo scambiati solo qualche parola, ma mi sembrò di essere rimasta davanti a lui un’eternità. Mi ha benedetto, e con me i miei bambini del Mozambico e una medaglietta, che da allora porto sempre come una protezione potente...».

Il 12 aprile scorso, di sera, Barbara esce in macchina dal centro di Macurungo con una visitatrice italiana. Per strada si ferma a salutare Stelio, uno dei suoi ragazzi, che da poco è stato inserito nel lavoro in un albergo di Beira. Stanno facendo due passi insieme, quando vengono aggrediti alle spalle, lame di coltelli luccicano sotto la luna, voci soffocate chiedono i soldi. «Sono rimasta calma e ho detto che la borsa era in macchina. Gridare non serviva, perché nessuno ti aiuta e la situazione peggiora; ribellarsi neanche, perché i delinquenti erano in quattro, due con me e Stelio e altri due a frugare nella macchina».

Allora, quello che la teneva, le strappa dal collo la medaglietta del Papa. «Proprio in quel momento, corre verso di noi il direttore del nostro centro, io grido: "Polizia", e i ladroni scappano. Ho perso il cellulare, altre cosette che erano in macchina e i 500 euro che la signora italiana mi aveva dato. Ma ne siamo usciti senza buchi nel corpo».

Ed ecco la conclusione: «Penso che sia stata la mano del Papa che ci ha salvati in contropartita della sua medaglia». Barbara non parla di miracolo, ma di contropartita, da quell’esperta che è di contabilità a partita doppia. Una contabilità che non va mai in rosso, quando è l’amore a far tornare i conti.

 Franca Zambonini

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