Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Gian Paolo Ormezzano


PERSONAGGI
LA SCOMPARSA DI AMBROGIO FOGAR, ESPLORATORE DEL MONDO
E DI SÉ STESSO


L’AVVENTURA DELLA VITA

Per conto di un popolo di santi, poeti e navigatori ha sperimentato fatiche da fachiro, viaggi d’altri tempi, raccontandoli e descrivendoli con proprietà e fascino.

Ambrogio Fogar ha tolto il disturbo: era imbarazzante vedere così raggrumata in un corpo paralizzato una simile intensa voglia di vivere, era troppo pesante il contrappasso fra il clerico vagante dei tempi moderni e il paralitico, era troppo lancinante la banalità del suo incidente, essere finito sotto un’automobile capottata, lui che aveva traversato i mari e i poli (primo italiano a fare il giro del mondo a vela, solitario e controvento: quattrocento giorni), divorando celebrità anche televisiva e mangiando gabbiano crudo per sopravvivere dopo un naufragio da attacco di orche: stava con un giornalista, Mauro Mancini, che morì di fame poche ore dopo l’arrivo dei soccorsi.

Quando si è saputo della sua fine, a 64 anni, per arresto cardiaco, quasi tutti abbiamo provato la pesante sorpresa di sapere che erano passati già tredici anni dalla tragedia assurda e silente nel deserto del Turkmenistan, mentre lui cercava, con altri, di ripercorrere le strade del rally automobilistico Parigi-Mosca-Pechino. Per saperlo condannato a vita all’immobilità – una vertebra spezzata – erano occorsi alcuni mesi, tanti articoli di giornale, e soprattutto quella prova massima che è il reportage televisivo, quando lui era tornato sul mare, sigillato in una sorta di sedia-barella inchiodata dentro un battello. Pare che cercasse in Cina un chirurgo che con le cellule staminali fetali farebbe miracoli: l’appuntamento era per ottobre. Respirava male, parlava a soffi, ricordava Christopher Reve, l’attore di Hollywood che faceva Superman e poi è morto su una sedia a rotelle, lo stesso sorriso stanco di chi finge di credere nel futuro per conto di tutti noi, non di sé stesso.

Molto invidiato, molto ammirato

Fogar, ex assicuratore milanese, era stato molto invidiato, molto ammirato, un poco discusso: nel senso che si erano cercate approssimazioni, spavalderie inutili, forzate recitazioni in tutto quel suo gran darsi daffare come se il mondo fosse troppo piccolo per le sue intenzioni e troppo grande per il poco tempo che aveva. Per conto di un popolo di santi, di poeti e di navigatori lui si sperimentava addosso fatiche da fachiro, raccontava e scriveva con proprietà e spesso anche fascino (e se gli accadeva di descrivere una tempesta con parole di altri libri diceva che non poteva farci nulla, erano le più giuste e le teneva stampate in mente), passava sul mare più tempo che in ogni altro posto.

Ambrogio Fogar con Paolo Sorbini e il cane Armaduk al Polo.
Ambrogio Fogar con Paolo Sorbini e il cane Armaduk al Polo
(foto AP).

Anche se gli piaceva molto volare senza motore e andare sul ghiaccio trascinando una slitta, in compagnia di un cane forte e paziente, magari finendo su una enorme lastra bianca che andava per mare come una zattera immensa e che lo costringeva all’eresia svelata dell’aereo per fuggire dalla trappola. Il destino lo attendeva alla prova più banale, più stupida, più facile.

Con molta dignità, da malato a vita non ha mai recitato la parte della vittima, del reduce, del mutilato dalla sorte. Ha persino fatto pensare a qualcuno di credere in una ripresa fisica che ci avrebbe gratificati tutti.

Il contraltare di Messner

Ottimista per disperazione, ma anche per antica vocazione: da bauscia milanese, e infatti nel mondo dell’osare il suo contraltare era l’ascetico Reinhold Messner, l’alpinista altoatesino.

Difficile dire adesso se lui ha aperto o chiuso un capitolo nell’immensa storia dell’avventura. Se ci saranno altri come lui o se la specializzazione, travestita da sport estremo, sta effettuando selezioni crudeli: da una parte televiaggiatori e televiaggiatrici di tipo generico, il massimo brivido è un coccodrillino di troppo, dall’altra Patrick De Gayardon che si schianta cercando di imitare Icaro.

In morte di Fogar c’è da chiedersi se esista ancora nel Belpaese uno spazio, fra il Reinhold Messner eremitico e i teleeroi troppo famosi e fasulli, uno spazio giusto per uno come lui che magari faceva una rubrica televisiva di troppo, ma "ci credeva"; e ultimamente pensava anche di potere guarire, di trovare in Cina uno che facesse di lui una specie di Lazzaro moderno. Ma intanto son già passati alcuni giorni dalla fine ed è possibile che ci si stia scordando di lui, per via di quel tritacarne che è l’attualità.

Gian Paolo Ormezzano

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