Ci sono sentimenti che,
per quanto forti e radicati, paiono dissolversi in un niente se provi a
staccarli nel rigido schema delle parole. Più tenti di spiegarli, più
paiono sfuggirti. Accade, spesso, quando sensazioni ed emozioni si affollano
diverse e contrastanti. Qualcosa che può essere detto, senza tema di
sbagliare, della scoperta, sempre nuova e antica insieme nella storia delle
donne, di essere madre. Mentirebbe colei che raccontasse di non aver
provato, neppure nella gioia più profonda, almeno un attimo di
inquietudine, spavento, se non intensa paura. Paura di un futuro non
conosciuto e trepidazione per quello che potrebbe andare male.
Sensazione di non essere all’altezza e persino di
"non potersi permettere" quel figlio.
Non dovrebbe essere difficile immaginare che cosa questa
apprensione diventi quando la vita pare già serrata dalla mancanza di un
lavoro, di un sostegno economico sicuro o di una casa dignitosa. O, peggio
ancora, attanagliata dalle sofferenze di un amore sbagliato o dalla
disperazione sorda di chi ha tutto, ma si sente vuoto.
Difficile sostenere che il fatidico: «Ti lascio libera di
decidere» (non importa se pronunciato da un uomo che non vuol diventare
padre o da una società schierata con chi ha bisogno solo nei discorsi da
salotto) possa essere risposta adeguata e sufficiente all’angoscia
disperante, capace di intaccare il legame più intenso e profondo che la
vita abbia radicato, quello tra mamma e figlio.
Difficile, pure, scandalizzarsi della mano che su queste
paure si piega e chiede: «Che cosa posso fare per aiutarti?». Eppure.
Eppure è quello che succede in questi giorni di steccati, che in molti casi
paiono issati più dalla nostalgia di battaglie e tempi giovanili che da una
puntuale riflessione su quello che può essere fatto per stare accanto alle
donne in un momento che non può mettere in conto pause e rimandi, scandito
com’è da quei nove mesi che corrono verso la nascita.
Aborto, legge 194, consultori, RU486...: cadono le parole
come campanelli che danno il via ai combattimenti, rinfocolati dalle
scadenze elettorali. I toni si alzano e i visi delle mamme sole, con la
decisione, che le segnerà per sempre, si allontanano. E pensare che
basterebbe entrare un momento in uno dei tanti centri disseminati in tutta
Italia, dove si mette in pratica quanto è previsto dalla tanto sbandierata
legge 194 nel suo primo e più importante articolo, per rientrare nella vita
vera e comprendere che cosa si può fare per rendere alle donne la libertà
di essere madri.
Il passo dovrebbe essere semplice, se ci si libera dalla
paura di sentirsi dare dell’intollerante, del fondamentalista, del
retrogrado, come accade spesso ai volontari del Movimento per la vita, di
cui è segretaria generale Olimpia Tarzia, che commenta: «Non si
capisce che cosa ci sia di scandaloso nell’accogliere una donna in
difficoltà, aiutarla a uscire dalla solitudine, proporle le alternative all’interruzione
della gravidanza, per sottrarla a un trauma indelebile, e sostenerla in
tutti i modi, anche economici, a superare le difficoltà».
Dove sta lo "scandalo"?
Eppure scandalosa è parsa a molti la proposta del
ministro della Salute Storace di riformare i consultori pubblici
coinvolgendo il volontariato, come era previsto dalla proposta di legge
presentata dalla stessa Tarzia alla Regione Lazio e come prevede la proposta
di legge del Forum delle associazioni familiari.
Limitazione dell’autodeterminazione, violazione delle
libertà, ingerenza? «Varrebbe la pena di chiedere il parere dei 70.000
bambini riacciuffati alla vita nei trent’anni di storia dei Centri di
aiuto alla vita e soprattutto alle loro mamme», commenta Olimpia Tarzia.
Che si chiede: «Se questo è quanto sono riusciti a fare i volontari con
scarse forze economiche e tanta caparbietà, quanto potrebbero fare le
istituzioni se mettessero in pratica la prevenzione prevista dalla legge
194?».
Oltre 600 realtà sparse su tutto il territorio, tra
Centri di aiuto alla vita, Movimenti locali e 80 case di accoglienza, un
numero verde SOSvita (8008-13000) attivo 24 ore, 11.000
"progetti Gemma" di adozione a distanza di mamme in attesa hanno
messo in pratica quella "preferenza per la nascita", che emerge
dalla legge 194 e viene dimenticata dai consultori pubblici.
«In attesa della riforma dei consultori, che li trasformi
da presìdi sanitari, che si occupano della mera certificazione delle
richieste d’aborto, a luoghi dove, con la collaborazione del volontariato,
si aiuti effettivamente a "rimuovere" le difficoltà che inducono
a questo passo», conclude Olimpia Tarzia, che è madre di tre figli. «Occorre
proseguire in un percorso culturale che non può non comprendere un nuovo
femminismo capace di farsi carico di tante attese di "liberazione"
presenti nell’universo femminile: liberazione dalla menzogna sulla vita
nascente, da una pervasiva cultura di morte, dai luoghi comuni falsi e
ingannevoli sull’emancipazione femminile, dagli ostacoli culturali,
sociali, politici, economici e giuridici che si frappongono tra la mamma e
il bimbo che è dentro di lei».