Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


Meno steccati
più aiuti

 
Attualità.
di Stefano Stimamiglio


INCHIESTA
L’ESPERIENZA DEI CENTRI DI AIUTO ALLA VITA DI MILANO


TUTTI I GIORNI ACCANTO ALLE MAMME SOLE

Consultori, case d’accoglienza, viveri e vestiti, visite mediche e psicologiche a disposizione delle donne in attesa.

Fa un certo effetto entrare in un Centro di aiuto alla vita (Cav). Sai bene che lì, in quegli ambienti arrangiati in modo semplice e accogliente da un pugno di volontari, si gioca, spesso nello spazio di un breve colloquio, una fetta importante, decisiva, della vita di molte persone: donne, uomini, bambini. «Come è stato qualche tempo fa per quella ragazza moldava», dice sorridendo Elena Santambrogio, la giovane assistente sociale in forza al Cav ambrosiano (273 bambini seguiti solo nel 2004, situato al primo piano di via Tonezza 3 a Milano), «che ci è stata inviata da un parroco. Venuta in Italia per cercare un lavoro e con già un figlio lasciato ai suoi genitori in Moldavia, è entrata in un giro strano, rimanendo incinta di un uomo con il quale pensava di costruire qualcosa di serio, ma che, appena saputo la cosa, l’ha abbandonata». Il caso si è poi risolto bene, la bimba ha ora tre anni e la mamma lavora.

«Molto spesso», aggiunge Elena, «la donna viene da noi perché si sente sola, abbandonata da tutti; ha bisogno di essere ascoltata, le serve sfogarsi, anche se magari ha già deciso di abortire. Si sente meglio quando ha deciso di "affi-dare" la sua sofferenza a qualcuno. L’incontro più frequente è con donne straniere, spesso dell’America latina, dove lasciano i figli nati da un matrimonio fallito, affidandoli alle cure dei nonni. Vengono in Italia per lavorare, guadagnare e inviare i soldi a casa. Qui hanno una relazione con un uomo e restano incinte trovandosi davanti alla decisione di tenere o no il bimbo. Spesso, purtroppo, forse "alleggerite" dal fatto che in Italia, al contrario che nei loro Paesi d’origine, l’aborto è permesso, decidono di interrompere la gravidanza».

La borsa della spesa

Così le due assistenti sociali in forza al Centro ricevono continuamente donne, le consigliano, le seguono, stabilendo un programma personalizzato, fornendo loro tutta l’assistenza formativa, psicologica e materiale possibile per cercare di salvare la nuova vita che portano nel grembo e rendere la mamma più sicura. Il Cav ambrosiano (telefono 02/48.70.15.02), di cui è presidente Giulio Boati, gestisce diversi progetti finalizzati al sostegno e all’accettazione della gravidanza da parte di donne in difficoltà: ogni settimana 30 borse della spesa (con riso, pasta, latte), altrettanti pacchi per bambini (con pannolini, omogeneizzati, latte in polvere), due case di accoglienza a Milano, vari appartamenti per l’ospitalità temporanea di nuclei familiari, altri progetti d’aiuto.

Le due assistenti sociali lavorano a tempo pieno con alcune volontarie, che gestiscono la segreteria e il dispensario e che fanno la coraggiosa scelta di "rubare" spazio ad altre occupazioni. «Con tanta soddisfazione», confida Maria Chiari, una delle volontarie, «perché senti che aiuti concretamente delle persone che vivono situazioni difficili in circostanze molto diverse tra loro».

Se dal primo piano si sale al secondo, ci si imbatte in un’altra realtà, il Centro accoglienza ambrosiano (telefono 02/40.43.444), ispirato e fondato, all’inizio degli anni ’80, da padre Ferdinando Colombo, cappuccino, che, da pioniere della difesa della vita nascente, si è tirato su le maniche con alcuni compagni per offrire un’alternativa concreta all’aborto, all’epoca appena legalizzato.

Il religioso ha scommesso subito sull’idea, fino ad allora inedita, ma che oggi ha prevalso, della creazione di centri di accoglienza che permettano alle madri, nubili e abbandonate o rifiutate, di non separarsi dai figli. Ha fondato, infatti, anche Sarepta – tel. 02/40.09.35.26 – un’altra associazione milanese che, con attività articolate e orientate alla multietnicità, promuove progetti e servizi per la tutela dell’infanzia e della genitorialità di nuclei familiari in difficoltà, fra cui sei strutture residenziali, due asili nido e una scuola dell’infanzia.

Tabella: aborti in Italia.

Al terzo piano di via Tonezza si trova, infine, un’altra struttura, gestita dal Centro accoglienza ambrosiano, chiamata Casa accoglienza (37 madri e 31 bambini ospitati nel 2004), dotata di 14 alloggi per donne in gravidanza oltre il settimo mese e mamme con bambini fino a un anno d’età.

Un lungo corridoio scandito, sui due lati, da una serie di porte con i nomi di mamma e figlio introduce agli ambienti comuni. La sala giochi dei bimbi, un campo di battaglia rassettato alla buona, il refettorio, con i seggioloni in ordine sparso e la sala dove ci sono le lezioni di italiano danno un senso di calore e intimità protetta.

«All’interno della struttura», dice Enrica Magna Minetti, che si definisce "volontaria a tempo pieno", «esistono delle regole precise di convivenza, come i turni di pulizia o gli orari comuni. Le due educatrici in forza alla comunità controllano che i bimbi siano assistiti bene e gestiscono il ménage quotidiano, offrendo quelle competenze che permettono alle mamme di seguire un progetto educativo personalizzato. La collaborazione con i servizi sociali pubblici è fondamentale per tutelare anche legalmente i minori».

Il volto sereno delle mamme lì accanto e gli occhioni incuriositi dei loro bimbi confermano che è la via giusta.

Il Cav Mangiagalli

Un’altra realtà che opera a Milano è il Centro di aiuto alla vita Mangiagalli (tel. 02/55.18.19.23), che nel 1984 ha fatto una scelta diversa: operare direttamente nel luogo dove si pratica l’interruzione di gravidanza. Attualmente il Cav (640 bimbi aiutati nel 2004) è riconosciuto e agisce anche con il consultorio familiare nelle due sedi, presso la clinica Mangiagalli di via della Commenda 12 (con due sale per i colloqui con le madri e un grande armadio per i corredini da distribuire alle neomamme) e, nella stessa via, al civico 37, aperto per ovviare alla carenza di spazi, con numerose sale per le varie attività di assistenza: ci sono lo psicologo, l’ostetrica, il consulente familiare, l’educatrice, lo psicomotricista, il ginecologo, il pediatra, l’assistente sociale. Oltre a garantire numerose attività di formazione e prevenzione, anche nelle scuole, queste figure professionali offrono alle donne in difficoltà, con discrezione e con un progetto ad personam, un’ampia gamma di assistenza (inclusi viveri, pannolini e vestiario), dal momento del primo contatto fino all’autonomia totale.

Il primo colloquio, spesso decisivo, avviene con una delle storiche fondatrici, Paola Marozzi Bonzi: «In questo primo approccio offriamo alla donna solo uno spazio per riflettere, per ritrovarsi, per capire quali risorse interne ed esterne esistono. La donna che viene non è certamente cattiva, magari soffre, occorre capire perché non se la sente di diventare madre, magari non ha davanti a sé un modello. Cerchiamo poi di coinvolgere anche gli uomini, se la donna è d’accordo».

Non si tratta di convincere: «Anche se credo che, se ogni ragazza potesse fare un colloquio e poi, in piena libertà, decidere, molte desisterebbero dall’aborto. Io stessa sono colpita da come parecchie di loro entrino col certificato in mano e poi me lo straccino sotto il naso. E poi c’è la questione della famosa sindrome post-abortiva. Basta pensare che una donna, dopo 20 anni dall’interruzione di gravidanza, mi ha chiesto se esiste una tomba dei bambini abortiti per portarvi un fiore».

Il dibattito politico in corso pare lontano, ma Paola Marozzi Bonzi commenta: «Personalmente, tengo la legge 194 ma vorrei che fosse applicata nella parte preventiva, dando la possibilità alle associazioni di essere presenti con professionalità nelle strutture pubbliche, come lo siamo noi da 21 anni».

Da queste persone, dai loro volti, dalle loro fatiche e speranze echeggia l’appello a offrire a tutte le realtà che lavorano in questo settore ogni tipo di aiuto possibile: denaro, soprattutto, ma anche viveri e, per chi se lo sente, tempo e buona volontà.

Stefano Stimamiglio
   
   
E I POLITICI CI HANNO DETTO

La legge 194 va decisamente migliorata, soprattutto per aiutare le ragazze madri, e per disincentivare il ricorso all aborto. A tal fine nella prossima legislatura presenteremo un nuovo progetto di legge per una più convinta difesa della vita.

Silvio Berlusconi
(Famiglia Cristiana, 4 marzo 2001, pag. 34)
   

Io credo che si possa migliorare la legge 194 nel senso di aumentare le possibilità di evitare il ricorso all aborto.

Pierluigi Castagnetti
(Famiglia Cristiana, 1 aprile 2001, pag. 44)
   

La legge 194 sull’aborto non nega in linea di principio il diritto alla vita dell’embrione. Dice un altra cosa: che tra il diritto alla vita dell’embrione e il diritto della madre alla salute fisica e psichica, e comunque rispetto all’autodeterminazione della donna, prevale il diritto di quest’ultima. Questo è per noi inaccettabile, perché il diritto alla vita è così primordiale e fondamentale che non c’è alcun altro diritto che possa prevalere. Per questo vogliamo riformare la 194.

Rocco Buttiglione
(Famiglia Cristiana, 1 aprile 2001, pag. 44)
    

Ritengo che noi oggi possiamo e dobbiamo migliorare questa normativa (la legge 194), rafforzando ulteriormente la prevenzione, aumentando gli incentivi per chi scelga di non abortire. A mio avviso, tutto quello che si può fare per limitare il ricorso all’aborto lo si deve fare».

Francesco Rutelli
(Famiglia Cristiana, 11 marzo 2001, pag. 37)
     

Noi abbiamo bisogno di una politica per sostenere e promuovere la vita. Insisto per una politica di incoraggiamento alla vita che è un grande valore, soprattutto ora che stiamo diventando un Paese più vecchio, ricco ed egoista. Credo di più all’etica della promozione, della speranza che non alla proibizione. Difendo la 194 perché non è proibizione, ma non difendo l’aborto come un valore, perché non lo è. La vita è il valore e lo dobbiamo promuovere sul terreno della speranza.

Massimo D’Alema
(Famiglia Cristiana, 22 aprile 2001, pag. 43)


torna all'indice