Fa un certo effetto entrare in un Centro di aiuto alla vita
(Cav). Sai bene che lì, in quegli ambienti arrangiati in modo semplice e
accogliente da un pugno di volontari, si gioca, spesso nello spazio di un
breve colloquio, una fetta importante, decisiva, della vita di molte
persone: donne, uomini, bambini. «Come è stato qualche tempo fa per quella
ragazza moldava», dice sorridendo Elena Santambrogio, la giovane
assistente sociale in forza al Cav ambrosiano (273 bambini seguiti solo nel
2004, situato al primo piano di via Tonezza 3 a Milano), «che ci è stata
inviata da un parroco. Venuta in Italia per cercare un lavoro e con già un
figlio lasciato ai suoi genitori in Moldavia, è entrata in un giro strano,
rimanendo incinta di un uomo con il quale pensava di costruire qualcosa di
serio, ma che, appena saputo la cosa, l’ha abbandonata». Il caso si è
poi risolto bene, la bimba ha ora tre anni e la mamma lavora.
«Molto spesso», aggiunge Elena, «la donna viene da noi perché si
sente sola, abbandonata da tutti; ha bisogno di essere ascoltata, le serve
sfogarsi, anche se magari ha già deciso di abortire. Si sente meglio quando
ha deciso di "affi-dare" la sua sofferenza a qualcuno. L’incontro
più frequente è con donne straniere, spesso dell’America latina, dove
lasciano i figli nati da un matrimonio fallito, affidandoli alle cure dei
nonni. Vengono in Italia per lavorare, guadagnare e inviare i soldi a casa.
Qui hanno una relazione con un uomo e restano incinte trovandosi davanti
alla decisione di tenere o no il bimbo. Spesso, purtroppo, forse
"alleggerite" dal fatto che in Italia, al contrario che nei loro
Paesi d’origine, l’aborto è permesso, decidono di interrompere la
gravidanza».
La borsa della spesa
Così le due assistenti sociali in forza al Centro ricevono continuamente
donne, le consigliano, le seguono, stabilendo un programma personalizzato,
fornendo loro tutta l’assistenza formativa, psicologica e materiale
possibile per cercare di salvare la nuova vita che portano nel grembo e
rendere la mamma più sicura. Il Cav ambrosiano (telefono 02/48.70.15.02),
di cui è presidente Giulio Boati, gestisce diversi progetti finalizzati al
sostegno e all’accettazione della gravidanza da parte di donne in
difficoltà: ogni settimana 30 borse della spesa (con riso, pasta, latte),
altrettanti pacchi per bambini (con pannolini, omogeneizzati, latte in
polvere), due case di accoglienza a Milano, vari appartamenti per l’ospitalità
temporanea di nuclei familiari, altri progetti d’aiuto.
Le due assistenti sociali lavorano a tempo pieno con alcune volontarie,
che gestiscono la segreteria e il dispensario e che fanno la coraggiosa
scelta di "rubare" spazio ad altre occupazioni. «Con tanta
soddisfazione», confida Maria Chiari, una delle volontarie, «perché
senti che aiuti concretamente delle persone che vivono situazioni difficili
in circostanze molto diverse tra loro».
Se dal primo piano si sale al secondo, ci si imbatte in un’altra
realtà, il Centro accoglienza ambrosiano (telefono 02/40.43.444), ispirato
e fondato, all’inizio degli anni ’80, da padre Ferdinando Colombo,
cappuccino, che, da pioniere della difesa della vita nascente, si è tirato
su le maniche con alcuni compagni per offrire un’alternativa concreta all’aborto,
all’epoca appena legalizzato.
Il religioso ha scommesso subito sull’idea, fino ad allora inedita, ma
che oggi ha prevalso, della creazione di centri di accoglienza che
permettano alle madri, nubili e abbandonate o rifiutate, di non separarsi
dai figli. Ha fondato, infatti, anche Sarepta – tel. 02/40.09.35.26 – un’altra
associazione milanese che, con attività articolate e orientate alla
multietnicità, promuove progetti e servizi per la tutela dell’infanzia e
della genitorialità di nuclei familiari in difficoltà, fra cui sei
strutture residenziali, due asili nido e una scuola dell’infanzia.

Al terzo piano di via Tonezza si trova, infine, un’altra struttura,
gestita dal Centro accoglienza ambrosiano, chiamata Casa accoglienza (37
madri e 31 bambini ospitati nel 2004), dotata di 14 alloggi per donne in
gravidanza oltre il settimo mese e mamme con bambini fino a un anno d’età.
Un lungo corridoio scandito, sui due lati, da una serie di porte con i
nomi di mamma e figlio introduce agli ambienti comuni. La sala giochi dei
bimbi, un campo di battaglia rassettato alla buona, il refettorio, con i
seggioloni in ordine sparso e la sala dove ci sono le lezioni di italiano
danno un senso di calore e intimità protetta.
«All’interno della struttura», dice Enrica Magna Minetti, che
si definisce "volontaria a tempo pieno", «esistono delle regole
precise di convivenza, come i turni di pulizia o gli orari comuni. Le due
educatrici in forza alla comunità controllano che i bimbi siano assistiti
bene e gestiscono il ménage quotidiano, offrendo quelle competenze
che permettono alle mamme di seguire un progetto educativo personalizzato.
La collaborazione con i servizi sociali pubblici è fondamentale per
tutelare anche legalmente i minori».
Il volto sereno delle mamme lì accanto e gli occhioni incuriositi dei
loro bimbi confermano che è la via giusta.
Il Cav Mangiagalli
Un’altra realtà che opera a Milano è il Centro di aiuto alla vita
Mangiagalli (tel. 02/55.18.19.23), che nel 1984 ha fatto una scelta diversa:
operare direttamente nel luogo dove si pratica l’interruzione di
gravidanza. Attualmente il Cav (640 bimbi aiutati nel 2004) è riconosciuto
e agisce anche con il consultorio familiare nelle due sedi, presso la
clinica Mangiagalli di via della Commenda 12 (con due sale per i colloqui
con le madri e un grande armadio per i corredini da distribuire alle
neomamme) e, nella stessa via, al civico 37, aperto per ovviare alla carenza
di spazi, con numerose sale per le varie attività di assistenza: ci sono lo
psicologo, l’ostetrica, il consulente familiare, l’educatrice, lo
psicomotricista, il ginecologo, il pediatra, l’assistente sociale. Oltre a
garantire numerose attività di formazione e prevenzione, anche nelle
scuole, queste figure professionali offrono alle donne in difficoltà, con
discrezione e con un progetto ad personam, un’ampia gamma di
assistenza (inclusi viveri, pannolini e vestiario), dal momento del primo
contatto fino all’autonomia totale.
Il primo colloquio, spesso decisivo, avviene con una delle storiche
fondatrici, Paola Marozzi Bonzi: «In questo primo approccio offriamo
alla donna solo uno spazio per riflettere, per ritrovarsi, per capire quali
risorse interne ed esterne esistono. La donna che viene non è certamente
cattiva, magari soffre, occorre capire perché non se la sente di diventare
madre, magari non ha davanti a sé un modello. Cerchiamo poi di coinvolgere
anche gli uomini, se la donna è d’accordo».
Non si tratta di convincere: «Anche se credo che, se ogni ragazza
potesse fare un colloquio e poi, in piena libertà, decidere, molte
desisterebbero dall’aborto. Io stessa sono colpita da come parecchie di
loro entrino col certificato in mano e poi me lo straccino sotto il naso. E
poi c’è la questione della famosa sindrome post-abortiva. Basta pensare
che una donna, dopo 20 anni dall’interruzione di gravidanza, mi ha chiesto
se esiste una tomba dei bambini abortiti per portarvi un fiore».
Il dibattito politico in corso pare lontano, ma Paola Marozzi Bonzi
commenta: «Personalmente, tengo la legge 194 ma vorrei che fosse applicata
nella parte preventiva, dando la possibilità alle associazioni di essere
presenti con professionalità nelle strutture pubbliche, come lo siamo noi
da 21 anni».
Da queste persone, dai loro volti, dalle loro fatiche e speranze echeggia
l’appello a offrire a tutte le realtà che lavorano in questo settore ogni
tipo di aiuto possibile: denaro, soprattutto, ma anche viveri e, per chi se
lo sente, tempo e buona volontà.