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Attualità.
di Giuseppe Altamore


PREVIDENZA
IL PRESIDENTE DELL’INPS GIAN PAOLO SASSI: «SIAMO UN PILASTRO SEMPRE PIÙ SOLIDO»


MENO MALE CHE C’È L’INPS

Le sfide dellIstituto di fronte a un futuro sempre più incerto e a uno Stato sociale che batte in ritirata.

«Noi non raccontiamo storie, non vendiamo polizze a 100 euro al mese promettendo un futuro felice. L’Inps è una realtà solida, il vero pilastro della nostra previdenza». L’avvocato Gian Paolo Sassi, 52 anni, varesino, ex commissario e ora presidente dell’Inps voluto dal ministro Maroni («ma non sono leghista, sono stato scelto per la mia professionalità»), parla chiaro e senza tanti giri di parole, forte dei risultati raggiunti dall’Istituto che si occupa di pensioni e assistenza per la stragrande maggioranza degli italiani.

  • Avvocato, per la prima volta dopo 40 anni, l’Inps ha un bilancio in attivo: che cosa è successo?

«Gli ingredienti sono molti, certamente il bonus ha avuto la sua parte. Poi c’è un aumento considerevole degli iscritti all’Inps, grazie agli effetti positivi della legge Bossi-Fini, che ha permesso la regolarizzazione di tanti lavoratori. C’è poi un fatto apparentemente strano: nonostante la crisi, l’occupazione è cresciuta. Così, nel 2005, gli iscritti all’Inps sono aumentati di 400.000 unità».

  • E se arrivassero anche i quattrini di chi evade i contributi previdenziali…

«Grazie a ispezioni più mirate abbiamo raggiunto importanti risultati sul fronte dell’emersione del lavoro nero. Ma abbiamo ancora una percentuale di sommerso intollerabile. Un fenomeno vergognoso, che colpisce soprattutto l’agricoltura e l’edilizia e, perfino, l’industria. Quest’anno, per esempio, abbiamo sorpreso un’azienda vicino a Salerno con 110 dipendenti senza contratto. Non stiamo parlando di piccole attività, ma di medie imprese illegali. Fabbriche clandestine e anche molti laboratori cinesi con manodopera non dichiarata».

  • Un danno enorme per la nostra economia e la nostra previdenza: avete calcolato quanto ci costa?

«Miliardi di euro. Un piccolo risultato può quindi apportare grandi benefici al nostro bilancio. Ma non possiamo essere solo noi a combattere il lavoro nero».

  • Poi c’è il lavoro flessibile, con contratti che sfiorano il lavoro nero…

«Il lavoro flessibile è una necessità che non deve incoraggiare comportamenti scorretti. Molti contratti flessibili si trasformano in contratti a tempo indeterminato. Noi piuttosto dobbiamo preoccuparci della continuità della posizione previdenziale individuale».

Tabella.

  • Un problema affrontato solo in parte, con la cosiddetta totalizzazione dei contributi versati presso enti diversi, ma alla fine chi pagherà?

«Qualcosa è stato fatto, ma ci sono ancora dei vincoli, come il limite dei cinque anni. L’obiettivo è garantire la "portabilità" dei contributi. Il lavoro non è più stabile come una volta. Si passa dalla libera professione a un’attività come dipendente e viceversa. Il cittadino dovrebbe avere la garanzia di sommare i contributi senza rimetterci, ma c’è il problema dell’armonizzazione delle aliquote, perché alcune sono troppo alte e altre, al contrario, sono più basse».

  • L’ultima riforma delle pensioni fino a che punto funzionerà?

«Fino al 2035 non ci dovrebbero essere problemi. La situazione è sotto controllo. Da qui a 30 anni, i conti dell’Inps non subiranno scossoni. I pensionati possono stare tranquilli. C’è da dire che un sistema pensionistico non si costruisce una volta per tutte, piuttosto è un sistema in divenire che ha bisogno di una continua manutenzione. La riforma delle riforme è una sciocchezza».

  • Ma la pensione sarà più magra…

«Passeremo dal 65 per cento dell’ultima retribuzione fra 30 anni al 40-47 per cento dopo il 2035. Ecco perché è necessario prepararsi per tempo con la pensione complementare».

  • A proposito, le speranze sono riposte sul mitico Tfr: finalmente la riforma è passata, ma si deve attendere ancora il 2008 per far partire la previdenza integrativa...

«Diciamo che siamo fortemente in ritardo. Bisognava partire nel 1995, un minuto dopo l’approvazione della riforma Dini. Abbiamo perso 10 anni. Ora è stato raggiunto un faticoso accordo proprio la scorsa settimana: diciamo che il bicchiere è mezzo pieno. Comunque, alla fine l’ha spuntata Maroni».

  • Ci sono sufficienti garanzie per la pensione di scorta?

«Dipende. I fondi pensione dovrebbero avere una corsia preferenziale rispetto ai fondi individuali gestiti dai privati. Un sistema previdenziale non si costruisce in una generazione, ci vogliono anni. Occorre una consapevolezza che al momento non è molto diffusa».

  • Forse c’è anche una certa diffidenza: affidare il proprio Tfr o i risparmi di una vita a un fondo comporta dei rischi, del resto gli interessi in questo campo sono tanti…

«A regime, la torta sarà costituita da 12-13 miliardi di euro da gestire».

  • E l’Inps che cosa fa, potrebbe scendere in campo?

«Sarebbe sbagliato entrare in questo mercato, non è nel nostro patrimonio genetico. L’Inps è un’azienda sociale, un servizio pubblico, il suo fine non è il profitto. L’Inps dovrebbe invece avere un ruolo centrale di coordinamento tra i vari soggetti: i lavoratori, le aziende, i fondi, le banche e le compagnie di assicurazione. Noi possiamo fornire, per esempio, i dati di cui hanno bisogno i fondi. Altrimenti occorrerebbe creare una struttura apposita. Insomma, possiamo offrire un servizio».

  • Con quali vantaggi?

«Si risparmierebbe sui costi di gestione e garantiremmo una sicura trasparenza, che in questo delicato settore è fondamentale. Ci devono essere regole ferree che garantiscano i soldi dei lavoratori. Soprattutto riguardo le commissioni. Se un fondo parte già con una commissione del 10 per cento, significa tagliare, per esempio, 20.000 euro su un versamento di 200.000 euro».

  • Chissà come saranno contente banche e compagnie di assicurazione sentendo le sue dichiarazioni…

«Non credo che saranno dispiaciute, L’Inps è un interlocutore istituzionale».

  • Qual è lo scenario della previdenza di fronte al crollo delle nascite?

«Lo scenario è complicato. Tra il 1991 e il 2005 sono scomparsi in Italia 1 milione e 700.000 adolescenti nella fascia compresa tra i 14 e i 18 anni, futuri lavoratori che avrebbero dovuto garantire il pagamento delle pensioni di una fetta di popolazione. Oggi ci sono 137 persone oltre i 65 anni per ogni 100 adolescenti. Un sistema pensionistico serio e responsabile dovrebbe occuparsi di queste dinamiche».

  • In realtà, la politica fa assai poco per aiutare le famiglie…

«È così, in una situazione demografica come quella dell’Italia di oggi ogni investimento sulla famiglia invece è un investimento sul futuro del Paese».

  • Insomma, sono tante le sfide per l’Inps…

«Questo Paese potrebbe fare a meno del campionato di calcio ma non dell’Inps. Oggi siamo sempre più lontani dallo Stato sociale e il ruolo dell’Inps è messo continuamente in discussione. Ma noi non dormiamo sugli allori della nostra storia, iniziata 109 anni fa. Perché ogni giorno dobbiamo conquistarci il diritto a esistere».

  • Anche perché qualcuno prima o poi proverà a privatizzarvi…

«Prego, si accomodi. Voglio vedere che cosa succede. Questo Istituto è un patrimonio frutto del lavoro di tante generazioni. L’Inps è passato attraverso eventi drammatici, come le guerre e altre fasi critiche. Noi siamo un punto di riferimento sicuro, poi ci sono quelli che pubblicizzano le pensioni "fai da te" con slogan del tipo: "dacci 100 euro al mese e sarai felice per sempre". Ma dove? Non scherziamo. L’Inps è una cosa seria, non è un carrozzone e non puntiamo al profitto».

  • I lavoratori atipici contribuenti dell’Inps guadagnano mediamente 10.880 euro lordi l’anno, che pensione avranno questi poveretti?

«Purtroppo devono fare affidamento su quel 19 per cento versato. Però si presume che il loro destino professionale possa migliorare. Certo, a uno che guadagna così poco è difficile dire: metti qualcosa da parte per il futuro».

  • Il Tfr che passa ai fondi pensione è già qualcosa, ma in realtà il pilastro previdenziale più robusto e sicuro è costituito dalla pensione pubblica…

«Proprio così, meno male che c’è l’Inps. Lo dicono gli italiani che ci vedono come una madre sempre presente, anche se poco generosa. Certo, accontentare 40 milioni di italiani è una missione impossibile, ma noi ci proviamo, ogni giorno».

Giuseppe Altamore

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