Noi non raccontiamo
storie, non vendiamo polizze a 100 euro al mese promettendo un futuro
felice. L’Inps è una realtà solida, il vero pilastro della nostra
previdenza». L’avvocato Gian Paolo Sassi, 52 anni, varesino, ex
commissario e ora presidente dell’Inps voluto dal ministro Maroni («ma
non sono leghista, sono stato scelto per la mia professionalità»), parla
chiaro e senza tanti giri di parole, forte dei risultati raggiunti dall’Istituto
che si occupa di pensioni e assistenza per la stragrande maggioranza degli
italiani.
- Avvocato, per la prima volta dopo 40 anni, l’Inps ha
un bilancio in attivo: che cosa è successo?
«Gli ingredienti sono molti, certamente il bonus ha avuto
la sua parte. Poi c’è un aumento considerevole degli iscritti all’Inps,
grazie agli effetti positivi della legge Bossi-Fini, che ha permesso la
regolarizzazione di tanti lavoratori. C’è poi un fatto apparentemente
strano: nonostante la crisi, l’occupazione è cresciuta. Così, nel 2005,
gli iscritti all’Inps sono aumentati di 400.000 unità».
- E se arrivassero anche i quattrini di chi evade i
contributi previdenziali…
«Grazie a ispezioni più mirate abbiamo raggiunto
importanti risultati sul fronte dell’emersione del lavoro nero. Ma abbiamo
ancora una percentuale di sommerso intollerabile. Un fenomeno vergognoso,
che colpisce soprattutto l’agricoltura e l’edilizia e, perfino, l’industria.
Quest’anno, per esempio, abbiamo sorpreso un’azienda vicino a Salerno
con 110 dipendenti senza contratto. Non stiamo parlando di piccole
attività, ma di medie imprese illegali. Fabbriche clandestine e anche molti
laboratori cinesi con manodopera non dichiarata».
- Un danno enorme per la nostra economia e la nostra
previdenza: avete calcolato quanto ci costa?
«Miliardi di euro. Un piccolo risultato può quindi
apportare grandi benefici al nostro bilancio. Ma non possiamo essere solo
noi a combattere il lavoro nero».
- Poi c’è il lavoro flessibile, con contratti che
sfiorano il lavoro nero…
«Il lavoro flessibile è una necessità che non deve
incoraggiare comportamenti scorretti. Molti contratti flessibili si
trasformano in contratti a tempo indeterminato. Noi piuttosto dobbiamo
preoccuparci della continuità della posizione previdenziale individuale».

- Un problema affrontato solo in parte, con la cosiddetta
totalizzazione dei contributi versati presso enti diversi, ma alla fine
chi pagherà?
«Qualcosa è stato fatto, ma ci sono ancora dei vincoli,
come il limite dei cinque anni. L’obiettivo è garantire la
"portabilità" dei contributi. Il lavoro non è più stabile come
una volta. Si passa dalla libera professione a un’attività come
dipendente e viceversa. Il cittadino dovrebbe avere la garanzia di sommare i
contributi senza rimetterci, ma c’è il problema dell’armonizzazione
delle aliquote, perché alcune sono troppo alte e altre, al contrario, sono
più basse».
- L’ultima riforma delle pensioni fino a che punto
funzionerà?
«Fino al 2035 non ci dovrebbero essere problemi. La
situazione è sotto controllo. Da qui a 30 anni, i conti dell’Inps non
subiranno scossoni. I pensionati possono stare tranquilli. C’è da dire
che un sistema pensionistico non si costruisce una volta per tutte,
piuttosto è un sistema in divenire che ha bisogno di una continua
manutenzione. La riforma delle riforme è una sciocchezza».
- Ma la pensione sarà più magra…
«Passeremo dal 65 per cento dell’ultima retribuzione
fra 30 anni al 40-47 per cento dopo il 2035. Ecco perché è necessario
prepararsi per tempo con la pensione complementare».
- A proposito, le speranze sono riposte sul mitico Tfr:
finalmente la riforma è passata, ma si deve attendere ancora il 2008
per far partire la previdenza integrativa...
«Diciamo che siamo fortemente in ritardo. Bisognava
partire nel 1995, un minuto dopo l’approvazione della riforma Dini.
Abbiamo perso 10 anni. Ora è stato raggiunto un faticoso accordo proprio la
scorsa settimana: diciamo che il bicchiere è mezzo pieno. Comunque, alla
fine l’ha spuntata Maroni».
- Ci sono sufficienti garanzie per la pensione di scorta?
«Dipende. I fondi pensione dovrebbero avere una corsia
preferenziale rispetto ai fondi individuali gestiti dai privati. Un sistema
previdenziale non si costruisce in una generazione, ci vogliono anni.
Occorre una consapevolezza che al momento non è molto diffusa».
- Forse c’è anche una certa diffidenza: affidare il
proprio Tfr o i risparmi di una vita a un fondo comporta dei rischi, del
resto gli interessi in questo campo sono tanti…
«A regime, la torta sarà costituita da 12-13 miliardi di
euro da gestire».
- E l’Inps che cosa fa, potrebbe scendere in campo?
«Sarebbe sbagliato entrare in questo mercato, non è nel
nostro patrimonio genetico. L’Inps è un’azienda sociale, un servizio
pubblico, il suo fine non è il profitto. L’Inps dovrebbe invece avere un
ruolo centrale di coordinamento tra i vari soggetti: i lavoratori, le
aziende, i fondi, le banche e le compagnie di assicurazione. Noi possiamo
fornire, per esempio, i dati di cui hanno bisogno i fondi. Altrimenti
occorrerebbe creare una struttura apposita. Insomma, possiamo offrire un
servizio».
«Si risparmierebbe sui costi di gestione e garantiremmo
una sicura trasparenza, che in questo delicato settore è fondamentale. Ci
devono essere regole ferree che garantiscano i soldi dei lavoratori.
Soprattutto riguardo le commissioni. Se un fondo parte già con una
commissione del 10 per cento, significa tagliare, per esempio, 20.000 euro
su un versamento di 200.000 euro».
- Chissà come saranno contente banche e compagnie di
assicurazione sentendo le sue dichiarazioni…
«Non credo che saranno dispiaciute, L’Inps è un
interlocutore istituzionale».
- Qual è lo scenario della previdenza di fronte al
crollo delle nascite?
«Lo scenario è complicato. Tra il 1991 e il 2005 sono
scomparsi in Italia 1 milione e 700.000 adolescenti nella fascia compresa
tra i 14 e i 18 anni, futuri lavoratori che avrebbero dovuto garantire il
pagamento delle pensioni di una fetta di popolazione. Oggi ci sono 137
persone oltre i 65 anni per ogni 100 adolescenti. Un sistema pensionistico
serio e responsabile dovrebbe occuparsi di queste dinamiche».
- In realtà, la politica fa assai poco per aiutare le
famiglie…
«È così, in una situazione demografica come quella dell’Italia
di oggi ogni investimento sulla famiglia invece è un investimento sul
futuro del Paese».
- Insomma, sono tante le sfide per l’Inps…
«Questo Paese potrebbe fare a meno del campionato di
calcio ma non dell’Inps. Oggi siamo sempre più lontani dallo Stato
sociale e il ruolo dell’Inps è messo continuamente in discussione. Ma noi
non dormiamo sugli allori della nostra storia, iniziata 109 anni fa. Perché
ogni giorno dobbiamo conquistarci il diritto a esistere».
- Anche perché qualcuno prima o poi proverà a
privatizzarvi…
«Prego, si accomodi. Voglio vedere che cosa succede.
Questo Istituto è un patrimonio frutto del lavoro di tante generazioni. L’Inps
è passato attraverso eventi drammatici, come le guerre e altre fasi
critiche. Noi siamo un punto di riferimento sicuro, poi ci sono quelli che
pubblicizzano le pensioni "fai da te" con slogan del tipo:
"dacci 100 euro al mese e sarai felice per sempre". Ma dove? Non
scherziamo. L’Inps è una cosa seria, non è un carrozzone e non puntiamo
al profitto».
- I lavoratori atipici contribuenti dell’Inps
guadagnano mediamente 10.880 euro lordi l’anno, che pensione avranno
questi poveretti?
«Purtroppo devono fare affidamento su quel 19 per cento
versato. Però si presume che il loro destino professionale possa
migliorare. Certo, a uno che guadagna così poco è difficile dire: metti
qualcosa da parte per il futuro».
- Il Tfr che passa ai fondi pensione è già qualcosa, ma
in realtà il pilastro previdenziale più robusto e sicuro è costituito
dalla pensione pubblica…
«Proprio così, meno male che c’è l’Inps. Lo dicono
gli italiani che ci vedono come una madre sempre presente, anche se poco
generosa. Certo, accontentare 40 milioni di italiani è una missione
impossibile, ma noi ci proviamo, ogni giorno».