A parte l’immagine,
è quasi vero. Lettino escluso, richiesto solo nel caso in cui ci si
sottoponga ad analisi, lo psicologo è una figura destinata a entrare sempre
di più nella nostra vita. Il 6 per cento degli italiani maggiorenni,
infatti, nel corso dell’ultimo anno, ha sentito la necessità di
rivolgersi a uno psicologo o a una psicologa. In proiezione, sarebbero circa
2.700.000 gli italiani che hanno consultato un professionista per sé stessi
o per un familiare. In media, con circa 48.000 psicologi, risulterebbero 56
contatti per professionista. La percentuale dell’utenza cresce fino al 7,3
per cento nei comuni con più di 100.000 abitanti, cala al 4,6 per cento nei
centri sotto i 20.000. Inoltre, varia con l’età. Si va dallo psicologo
soprattutto dai 35 ai 45 anni (l’8,1 cento), molto meno dopo i 65 (1,8
cento).
I contatti aumentano con il crescere del titolo di studio,
passando dall’1,2 per cento (licenza elementare) al 7,4 per cento (diploma
di scuola media superiore) e al 14,8 per cento (laurea).
Si tratta di un dato complessivamente importante, se si
pensa che solo l’1,3 per cento, nello stesso periodo, ha consultato un
pediatra di base e il 3,4 per cento si è rivolto a un day hospital. È un
risultato che ha preso un po’ alla sprovvista gli stessi autori della
ricerca, la prima indagine completa sulla professione dello psicologo,
realizzata dall’Ordine degli psicologi del Lazio, in collaborazione con l’Università
La Sapienza, di Roma, partner dell’Osservatorio sul mercato della
psicologia. I dati sono stati raccolti a partire dall’utenza, per capire
quanti hanno bisogno dello piscologo e perché. «Per noi è stato un modo
di sottoporci a verifica», spiega Gianluca Ponzio, psicologo e
curatore della ricerca, «siamo stati confortati non solo dal dato
quantitativo, ma soprattutto dal livello qualitativo che ci riconosce la
maggior parte degli intervistati».
L’indagine è stata realizzata su un campione nazionale
di 4.350 persone differenziate per sesso, età, titolo di studio e
collocazione geografica. Se il 6 per cento degli intervistati ha dichiarato
di essersi rivolto a uno psicologo nel corso degli ultimi 12 mesi, per
esempio, il 23 per cento di questi l’ha incontrato in uno studio o in un
centro privato, il 16,4 per cento nella scuola e solo il 14,8 per cento in
un ospedale o in una struttura pubblica. Molto al di sotto, nelle
percentuali, il rapporto con questa figura professionale per formazione o
orientamento al lavoro. Significa che lo psicologo, il buon Freud insegna,
è percepito soprattutto come "pompiere" delle situazioni
critiche, e molto meno come colui che aiuta a prevenirle. Le cure di tipo
clinico superano il 90 per cento delle prestazioni registrate dalla ricerca.
Problemi familiari
Il 39,7 per cento degli intervistati si è rivolto allo
psicologo per consultazione e diagnosi, il 29,1 per cento per una
psicoterapia breve di sostegno, il 22 per cento ha affrontato un percorso di
psicoterapia o di psicoanalisi, il 4,7 per cento ha scelto la strada della
psicoterapia di gruppo. Solo un 4,3 per cento vi ha fatto ricorso per
questioni legate alla mediazione familiare o a pratiche di affidamento,
percentuali ancora minori per prevenzione, orientamento e counseling,
psicoterapia di coppia e altre prestazioni che riguardano in genere il mondo
della relazione e del lavoro.
A conferma della tendenza a considerare la professione dal
punto di vista clinico, il 38 per cento degli intervistati va dallo
psicologo per guarire da un disturbo specifico, e il 25 per cento per
affrontare un malessere. Solo l’11 per cento ritiene sia utile come «supporto
nella gestione dei problemi quotidiani», il 9 per cento per un percorso di
crescita personale.
Chi si rivolge allo psicologo non lo farebbe poi in modo
avventato. Il 46,1 per cento, infatti, dichiara di avere fatto la sua scelta
dietro il consiglio di un medico, il 38 per cento su suggerimento di un
parente, amico o collega. Solo il 6,2 per cento si è affidato alle pagine
gialle e l’1,1 cento a Internet.
Venendo al livello di soddisfazione e gradimento, anche in
questo caso i dati risultano incoraggianti. L’83,5 per cento delle persone
che hanno avuto a che fare con lo psicologo, infatti, si dichiarano
soddisfatte o molto soddisfatte.
«E questo sarebbe ancora poco», spiega Gianluca Ponzio, «perché
la soddisfazione è relativa anche al sentirsi o meno a proprio agio, quasi
uno stereotipo quando si ha a che fare con chi esercita la nostra
professione. È importante che più del 68 per cento dichiara di avere
conseguito un risultato concreto, per il 76,8 per cento sono stati
identificati i punti chiave e per il 70,7 per cento l’intervento è stato
efficace».
Quei professionisti stimati
Queste le valutazioni di chi effettivamente ha avuto
contatti con un professionista. La ricerca ha anche cercato di verificare lo
status sociale dello psicologo, confrontando la professione con altri
mestieri equivalenti per titolo di studio.
Nell’immaginario collettivo, quella dello psicologo
risulta ancora una professione "debole", collocandosi per impegno
di studi al terz’ultimo posto, prima di Economia e Commercio e Scienze
della comunicazione. Ai primi posti fanno la parte del leone, nell’ordine,
i medici, gli ingegneri, i veterinari, i laureati in Giurisprudenza, e
biologi e gli architetti. Le cose cambiano quando si parla di fiducia. In
questo caso gli psicologi salgono infatti al quinto posto, preceduti dai
medici, sempre in testa, dagli ingegneri, dai veterinari e dai magistrati.