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Scusi, mi può dare
un tranquillante?

 
Attualità.
di Simonetta Pagnotti


SOCIETÀ
QUASI TRE MILIONI DI ITALIANI SONO CORSI DALLO PSICOLOGO ALMENO UNA VOLTA


UN POPOLO SUL LETTINO

Solo per un consiglio, per avere un sostegno o una vera e propria terapia. Una ricerca svela il nostro rapporto con i figli di Sigmund Freud.

A parte l’immagine, è quasi vero. Lettino escluso, richiesto solo nel caso in cui ci si sottoponga ad analisi, lo psicologo è una figura destinata a entrare sempre di più nella nostra vita. Il 6 per cento degli italiani maggiorenni, infatti, nel corso dell’ultimo anno, ha sentito la necessità di rivolgersi a uno psicologo o a una psicologa. In proiezione, sarebbero circa 2.700.000 gli italiani che hanno consultato un professionista per sé stessi o per un familiare. In media, con circa 48.000 psicologi, risulterebbero 56 contatti per professionista. La percentuale dell’utenza cresce fino al 7,3 per cento nei comuni con più di 100.000 abitanti, cala al 4,6 per cento nei centri sotto i 20.000. Inoltre, varia con l’età. Si va dallo psicologo soprattutto dai 35 ai 45 anni (l’8,1 cento), molto meno dopo i 65 (1,8 cento).

I contatti aumentano con il crescere del titolo di studio, passando dall’1,2 per cento (licenza elementare) al 7,4 per cento (diploma di scuola media superiore) e al 14,8 per cento (laurea).

Si tratta di un dato complessivamente importante, se si pensa che solo l’1,3 per cento, nello stesso periodo, ha consultato un pediatra di base e il 3,4 per cento si è rivolto a un day hospital. È un risultato che ha preso un po’ alla sprovvista gli stessi autori della ricerca, la prima indagine completa sulla professione dello psicologo, realizzata dall’Ordine degli psicologi del Lazio, in collaborazione con l’Università La Sapienza, di Roma, partner dell’Osservatorio sul mercato della psicologia. I dati sono stati raccolti a partire dall’utenza, per capire quanti hanno bisogno dello piscologo e perché. «Per noi è stato un modo di sottoporci a verifica», spiega Gianluca Ponzio, psicologo e curatore della ricerca, «siamo stati confortati non solo dal dato quantitativo, ma soprattutto dal livello qualitativo che ci riconosce la maggior parte degli intervistati».

L’indagine è stata realizzata su un campione nazionale di 4.350 persone differenziate per sesso, età, titolo di studio e collocazione geografica. Se il 6 per cento degli intervistati ha dichiarato di essersi rivolto a uno psicologo nel corso degli ultimi 12 mesi, per esempio, il 23 per cento di questi l’ha incontrato in uno studio o in un centro privato, il 16,4 per cento nella scuola e solo il 14,8 per cento in un ospedale o in una struttura pubblica. Molto al di sotto, nelle percentuali, il rapporto con questa figura professionale per formazione o orientamento al lavoro. Significa che lo psicologo, il buon Freud insegna, è percepito soprattutto come "pompiere" delle situazioni critiche, e molto meno come colui che aiuta a prevenirle. Le cure di tipo clinico superano il 90 per cento delle prestazioni registrate dalla ricerca.

Problemi familiari

Il 39,7 per cento degli intervistati si è rivolto allo psicologo per consultazione e diagnosi, il 29,1 per cento per una psicoterapia breve di sostegno, il 22 per cento ha affrontato un percorso di psicoterapia o di psicoanalisi, il 4,7 per cento ha scelto la strada della psicoterapia di gruppo. Solo un 4,3 per cento vi ha fatto ricorso per questioni legate alla mediazione familiare o a pratiche di affidamento, percentuali ancora minori per prevenzione, orientamento e counseling, psicoterapia di coppia e altre prestazioni che riguardano in genere il mondo della relazione e del lavoro.

A conferma della tendenza a considerare la professione dal punto di vista clinico, il 38 per cento degli intervistati va dallo psicologo per guarire da un disturbo specifico, e il 25 per cento per affrontare un malessere. Solo l’11 per cento ritiene sia utile come «supporto nella gestione dei problemi quotidiani», il 9 per cento per un percorso di crescita personale.

Chi si rivolge allo psicologo non lo farebbe poi in modo avventato. Il 46,1 per cento, infatti, dichiara di avere fatto la sua scelta dietro il consiglio di un medico, il 38 per cento su suggerimento di un parente, amico o collega. Solo il 6,2 per cento si è affidato alle pagine gialle e l’1,1 cento a Internet.

Venendo al livello di soddisfazione e gradimento, anche in questo caso i dati risultano incoraggianti. L’83,5 per cento delle persone che hanno avuto a che fare con lo psicologo, infatti, si dichiarano soddisfatte o molto soddisfatte.

«E questo sarebbe ancora poco», spiega Gianluca Ponzio, «perché la soddisfazione è relativa anche al sentirsi o meno a proprio agio, quasi uno stereotipo quando si ha a che fare con chi esercita la nostra professione. È importante che più del 68 per cento dichiara di avere conseguito un risultato concreto, per il 76,8 per cento sono stati identificati i punti chiave e per il 70,7 per cento l’intervento è stato efficace».

Quei professionisti stimati

Queste le valutazioni di chi effettivamente ha avuto contatti con un professionista. La ricerca ha anche cercato di verificare lo status sociale dello psicologo, confrontando la professione con altri mestieri equivalenti per titolo di studio.

Nell’immaginario collettivo, quella dello psicologo risulta ancora una professione "debole", collocandosi per impegno di studi al terz’ultimo posto, prima di Economia e Commercio e Scienze della comunicazione. Ai primi posti fanno la parte del leone, nell’ordine, i medici, gli ingegneri, i veterinari, i laureati in Giurisprudenza, e biologi e gli architetti. Le cose cambiano quando si parla di fiducia. In questo caso gli psicologi salgono infatti al quinto posto, preceduti dai medici, sempre in testa, dagli ingegneri, dai veterinari e dai magistrati.

Simonetta Pagnotti

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