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Riassunto delle puntate precedenti. Il 16 febbraio di quest’anno è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto, un accordo ratificato da 156 Paesi di tutto il mondo (ma non da Stati Uniti e Australia) per affrontare il grande problema dei cambiamenti climatici del pianeta. Questi ultimi, in rapido aumento, sono provocati in gran parte dall’eccessiva immissione nell’atmosfera di anidride carbonica (Co2) causata, soprattutto, dall’uso massiccio di combustibili fossili come il petrolio e il carbone. Il Protocollo prevede impegni di riduzione di Co2 differenti per ogni nazione (per ora ne sono esentati i Paesi in via di sviluppo), in modo che le emissioni globali vengano diminuite, rispetto ai livelli del 1990, di almeno il 5 per cento entro il 2008-2012. Le conseguenze sugli ecosistemi Questo allo scopo di contenere l’incremento della temperatura terrestre entro i due gradi centigradi perché, secondo la maggior parte degli scienziati, al di là di questa soglia le conseguenze sugli ecosistemi potrebbero essere irreversibili e catastrofiche. All’interno dell’Unione europea, che si è prefissa l’obiettivo di riduzione dell’8 per cento, l’Italia si è impegnata a diminuire le sue emissioni del 6,5 per cento. Per centrare il bersaglio i Paesi dovranno riconvertire l’impiego di combustibili fossili sostituendo gradualmente il petrolio e il carbone con energie rinnovabili; promuovere l’efficienza energetica negli usi civili e industriali; intervenire sulla qualificazione energetica dell’edilizia e sul sistema dei trasporti. In poche parole, una nuova rivoluzione industriale. Il Protocollo, però, prevede anche una serie di strumenti per aiutare questo processo, come "il mercato delle emissioni", che permette ai Paesi e alle aziende "virtuose", che hanno abbattuto le loro emissioni, di quotare sul mercato questi benefici.
Proprio in questi giorni a Montréal, nel corso della Conferenza sul clima, si terrà il primo "Meeting delle parti del Protocollo di Kyoto", il primo incontro, cioè, tra tutti i Paesi che lo hanno ratificato. Oltre all’approvazione delle decisioni necessarie a rendere operativo l’accordo internazionale, i Paesi partecipanti dovrebbero avviare le trattative per gli impegni da assumere dopo il 2012, senza alcun rinvio. «Come è effettivamente previsto dal Protocollo stesso», dice Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia. «I Paesi firmatari devono assumersi un preciso impegno per il futuro perché il processo che ha avuto inizio con il Protocollo possa proseguire». E non è affatto scontato, visto che gli Usa e l’Australia cercano di "frenare" e parlano del "dopo Kyoto" come di un periodo di impegni del tutto volontari e senza obblighi. Eppure anche là l’opinione pubblica e la società civile premono perché i due Paesi firmino l’accordo. La California sta con Kyoto Alcuni Stati americani, compresa la California del governatore Schwarzenegger, hanno in cantiere molte iniziative in linea con gli impegni sanciti dal Protocollo di Kyoto, soprattutto in tema di risparmio energetico e di uso di fonti rinnovabili. In Australia, invece, trenta vescovi cattolici hanno firmato un documento in cui si chiede al Governo di Camberra di "fare di più" per contenere le emissioni di gas serra e si sostiene che la ratifica del Protocollo è il "meno" che l’Australia possa fare per sostenere le strutture internazionali che aiutano a ridurre il riscaldamento globale. Da Montréal, dunque, dovrà arrivare un segnale preciso: indietro non si torna. «Per convincere le aziende a passare dall’uso dei combustibili fossili ad alternative più pulite è necessario che esse sappiano che le loro emissioni di Co2 saranno considerate come un costo dopo il 2012», dice Mariagrazia Midulla, responsabile delle Campagne internazionali del Wwf. «Eppure i 25 Paesi europei hanno a disposizione uno strumento importante: l’"Emissions Trading Scheme" (Ets), un sistema per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra. È rivolto alle grandi installazioni singole che impiegano energia, quindi aziende di produzione energetica, aziende metallurgiche, cartiere e aziende di materiali da costruzione». Uso delle fonti rinnovabili L’Ets, prosegue Mariagrazia Midulla, «è entrato in vigore a gennaio del 2005 e sta per entrare nella seconda fase di negoziazioni per il periodo 2008-2012, ma in Italia, di questa fase, non si è ancora cominciato a discutere. Non solo, il ministro dell’Ambiente ha annunciato un vero e proprio sussidio di Stato ai combustibili fossili, con 100 milioni di euro destinati all’acquisto di crediti dall’estero. Se questa linea verrà confermata, il Wwf ricorrerà all’Unione europea, chiedendo l’apertura di una procedura d’infrazione». «Il vero nodo della discussione è un modello energetico ancora incentrato sui combustibili fossili», conferma Roberto Della Seta, presidente di Legambiente. «L’Italia è rimasta al palo: le nostre emissioni di Co2, invece di diminuire, sono aumentate del 12 per cento dal 1990 a oggi e c’è stato un incremento dei consumi elettrici negli ultimi dieci anni dell’11 per cento, ben oltre la media europea. Poco o niente è stato fatto sul fronte del risparmio energetico, dell’uso delle fonti rinnovabili, del sistema dei trasporti, dell’innovazione e della ricerca ed è evidente l’assenza di una strategia per adempiere agli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto. Questa è una politica di corto respiro che manda un segnale negativo all’industria italiana». Barbara
Carazzolo
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