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«Mangia piano, altrimenti ti strozzi!». La commessa del bar non si trattiene e sorride davanti al ragazzo biondo che addenta una piadina al prosciutto, manda giù una spremuta d’arancia e rovescia sul bancone una manciata di euro per pagare la consumazione. Il ragazzo biondo con gli occhialetti, i blue-jeans e il giubbotto nero va di fretta. È Daniel Harding. Ha 30 anni, ma sembra molto più giovane. Dirige orchestre da quando era adolescente e il prossimo 7 dicembre sarà sul podio della Scala per dirigere la prima della nuova stagione: Idomeneo, il "dramma per musica in tre atti" composto da Wolfgang Amadeus Mozart all’età di 24 anni. Incontriamo Daniel Harding a Ferrara, dove lavora spesso come direttore principale della Mahler Chamber Orchestra, l’orchesta giovanile internazionale fondata da Claudio Abbado. Il camerino di Harding pare la stanza di uno studente, senza concessioni al divismo. Ci trovi alla rinfusa una borsa sportiva, un berretto da baseball, un paio di guanti, una bottiglia d’acqua e poi le partiture delle musiche che deve dirigere. Nonostante il passare degli anni, l’accumulo di esperienze prestigiose e il fatto che sia già padre di due bambini, Daniel Harding non riesce a togliersi di dosso l’etichetta di eterno ragazzo o di "baby direttore". La sua storia ha il sapore di una favola. Harding nasce in Inghilterra, studia a Oxford, poi frequenta una scuola di musica a Manchester, ma già dall’età di 8 anni sogna di fare il direttore d’orchestra. Un giorno, volendo eseguire con alcuni amici nientemeno che un’opera di Arnold Schoenberg, chiede consigli a Simon Rattle, all’epoca astro nascente tra i direttori d’orchestra e oggi sul podio dei Berliner Philharmoniker. Rattle intuisce il talento dell’adolescente Harding e lo nomina suo assistente all’Orchestra sinfonica di Birmingham. Nel 1995 a Parigi un lutto improvviso costringe Rattle a rinunciare a un concerto e sul podio sale Harding. Ha solo 19 anni, ma se la cava benissimo. Diventa un pupillo anche di Claudio Abbado, che, nel 1998, gli concede l’onore di dirigere la prima del Don Giovanni di Mozart al festival di Aix-en-Provence. Poi lo chiama a dirigere a Berlino e ormai Harding è di casa nelle sale da concerto e nei teatri più prestigiosi del mondo. Dirigendo i Philharmoniker a Berlino, Harding ha conosciuto la violista francese Béatrice Muthelet, che è diventata sua moglie. Hanno una bambina e un bimbo, George, nato lo scorso agosto. Vivono a Londra. Nel poco tempo libero che gli rimane, Harding pratica la scherma («mi rilassa e mi scioglie nei movimenti») e tifa per la squadra di calcio del Manchester.
«Beh, sul sito racconto solo quello che voglio io. Ci tengo molto a difendere la mia privacy. Uso il web per condividere con gli appassionati di musica che seguono la mia carriera i momenti belli della mia vita, come per esempio la nascita di mio figlio».
«Dipende. Se sono in viaggio per lavoro magari non li vedo per una settimana intera, però quando sono a casa resto con loro 24 ore su 24. Forse sono più fortunato di molti padri che vedono i figli il mattino a colazione, li portano a scuola e poi li rivedono soltanto la sera per metterli a letto. Ora mia figlia va a scuola ed è più complicato far viaggiare tutta la famiglia con me, ma ogni tanto ci riusciamo».
«Alla Scala ho trovato un clima fantastico, grande energia, ma anche calma, concentrazione e laboriosità. Avverto in tutti la voglia di realizzare qualcosa di speciale».
«La Scala, come altri grandi teatri d’opera nel mondo, non deve diventare un pretesto per scontri politici o il simbolo di qualcosa che non ha nulla a che fare con la musica. La Scala ha una grande storia e deve continuare a fare musica al più grande livello. È questa la sola cosa che conta ed è ciò che sta a cuore alle persone che lavorano alla Scala».
<Dovete aspettarvi un gruppo di cantanti giovani, un giovane direttore d’orchestra e un grande regista sommati allo straordinario lavoro del personale della Scala. Tutti insieme cercheremo di rendere al meglio delle nostre capacità una delle opere più radicali e drammatiche di Mozart».
«Lei mi sta facendo una domanda pericolosa, perché la mia risposta
non sarà scontata. Io non voglio rendere Mozart facilmente popolare.
Troppo spesso lo consideriamo un grazioso giovane in parrucca, capace di
scrivere bella musica per rilassarci quando torniamo a casa dall’ufficio.
Niente di più sbagliato.
«Mi chiamate così voi giornalisti, ma non mi pare che gli orchestrali e gli altri musicisti mi considerino tale. Conquistarmi rispetto e autorità non è stato difficile, mi è bastato lavorare duro. Comunque ho già 30 anni, forse tra un po’ mi farà piacere essere considerato ancora un ragazzino».
«Con Simon ho studiato molto, mi ha insegnato tante cose e su di me ha avuto un’enorme influenza. Con Claudio è diverso: non abbiamo mai parlato della tecnica della direzione di orchestra, ma più spesso di calcio o Formula uno. Per Claudio la musica non è qualcosa di cui parlare, ma qualcosa da fare. Ho imparato molto osservandolo. Sono stato davvero fortunato ad averli incontrati perché sono due grandi musicisti, molto generosi. Se un dottor Frankenstein dovesse creare in laboratorio il direttore d’orchestra ideale dovrebbe utilizzare parti di Simon e parti di Claudio».
«Ormai dirigo orchestre da 15 anni, spero di continuare a farlo per altri 40 o 50 anni. Non vedo l’ora di scoprire e imparare tante cose nuove».
«Sì, ci ho già provato con il tenore australiano Steve Davislim, che avrà il ruolo di Idomeneo. Stiamo insegnando il gioco ad altre persone della Scala, ma con la promessa di non far danni in palcoscenico».
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