![]() |
|
|
|
Coppia sorprendente. Dietro la cinepresa Jim Jarmusch, ragazzone dai capelli precocemente incanutiti, cinefilo appassionato di film francesi nonché regista alternativo, narratore di piccole storie scomode dell’altra America, come quelle raccontate in Ghost dog con Forest Whitaker, Dead man con Johnny Depp, Coffee and cigarettes con Harvey Keitel, Daunbailò con Roberto Benigni (il miglior film dell’irriverente genietto italiano, grazie a un regista vero). Davanti all’obiettivo Bill Murray, autore, ma soprattutto attore d’insospettato spessore, balzato alla notorietà negli anni ’80 con gli spassosi film della serie Ghostbusters-Acchiappafantasmi e poi cresciuto in comicità grazie a titoli come Tootsie, Tutte le manie di Bob, Ed Wood, Ricomincio da capo. Fino alla laurea in commedia agrodolce conquistata con Lost in traslation, valso l’Oscar per la migliore sceneggiatura alla giovanissima cineasta Sofia Coppola (figlia del grande regista Francis Ford Coppola). Tra questi due poli maschili inserite una sfilata di attrici da urlo: Jessica Lange, Sharon Stone, Tilda Swinton. Folgoranti i loro cammei sulla moderna donna americana. E aggiungete temi oggi più che mai d’attualità quali la mancanza di identità, la perdita di ideali, la crisi di mezza età, la solitudine, il bisogno di paternità. Affrontati però con amara leggerezza. Il risultato è Broken flowers (letteralmente "Fiori spezzati", ma va benissimo anche "I fiori che non colsi"), l’unico film davvero divertente visto quest’anno tra i vari festival di Cannes, Venezia, Berlino o San Sebastián. Tanto da aver vinto sulla Croisette il Grand Prix, ovvero il secondo alloro dopo la Palma d’oro, cosa alquanto insolita per una pellicola lungi dai canoni del dramma. Un viso che è una maschera Broken flowers è il film giusto per lo spettatore che abbia voglia di divertirsi con un pizzico d’intelligenza, sfuggendo all’ondata mediatica del solito Harry Potter, ma anche all’imminente invasione di cartoni e titoli natalizi. Può rivelarsi addirittura catartico seguire le peripezie dello svagato protagonista, alla ricerca del passato per trovare forse un nuovo senso al suo presente. Dimenticate per un po’ i vostri affanni dietro a quella faccia stropicciata di Bill Murray. Perché l’idea di questo insolito film nasce proprio dall’espressività di quel viso. «Quando scrivevo il copione, avevo in mente Murray come protagonista», rivela Jim Jarmusch, 53 anni il 22 gennaio. «Trovo che sia una maschera favolosa, uno strumento sopraffino per un regista. Superba la sua abilità nel rendere ilari anche i momenti più squallidi. Di lui però vedevo pure l’aspetto di persona sempre fuori luogo, di un individuo sconnesso che somiglia a una tela sgualcita, cosparsa di punti di domanda». Esattamente così appare Don nelle prime sequenze. Scapolo solitario e un po’ misantropo, tecnico arricchito grazie all’informatica ma che in casa non vuole il computer, rintanato nella sua villa con giardino. Finché tra la posta non trova una busta rosa: una lettera che, con cinico ritardo, lo avverte che 19 anni prima ha avuto un figlio. E che il giovane, forse, verrà a cercarlo. Una vendetta femminile, chiaro, perché la missiva è anonima e Don ha un turbolento passato da dongiovanni. La bomba non scuoterebbe Don dalla sua abulìa se non fosse per l’irrequieto, vitale, disponibile vicino di casa, immigrato etiope dalla rumorosa famiglia, che si mette al computer e studia per l’amico uno speciale "itinerario della memoria" attraverso gli Stati Uniti: cinque tappe per ritrovare le fidanzate di allora e scoprire chi di loro sia la mamma mittente. Si sorride di fronte al campionario di "occasioni perse" dal protagonista. Al suo impaccio nel vedere cosa siano diventate le ragazze un dì tanto amate. E cosa sia oggi lui per loro. Inevitabile, ma lo stesso amara la scoperta che essere padre non è soltanto un fatto biologico. «Odio i film coi messaggi», si schermisce Jarmusch. «Il mio non è né una commedia romantica né una tragedia, vuol far pensare ma non pontifica. In fondo, dice solo che il passato è andato e il futuro non possiamo controllarlo. Se riesci a vivere così, sei un maestro zen». Strepitosa l’interpretazione di Bill Murray. Un minimalismo tutto sguardi, silenzi eloquenti, sopracciglia inarcate. Se uno si sveglia al mattino con appiccicata addosso Sharon Stone e riesce a rendere credibile un senso di fastidio, deve essere per forza un grande attore! «Broken flowers è un thriller psicologico il cui
intreccio, che poi è la vita, si svela poco a poco», chiosa l’attore in
tono crepuscolare, e aggiunge sogghignando: «Minimalista è la parola
giusta. Infatti, per quello che mi riguarda, sul set ho cercato di fare il
meno possibile».
Maurizio
Turrioni
|