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Attualità.
di Francesca Lancini 
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NEPAL

I RAGAZZI DI PADRE GREGORY

Il gesuita americano ha aperto nella capitale una scuola per 450 bambini poveri. Un segno di speranza in un Paese che faticosamente cerca la sua strada verso la democrazia.

Katmandu

«Questa sala era completamente distrutta. I vetri erano rotti e bisognava ridipingere i muri. Ma poiché non avevamo abbastanza soldi per comprare la vernice, abbiamo usato il fango come fanno di solito i nepalesi per pitturare le loro case. In fondo, è bastato aggiungere una sostanza chimica per rimettere a nuovo con solo 5 dollari una stanza grande come un campo da pallacanestro». Così padre Gregory Watkins, gesuita americano di 48 anni, originario della Pennsylvania, ci introduce nella Godavari Alumni Association, il "club" dove gli ex studenti delle scuole cattoliche, ma non solo, vengono per trascorrere il tempo libero a Katmandu. Al momento è in corso una partita di basket. Le urla dei ragazzi fanno sorridere il missionario. Siamo nel Thamel, il quartiere dei commercianti della capitale nepalese, ma che un tempo – spiega il prete, fra gli antropologi più esperti del regno himalayano – era l’area di un monastero buddhista.

«Il mio legame con il Nepal è come un matrimonio che dura da oltre 25 anni e che, passata la fase romantica, supera anche le situazioni più difficili». Non deve essere stato facile, infatti, venire a vivere in uno dei Paesi più poveri al mondo, dove il 40 per cento della popolazione guadagna meno di un euro al giorno, con un divario enorme fra la capitale e le campagne e una storia di regimi autoritari, guerra e instabilità politica.

Verso l’Assemblea costituente

Al momento, dopo la proclamazione del cessate il fuoco, sono in corso le trattative di pace fra un Governo provvisorio e i ribelli maoisti, che nel 1996 hanno iniziato a combattere nelle zone rurali per rovesciare la monarchia e instaurare una repubblica comunista.

I negoziati sono il risultato delle rivolte popolari che ad aprile hanno costretto il re Gyanendra a rinunciare al potere assoluto, preso con un auto-golpe nel febbraio 2005, e a riaprire il Parlamento. Maoisti e partiti dell’opposizione, tornati al Governo, si sono alleati in funzione antimonarchica, sostenendo le proteste per il ritorno alla democrazia. Le loro posizioni, tuttavia, restano distanti, se si considera che è in gioco il futuro del Paese. Si negozia per mettere fine a un conflitto che ha causato oltre 13.000 vittime, ma anche per arrivare all’elezione di un’Assemblea costituente che dovrà scegliere fra monarchia e repubblica.

«In realtà, la prima volta che arrivai in territorio nepalese rimasi incantato», rivela padre Gregory. «Con un altro novizio venivo da una prima, durissima, missione in India; una volta attraversato il confine meridionale, nella foresta, trovai però un contesto diverso. La gente non ci guardava sospettosa, ci accoglieva invece con grandi sorrisi». Era il 1979 e diversi giovani giungevano in questi luoghi alla ricerca di un’alternativa al modo di vivere occidentale. E padre Gregory, anche lui poco più che ventenne e con pochissimi soldi in tasca, che cosa cercava? «Volevo studiare il buddhismo e le pratiche di meditazione, ma soprattutto mettere in pratica ciò che avevo imparato dai gesuiti: superare la paura del diverso, imparare una nuova lingua ed entrare in una nuova cultura». Il religioso aveva capito che il Nepal, «allora puro e tranquillo» luogo d’incontro di diverse etnie e di tutte le principali religioni, era il posto ideale dove fermarsi.

Sulle montagne, tra i ribelli

«Vivo qui stabilmente dal 2001, dopo il misterioso massacro della famiglia reale e la salita al potere dell’autoritario re Gyanendra. Gli ultimi anni sono stati duri. Con la fine di una prima tregua, era diventato per me più complicato andare sulle montagne, controllate dai ribelli maoisti, a studiare le popolazioni locali, come avevo fatto per vent’anni. Ma non mi sono arreso. Ho abbandonato i newari, gruppo etnico di ceppo indiano della valle di Katmandu con cui avevo vissuto fin dall’inizio, e mi sono concentrato sui tamang, buddhisti di ceppo mongolo che si trovano nel Nord». Molte delle minoranze religiose (buddhisti, cristiani e musulmani), a differenza della maggioranza induista, sono state perseguitate almeno fino ai primi anni ’90, quando venne proclamata per la prima volta la monarchia costituzionale.

Oggi, però, dopo le rivolte popolari dell’aprile scorso, si è compiuta una nuova rivoluzione: il regno indù del Nepal, che bandiva la professione di altri credo, è stato dichiarato Stato laico come la vicina India. «Si tratta di un cambiamento di forte valore simbolico», spiega padre Gregory, «visto che Gyanendra era considerato addirittura l’incarnazione del dio indù Vishnu».

Vivendo per alcuni mesi con le famiglie tamang, ai piedi del Ganesh Hymal, una delle montagne nepalesi più alte dopo l’Everest, il missionario ha scoperto il mondo delle zone rurali, fatto di estrema povertà, lavoro minorile, scuole cadenti, minacce ed estorsioni da parte dei maoisti. «Il mio lavoro sociale è stato la diretta conseguenza dei miei studi antropologici. Ho sentito il dovere di aiutare concretamente quelle persone».

È stato così che il religioso ha superato le iniziali diffidenze del villaggio verso un "benefattore" occidentale e ha raccolto i soldi per ricostruire la scuola locale. «Non avevamo, però, legno a sufficienza. A causa della deforestazione (che solo nella regione meridionale del Terai ha distrutto il 20 per cento delle foreste, ndr.), ogni famiglia poteva tagliare solo due alberi ogni cinque anni. Poi sono arrivati i maoisti a chiederci il 30 per cento delle donazioni, ma io non ho voluto che quei soldi venissero spesi per i loro fucili. Abbiamo dovuto fermarci».

Il "25 aprile" nepalese

Oggi, con le trattative in corso fra maoisti e Governo, forse il progetto potrà ripartire, ma intanto il missionario non ha perso tempo, avviando i lavori nella scuola di Jalupa, un quartiere periferico a nordovest di Katmandu, con vista sulla valle. Per raggiungerla attraversiamo la ring road, la strada delle rivolte d’aprile, nelle quali 21 persone sono morte e altre centinaia sono rimaste ferite per riportare la democrazia. «Alla fine delle proteste, il 25 aprile scorso, quando il re ha deciso di riaprire il Parlamento, la gente ha danzato e festeggiato in strada fino all’alba. Per la prima volta dopo anni di coprifuoco», ricorda con entusiasmo il prete.

Superiamo case di mattoni con tetti in lamiera, banchi di verdura, orti infangati, mentre la pioggia monsonica cade battente. Sulla collina davanti a un gigantesco "albero sacro", simile a quello dove Buddha ebbe l’"illuminazione", e accanto a un tempietto indù che protegge la comunità, sorge il grande edificio per 450 bambini poveri, l’80 per cento tamang, il resto di varie etnie. «Molti sono figli di immigrati delle montagne e di gente delle periferie, altri sono stati mandati qui dai genitori per non farli reclutare dai maoisti e per dar loro la possibilità di studiare», dice il religioso. Giù nella valle si vedono gruppi di case incomplete: «L’inurbamento di Katmandu cresce ogni giorno, come in molte altre capitali d’Asia. Le famiglie, poverissime, vengono dalle montagne impervie per cercare lavoro e dare un’istruzione ai figli. Spesso, però, finiscono a vivere nelle baraccopoli dei sobborghi».

La democrazia è ancora lontana

I piccoli ci accolgono con danze tradizionali, mentre una suora dell’ostello femminile racconta: «Questa casa è troppo grigia e piccola per ospitare tutte le bambine, ma per loro, che prima di arrivare qui lavoravano nei campi, fare le portatrici e curare gli animali è già un rifugio felice».

Sulla strada di ritorno verso Katmandu, i bambini portano in braccio i fratelli più piccoli, un uomo cucina del mais e una donna si affaccia da una bancarella di canne di bambù. Attraversato un canale, ripiombiamo nel traffico cittadino. «Katmandu oggi è rumore e inquinamento. Molte antiche costruzioni newari sono state demolite e sono rimasti solo i bellissimi templi», dice con rammarico padre Gregory, pensando al futuro di quello che ormai è il suo Paese. «Spero nei negoziati, ma il Nepal non è ancora uscito dai guai. La strada verso la democrazia rimane lunga», aggiunge, mentre restiamo bloccati nell’ennesimo ingorgo di risciò, motorette e auto Maruti.

Francesca Lancini 

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