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Il notiziario femminile
dei padri comboniani (www.femmis.org)
è uscito, il 18 settembre, con questo titolo: "Missione:
due posti vuoti". Da allora la stessa frase apre ogni numero.
Non è un’offerta di lavoro, perché fare il missionario è certamente un
lavoro, ma ci vuole la vocazione. È il rimpianto per due compagni perduti
nello stesso giorno, domenica 17 settembre scorso.
Suor Leonella Sgorbati,
piacentina, missionaria della Consolata, 65 anni, da 35 in Africa, è stata
uccisa a Mogadiscio, Somalia, mentre tornava a casa dalla scuola infermieri
che dirigeva. Era l’unica suora a lavorare di domenica, perché il suo
giorno di riposo era di venerdì come quello dei suoi studenti musulmani.
Prima di morire dissanguata in ospedale, ha ripetuto tre volte la parola
"perdono". A poche ore e a migliaia di chilometri di distanza, nella
stessa domenica è morto in Brasile padre Franco Masserdotti,
comboniano, vescovo di Balsas, Stato del Maranhão. Non un assassinio, ma
una tragica fatalità, come si dice. L’ha travolto un’automobile mentre
andava in bicicletta verso la parrocchia dove avrebbe celebrato le Cresime.
Bresciano, aveva 65 anni ed era missionario da 34. Ai funerali c’erano
anche gli indios apinajé, che al loro difensore perduto hanno offerto
farina di manioca. Il venerdì di suor Leonella e la manioca di padre Franco
non sono particolari insignificanti. Sono, tuttavia, segni precisi della
capacità di integrazione con altre culture che distingue chi si gioca la
vita presso popoli lontani e ne condivide la diversità, la povertà, la
speranza. È facile per noi, nel nostro mondo turbato dalle divisioni,
scegliere l’intolleranza, opporre rifiuto a rifiuto. È pure comodo
invocare la reciprocità come regola di scambio: io ti concedo questo se tu
cedi su quest’altro. Benedetto XVI, ricordando suor Leonella durante l’udienza del 24 settembre, ha definito i missionari «artigiani di pace». Lo interpreto così: sono gli artigiani che costruiscono i ponti invece di alzare i muri. Scrivo questi pochi appunti per la Giornata missionaria mondiale che si celebra domenica 22 ottobre. E concludo con ciò che mi è rimasto di un incontro con una missionaria. Niente di eroico, solo la quotidianità di una "artigiana" dei ponti. È venuta a salutarmi prima di ripartire suor Giuseppina Scrinzi, da Rovereto, comboniana in servizio da 26 anni in Eritrea e poi in Etiopia. Insegna ai bambini del bush, la foresta, da loro ha imparato la gioia dell’accoglienza e il saper accettare giorno dopo giorno, ringraziandone l’Essere superiore. Nei villaggi vivono insieme animisti, musulmani, cristiani. Sono seminomadi perché con la siccità devono spostare capre e pecore in cerca d’acqua. Campano soprattutto di granturco, di fagioli e di wese, le false banane da ridurre in farina per le polpettine cotte sulla brace. Non c’è acqua potabile, si raccoglie quella piovana dentro i laghetti. Con lei ci sono altre tre consorelle, due italiane, una etiope, più gli aiutanti locali, 10 insegnanti e 12 infermieri. Suor Giuseppina è stata in Italia a trovare i fratelli e le sorelle. Le hanno detto: «Perché non resti? C’è tanto da fare anche qui». Ha risposto che la sua casa è là dove ha visto i suoi scolari crescere e mettere su famiglia. Ninke Mannati, ripete, che in lingua sidanu significa "la nostra gente". Così, in altre lingue, avranno detto anche suor Leonella e padre Franco prima di lasciare i due posti vuoti.
Franca Zambonini
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