![]() |
|
|
|
«La cristianità, nella sua pace di superficie, è messa oggi di fronte al più terribile dei drammi in cui essa finora sia stata impegnata. Il cristianesimo non è minacciato di eresia: non appassiona più abbastanza perché ciò possa avvenire. È minacciato da una specie di silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza che lo circonda e dalla sua propria distrazione». Così scriveva, più di cinquant’anni fa, Emmanuel Mounier e non si deve temere di guardare al IV Convegno ecclesiale di Verona in compagnia di un ammonimento così severo. I Convegni ecclesiali sono un dono che la Chiesa post-conciliare in Italia ha fatto a sé stessa; non una parentesi evasiva, ma un evento dello Spirito in cui s’intrecciano grazia e responsabilità. Sullo sfondo dell’evento di Verona stanno gli Orientamenti pastorali del decennio, in cui i vescovi invitano a contemplare un mistero e, insieme, a raccogliere una sfida. Papa Benedetto XVI ha ricordato questo mistero con due metafore potenti e insolite: a Colonia ha paragonato l’urto straordinario della morte e risurrezione del Signore a una «fissione nucleare portata nel più intimo dell’essere»; nell’omelia della veglia pasquale ne ha parlato come di una «mutazione», un «salto in un ordine completamente nuovo». La sfida riguarda la difficoltà di trasmettere alle future generazioni questa notizia inaudita che ha riscritto la storia dell’umanità: mentre i linguaggi della catechesi continuano a permeare, più o meno bene, la pratica delle nostre comunità, i linguaggi della vita appaiono spenti e disabitati dal contagio del paradosso cristiano; i genitori non riescono a codificare la propria fede in un volume di pratiche di vita significative e appassionanti, i figli non riescono a decodificare l’infinito nel quotidiano, che è la "formula chimica" della testimonianza cristiana. Una sorta di paralizzante "afasia escatologica" ci rende difficile pensare, annunciare, persino desiderare cieli nuovi e terra nuova. E la speranza cristiana o si mostra all’altezza di una promessa di eternità, oppure si riduce a un modesto additivo psicologico per pastorali anemiche.
La domanda sul coinvolgimento dei laici, che a partire dal Convegno non si potrà certo eludere, va inserita in quest’orizzonte, senza banalizzazioni corporative. Non si tratta di una redistribuzione dei compiti o di una rettifica di ruoli pastorali; la posta in gioco è molto più alta. Riguarda la capacità di accreditare culturalmente e di onorare con la vita la persona umana come punto di tangenza fra finito e infinito, che il battesimo immette in un circuito di relazioni invisibili, ancorate al Risorto, speranza del mondo. La Chiesa non è un semplice contenitore di gruppi e iniziative, un’agenzia spirituale in cui convivono "specialisti del sacro" e laici deputati semplicemente a gestire le vicende della storia. La vita del laico battezzato, pietra viva di una nuova casa spirituale, deve acquistare la profondità testimoniale, lo spessore profetico, la responsabilità formativa, che discendono dalla vocazione a stare dentro il quotidiano come un sacerdote sta nel tempio. È la sfida più ardua: testimoniare l’eccedenza del Vangelo dentro e oltre la legittima autonomia delle realtà terrene, immettendo benèfici fermenti di speranza negli ambiti riconosciuti dal Convegno come strategici, che domandano uno sguardo laicamente competente e penetrante, senza illudersi di applicarvi un cerotto religioso, che provocherebbe prima o poi una reazione di rigetto. Delegare la competenza su ciò che è ultimo, riservandosi, come laici, la giurisdizione sul penultimo, è il modo peggiore per mortificare la storia e tradire la speranza, che il creato nutre segretamente (come ci ricorda san Paolo) di essere liberato dalla corruzione. Questo il mistero, questa la sfida! Se Verona non riuscirà a imprimere una scossa salutare in tale direzione, sarà stato inutile mascherare con un surplus di efficienza organizzativa un deficit di profezia evangelica, e sulla «silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza», di cui parla Emmanuel Mounier, peserebbe persino la complicità della nostra distrazione. Luigi
Alici
|
|
|