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«Lasciamoci inondare
dalla speranza di Dio»

 
Attualità.
di Alberto Bobbio


CONVEGNO ECCLESIALE
IN NOVEMBRE LA VISITA "AD LIMINA" DEI VESCOVI ITALIANI


LA FOTO DELLE DIOCESI
CHE VANNO DAL PAPA


Calano la partecipazione religiosa, i matrimoni e i preti. Ma non la speranza di tornare a incidere nella società.

La Chiesa italiana va a raccontarsi in Vaticano e i prossimi mesi saranno l’occasione per fare il punto sulla fede e sulla religiosità nel nostro Paese e per ascoltare cosa dirà il Papa ai vescovi delle 16 regioni ecclesiastiche italiane.

Cominciano a novembre le visite ad limina apostolorum, che i vescovi di tutto il mondo sono tenuti a fare ogni cinque anni alla Santa Sede. Si tratta di una tradizione antichissima, regolata via via negli anni da appositi documenti e dal Codice di diritto canonico. Servono al Papa per avere informazioni sulle singole diocesi, sui problemi, le iniziative, le difficoltà e l’evangelizzazione.

La ragione delle visite ad limina si trova nella lettera di san Paolo ai Galati, quando l’apostolo racconta della sua permanenza presso Pietro per 15 giorni, durante i quali fecero il punto sulla diffusione della fede. Fu quello un incontro di aiuto reciproco e il Direttorio della Congregazione vaticana dei vescovi che regola le visite ad limina, pubblicato nel 1988, lo ricorda come esempio. Il documento spiega che esse non sono un «semplice atto giuridico-amministrativo consistente nell’assolvimento di un obbligo rituale, protocollare e giuridico». E osserva che portano un «arricchimento di esperienze» al ministero del Papa e al suo «servizio di illuminare i gravi problemi della Chiesa e del mondo», diversi a seconda dei «luoghi, dei tempi e delle culture».

Occasioni laboriose ma importanti

Giovanni Paolo II, parlando all’assemblea dei vescovi italiani nel febbraio 1986, disse di annettere «grande importanza» a queste visite: «Costituiscono un’occasione privilegiata di comunione pastorale, perché il dialogo con ciascuno di voi mi consente di partecipare alle ansie e alle speranze che si vivono nelle Chiese da voi guidate».

Benedetto XVI intende farne un punto centrale del suo episcopato: «Le visite ad limina dei vescovi, che ci sono sempre state, vengono ora valorizzate molto di più, per parlare con tutte le istanze della Santa Sede e con me».

Sono intense e laboriose, ma costituiscono un’opportunità notevole anche per i singoli vescovi, che vengono in qualche modo obbligati a fare il punto sulla cifra della propria azione pastorale. La visita è il culmine di un’analisi della vita diocesana alla quale di solito il vescovo procede con l’aiuto degli uffici della Curia e con il contributo di sacerdoti e laici. Qualche vescovo in Italia sta cercando la forma per rendere pubblica la riflessione e farla diventare occasione di confronto tra clero e laici.

Una relazione della Cei

La preparazione alla visita ad limina è cominciata nelle diocesi italiane da diversi mesi. Ai vescovi la Nunziatura apostolica in Italia ha consegnato un lunghissimo questionario con oltre 100 domande, sulla cui base dovrà essere preparata la relazione da inviare alla Congregazione vaticana dei vescovi, almeno tre mesi prima della visita.

Quest’anno per la prima volta la Segreteria della Cei ha fornito ai vescovi una scheda di 72 pagine che riassume molti aspetti della situazione sociale e religiosa in Italia. Il lavoro è stato coordinato dal professor Luca Diotallevi, docente di Sociologia all’Università di Roma Tre, e permette di avere un quadro sintetico sulla partecipazione religiosa, sull’identificazione con i valori della Chiesa da parte degli italiani e sulla situazione di quelle che si possono chiamare le istituzioni religiose. A ogni diocesi è stato fornito inoltre il quadro locale dei principali fenomeni, per facilitare i vescovi nel reperimento dei dati da inserire nella relazione della visita.

I capitoli sono sei: demografia, economia, famiglia, scienza, politica e religione. Nei primi due si dà conto della distribuzione della popolazione, del lavoro e della disoccupazione. Le schede sulla famiglia fotografano l’aumento di divorzi e separazioni. Quelle sulla scienza analizzano il titolo di studio degli italiani. Ma sono le schede sulla religione a raccontare un Paese sempre meno praticante. Il matrimonio religioso diminuisce del 10 per cento tra il 1991 e il 2001, con punte del 14 per cento in Toscana, del 13 in Emilia-Romagna, del 12 per cento in Liguria, Lombardia, Piemonte, Umbria. Tengono Campania e Basilicata con una diminuzione del 2 per cento.

In Liguria e in Basilicata si battezzano poco più della metà dei bambini. In Veneto, Friuli e Trentino ci si ferma al 63 per cento, in Toscana al 65, in Lombardia al 67. Il numero di chi sceglie l’insegnamento della religione cattolica va oltre il 90 per cento per asilo, elementari e media in tutte le regioni, mentre cala nelle superiori in Toscana (68 per cento), Piemonte e Lombardia (74).

Sono stati poi elaborati i dati del ministero delle Finanze sull’8 per mille. La scelta a favore della Chiesa cattolica aumenta tra il 2001 e il 2003 in tutte le Regioni, mentre resta bassissimo, 3 su cento, il numero di chi sceglie di dare denaro, le cosiddette offerte deducibili, per il sostentamento del proprio clero.

Diminuiscono le ordinazioni sacerdotali. In Italia ci sono 32.491 preti diocesani (–2.300 rispetto a 10 anni fa), i religiosi sono 17.450 (–1.500), le suore 102.244 (–21.000) e i seminaristi 2.765, con una diminuzione di 550 persone. Anche le parrocchie sono diminuite: da 26.154 nel 1991 a 25.578 nel 2004. Aumentano solo in Calabria e in Puglia.

Alberto Bobbio

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