La Chiesa italiana va a
raccontarsi in Vaticano e i prossimi mesi saranno l’occasione per fare il
punto sulla fede e sulla religiosità nel nostro Paese e per ascoltare cosa
dirà il Papa ai vescovi delle 16 regioni ecclesiastiche italiane.
Cominciano a novembre le visite ad limina apostolorum,
che i vescovi di tutto il mondo sono tenuti a fare ogni cinque anni alla
Santa Sede. Si tratta di una tradizione antichissima, regolata via via negli
anni da appositi documenti e dal Codice di diritto canonico. Servono al Papa
per avere informazioni sulle singole diocesi, sui problemi, le iniziative,
le difficoltà e l’evangelizzazione.
La ragione delle visite ad limina si trova nella
lettera di san Paolo ai Galati, quando l’apostolo racconta della sua
permanenza presso Pietro per 15 giorni, durante i quali fecero il punto
sulla diffusione della fede. Fu quello un incontro di aiuto reciproco e il
Direttorio della Congregazione vaticana dei vescovi che regola le visite ad
limina, pubblicato nel 1988, lo ricorda come esempio. Il documento
spiega che esse non sono un «semplice atto giuridico-amministrativo
consistente nell’assolvimento di un obbligo rituale, protocollare e
giuridico». E osserva che portano un «arricchimento di esperienze» al
ministero del Papa e al suo «servizio di illuminare i gravi problemi della
Chiesa e del mondo», diversi a seconda dei «luoghi, dei tempi e delle
culture».
Occasioni laboriose ma importanti
Giovanni Paolo II, parlando all’assemblea
dei vescovi italiani nel febbraio 1986, disse di annettere «grande
importanza» a queste visite: «Costituiscono un’occasione privilegiata di
comunione pastorale, perché il dialogo con ciascuno di voi mi consente di
partecipare alle ansie e alle speranze che si vivono nelle Chiese da voi
guidate».
Benedetto XVI intende farne un
punto centrale del suo episcopato: «Le visite ad limina dei vescovi,
che ci sono sempre state, vengono ora valorizzate molto di più, per parlare
con tutte le istanze della Santa Sede e con me».
Sono intense e laboriose, ma costituiscono un’opportunità
notevole anche per i singoli vescovi, che vengono in qualche modo obbligati
a fare il punto sulla cifra della propria azione pastorale. La visita è il
culmine di un’analisi della vita diocesana alla quale di solito il vescovo
procede con l’aiuto degli uffici della Curia e con il contributo di
sacerdoti e laici. Qualche vescovo in Italia sta cercando la forma per
rendere pubblica la riflessione e farla diventare occasione di confronto tra
clero e laici.
Una relazione della Cei
La preparazione alla visita ad limina è cominciata
nelle diocesi italiane da diversi mesi. Ai vescovi la Nunziatura apostolica
in Italia ha consegnato un lunghissimo questionario con oltre 100 domande,
sulla cui base dovrà essere preparata la relazione da inviare alla
Congregazione vaticana dei vescovi, almeno tre mesi prima della visita.
Quest’anno per la prima volta la Segreteria della Cei ha
fornito ai vescovi una scheda di 72 pagine che riassume molti aspetti della
situazione sociale e religiosa in Italia. Il lavoro è stato coordinato dal
professor Luca Diotallevi, docente di Sociologia all’Università di
Roma Tre, e permette di avere un quadro sintetico sulla partecipazione
religiosa, sull’identificazione con i valori della Chiesa da parte degli
italiani e sulla situazione di quelle che si possono chiamare le istituzioni
religiose. A ogni diocesi è stato fornito inoltre il quadro locale dei
principali fenomeni, per facilitare i vescovi nel reperimento dei dati da
inserire nella relazione della visita.
I capitoli sono sei: demografia, economia, famiglia,
scienza, politica e religione. Nei primi due si dà conto della
distribuzione della popolazione, del lavoro e della disoccupazione. Le
schede sulla famiglia fotografano l’aumento di divorzi e separazioni.
Quelle sulla scienza analizzano il titolo di studio degli italiani. Ma sono
le schede sulla religione a raccontare un Paese sempre meno praticante. Il
matrimonio religioso diminuisce del 10 per cento tra il 1991 e il 2001, con
punte del 14 per cento in Toscana, del 13 in Emilia-Romagna, del 12 per
cento in Liguria, Lombardia, Piemonte, Umbria. Tengono Campania e Basilicata
con una diminuzione del 2 per cento.
In Liguria e in Basilicata si battezzano poco più della
metà dei bambini. In Veneto, Friuli e Trentino ci si ferma al 63 per cento,
in Toscana al 65, in Lombardia al 67. Il numero di chi sceglie l’insegnamento
della religione cattolica va oltre il 90 per cento per asilo, elementari e
media in tutte le regioni, mentre cala nelle superiori in Toscana (68 per
cento), Piemonte e Lombardia (74).
Sono stati poi elaborati i dati del ministero delle
Finanze sull’8 per mille. La scelta a favore della Chiesa cattolica
aumenta tra il 2001 e il 2003 in tutte le Regioni, mentre resta bassissimo,
3 su cento, il numero di chi sceglie di dare denaro, le cosiddette offerte
deducibili, per il sostentamento del proprio clero.
Diminuiscono le ordinazioni sacerdotali. In Italia ci sono
32.491 preti diocesani (–2.300 rispetto a 10 anni fa), i religiosi sono
17.450 (–1.500), le suore 102.244 (–21.000) e i seminaristi 2.765, con
una diminuzione di 550 persone. Anche le parrocchie sono diminuite: da
26.154 nel 1991 a 25.578 nel 2004. Aumentano solo in Calabria e in Puglia.