Come contributo al
Convegno di Verona, monsignor Massimo Camisasca, docente di filosofia
e fondatore della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo
Borromeo, ha pubblicato Riflessioni sulla speranza (Marietti), un
itinerario su uno tra i temi più urgenti e drammatici di un’epoca come la
nostra dove delusione e disperazione sembrano prevalere. Il testo è un
invito a non aver paura dell’imprevisto, perché in ciò che non possiamo
umanamente calcolare c’è il Mistero, la presenza di Dio che discende fino
a noi.
Anche se, scrive Camisasca, «il popolo è sempre tentato
di poggiare il proprio cuore su ciò che ha tra le mani». Nella seconda
parte, la speranza è indicata come un seme che può crescere solo
attraverso la preghiera. Nella terza, viene indicata la possibilità del
compimento pieno della vita attraverso la «purificazione della memoria»,
che trasforma «la delusione in cammino, la paura in timore di Dio».
Guarendoci dai mali del nostro tempo che si oppongono alla speranza:
violenze e sopraffazioni da un lato; stanchezza, delusione, lamentele e
recriminazioni dall’altro.
- Monsignor Camisasca, che cosa si aspetta dal convegno
di Verona?
«Mi aspetto che ci siano poche lamentele sul presente,
che non si esageri nell’analisi, confidando e sperando troppo da essa, ma
che ci si metta sulla lunghezza d’onda giusta, ascoltando i segni di
speranza che la fede del popolo cristiano genera sempre nella storia».
- Che cos’è per lei, oggi, la speranza?
«L’esperienza della speranza mi ha veramente molto
segnato in questi ultimi anni: si è rivelata un’assoluta necessità per
la mia vita e per quella delle persone che incontro. Ho capito che la
speranza è davvero possibile. E che è il dono più grande che Dio concede
alla vita dell’uomo».
- Che cosa significa sperare?
«Significa entrare nel punto di vista con cui Dio guarda
le cose e il mondo. I nostri giudizi, infatti, spesso ci allontanano dalla
verità, e quindi dalla speranza, perché traggono origine da categorie
estranee a Dio. Sperare non è l’eliminazione della difficoltà, ma l’esperienza
della letizia dentro di essa, come diceva san Francesco: la sua
"perfetta letizia" è un’esemplificazione fulgida di che cosa
significa sperare».
- A un certo punto delle sue riflessioni lei scrive che
la speranza si impara da qualcuno che è più avanti di noi e che, cito
testualmente, «ha già la faccia inondata di luce». Ci può fare
qualche esempio?
«Voglio citare tre espressioni di grandi maestri del
nostro tempo. L’attuale Papa, partecipando tanti anni fa come cardinale a
un corso di esercizi spirituali, disse: "Dio resta buono, di una bontà
indistruttibile: precisamente nello spazio del dolore e dell’afflizione
Dio è particolarmente vicino. Il dolore dell’uomo provoca il suo
discendere". Poi un’espressione di don Luigi Giussani: – "La
speranza è una certezza nel futuro in forza di una realtà presente"
–, che io commento così: la speranza è l’esplosione della fioritura
del presente, è l’invasione del germe della fede in tutta la nostra vita
come vera e propria mentalità nuova. Infine Giovanni Paolo II che,
partecipando da arcivescovo di Cracovia al funerale di una persona amica che
era morta giovane, ebbe a dire: "Ci ha lasciati nel punto giusto della
sua vita, perché Dio è buono"».