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Attualità.
di Rosanna Biffi


ISLAM
IL CASO DELLA SCUOLA ARABA DI VIA VENTURA A MILANO


IL DIALOGO È "RIMANDATO"

Gli alunni iscritti sono 130, impegnati in un doppio programma, egiziano e italiano. Famiglie e responsabili dell’istituto vanno avanti, ma in molti si chiedono se così i ragazzi possano davvero integrarsi.

La Milano che nel 2007 sarà ufficialmente capitale europea dell’integrazione ha tra le mani una patata bollente scoppiata sul primo terreno dove si gioca l’inserimento degli immigrati: una scuola. Prima che la metropoli lombarda diventi sede, tra pochi mesi, della seconda Conferenza europea sull’integrazione, sono augurabili decisioni certe riguardo alla scuola di via Ventura, la prima privata, araba e bilingue in Italia. Decisioni che non dipendono solo, né in parte maggiore, dal Comune, ma che richiedono da molte parti pazienza e ragionato buonsenso.

Intanto, il caso. Ha radici nella chiusura, un anno fa, della scuola islamica illegale di via Quaranta: la frequentavano 500 bambini di famiglie egiziane, non era mai stata autorizzata e serrò i battenti per inagibilità dei locali. Una parte degli alunni approdò alle scuole pubbliche, una parte venne educata in famiglia; per altri, padri e madri preferirono il ritorno in Egitto. Un gruppo di genitori, prese le distanze dall’ala integralista, creò con collaboratori italiani l’associazione "Insieme", per fondare una scuola privata riconosciuta che insegnasse arabo e italiano, programma egiziano e programma italiano.

Adesso la scuola, materialmente, c’è. In via Ventura, in una delle periferie più vivibili e vivaci a Milano, l’Enaip (l’ente di formazione professionale delle Acli) ha affittato a "Insieme" locali che in questi mesi sono stati rimessi completamente a nuovo. E si vede.

In primavera sono state inviate le richieste di autorizzazione al Comune (per l’idoneità dell’edificio) e alla Direzione scolastica regionale, per aprire una scuola straniera privata non paritaria. Prime risposte negative da entrambe le parti, controinvio di documentazione ulteriore, fino al 9 ottobre: il nulla osta non c’è ancora, ma le lezioni iniziano. E il caso diventa nazionale. «Non è stato un blitz», ha obiettato Lidia Acerboni, direttrice della scuola, «ma un atto di responsabilità verso i bambini e le famiglie. Aspettare significava mettere a rischio l’anno scolastico».

Bambine islamiche a scuola.
Bambine islamiche a scuola
(foto AP/La Presse).

Il principio del silenzio-assenso

Confortati anche dal parere del loro legale, l’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, i responsabili di "Insieme" si sono appellati al Decreto 389 del presidente della Repubblica, del 1994, «che ci consente di dare inizio alle attività didattiche previa comunicazione alla Direzione scolastica regionale», facendo leva sul principio del silenzio-assenso: se entro 60 giorni non fossero giunte segnalazioni di irregolarità, la scuola si considerava autorizzata. Ma le obiezioni sono giunte. Subito, con dichiarazioni e interventi sui giornali. Il dirigente scolastico regionale Mario Dutto ha sottolineato che «la necessità di autorizzazione è prevista quando intervengano soggetti extracomunitari». Il Comune ha chiesto una nuova ispezione dei vigili del fuoco, che hanno riscontrato irregolarità.

Morale: dopo tre giorni, l’istituto "Nagib Mahfuz" autosospende le lezioni. Al quarto, l’ordinanza di chiusura arriva dal prefetto Lombardi, che proibisce di riaprire finché non ci siano «il certificato di prevenzione incendi, l’autorizzazione del Comune e dell’autorità scolastica». Non siamo a un vero e proprio braccio di ferro tra "Insieme" (che ha deciso di ricorrere al Tar contro l’ordinanza) e istituzioni, ma certo a un confronto duro; a raffreddarlo non ha giovato la piccola e chiassosa manifestazione leghista davanti alla scuola, quando i bambini la frequentavano, ed entravano e uscivano tra file di telecamere.

La polemica si è allargata, coinvolgendo società civile e mondo politico, locale e nazionale. Le questioni in campo sono tante, non riguardano solo l’edificio di via Ventura e vengono sollevate, agitate, usate da una parte o dall’altra. Sono davvero tutte a norma le scuole di Milano? Non esistono forse già 11 istituti stranieri in città? Non c’è un diritto sancito dalla Costituzione a creare scuole private? Ma, per contro, era indispensabile cercare di mettere le istituzioni di fronte al fatto compiuto? Si è certi che, partendo da un doppio programma didattico, i bambini avranno una preparazione adeguata in Italia, dove la maggioranza di loro vivrà in futuro? Un eventuale sì a via Ventura non costituirà un precedente per far spuntare come funghi iniziative analoghe?

Otto insegnanti arabi e otto italiani

«Nessuno ha la ricetta per l’integrazione», obietta Lidia Acerboni, «e questo esperimento è interessante perché controllato e monitorato sin dall’inizio». Riferisce che i bambini iscritti, tra elementari e medie, sono 130, benché non più di 80 abbiano frequentato nei primi tre giorni. Sono soprattutto egiziani, più alcuni tunisini e marocchini; vengono in parte dalla precedente scuola di via Quaranta e in parte no. Le famiglie pagano 1.000 euro l’anno per le elementari, 1.200 per le medie, più 300 euro di iscrizione a "Insieme"; però, avendo in molti più di un figlio iscritto, sono previsti sconti familiari. Ogni giorno ci sarebbero 3 ore di lezione in arabo e 2 e mezza in italiano, divise tra otto insegnanti arabi e otto italiani, aiutati da una mediatrice culturale. Due la settimana le ore di religione (al momento solo la musulmana) per le elementari, una alle medie. Il Consolato egiziano, che patrocina la scuola, fornisce i libri di testo arabi. E la preside sottolinea l’impronta "laica" della "Mahfuz".

Ma Paolo Branca, docente di Lingua e letteratura araba e di islamistica all’Università Cattolica, ha qualche perplessità: «Ho forti dubbi che riescano a fare entrambi i programmi: qualcosa alla fine risulterà sacrificato. Conservare elementi della cultura e della lingua d’origine è una richiesta legittima, ma non a scapito del programma italiano, che sarà poi utile per il futuro dei ragazzi. Perché le statistiche dicono che oltre il 90 per cento di loro rimarrà in Italia».

Liliana Fumagalli, docente in pensione, insegnerebbe lettere alle classi medie di via Ventura, con una convinzione: «Voglio che questi bambini imparino a leggere in modo critico per arrivare a una libera capacità di scegliere, sotto tutti i profili, compreso quello religioso. Anche se io insegnerò senza entrare nell’ambito delle religioni». Fa un esempio: «Quando ho detto che "per la religione cattolica Cristo è figlio di Dio", qualche ragazzo ha obiettato: "Non è vero". Gli ho risposto: "È giusto per te, ma per gli altri è giusto quello"». Spiega così l’ostinazione delle famiglie a volere una loro scuola: «Sentono molto l’orgoglio di appartenenza all’Egitto; rimangono convinti di essere in Italia solo per motivi economici».

Aiutarli in modo più maturo

L’anno scorso faceva doposcuola ad alunni egiziani, e racconta: «Io sto attenta a non ferire la loro suscettibilità, ma non ho mai avuto contestazioni dai genitori. Non potrei accettare la benché minima intrusione sulla didattica».

Nelle scuole pubbliche lombarde ci sono oltre 22.000 studenti di lingua araba. A Milano sono presenti 190 etnie. Su via Ventura servirebbero un dibattito pedagogico e culturale franco, e decisioni rapide. Ma al momento sono più visibili altre incrostazioni, comprese quelle di ideologia varia. Commenta con qualche amarezza Branca: «Milano è un grande laboratorio interculturale. Potremmo aiutare la loro identità islamica in modo più maturo, più critico. Invece, ci ingabbiamo in queste polemiche sterili, che non portano lontano».

Rosanna Biffi

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