Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Renata Maderna


FAMIGLIA

UN FIGLIO? SÌ, NO, FORSE

Incertezza sul futuro, egoismo, mancanza di responsabilità "sociale"? 
I motivi per cui la nascita di un bimbo viene ritardata, secondo giovani e anziani. In un nostro sondaggio.

Da dove nasce quell’assenso, misterioso, inscrutabile, che dà il via al formarsi di un figlio, quando la riflessione razionale, la programmazione dei "pro" e dei "contro" non è ancora stata esperita o non è in grado di portare a una decisione finale? I sì e i no si fronteggiano dentro la mente e dentro il cuore, lasciando largo spazio ai forse e ai domani, che talvolta non arrivano mai. «Troppi problemi, incertezze, difficoltà...», dicono i molti che rimandano la scelta. «Poco coraggio, eccessive paure, qualche egoismo...», ribattono quelli che i figli li hanno già avuti. Ma il tema è troppo importante, per i singoli, alle soglie di uno dei percorsi più appassionanti della vita, e anche per la società, che sulle scelte individuali costruisce il suo futuro, per essere lasciato a "fronti" opposti, concentrati sulle proprie pene e ciechi di fronte alle altrui fatiche. Che sia tema importante, come del resto tutti quelli che ruotano intorno alla famiglia e al "fare famiglia", è stato ribadito ancora una volta dall’interesse creato dall’iniziativa realizzata dalla nostra testata nei mesi scorsi, denominata "A che punto è la famiglia? Famiglia Cristiana la invita a dire la sua". Insieme ad alcune migliaia di copie di un estratto della rivista è stato diffuso un questionario sul tema che spaziava dai valori alle situazioni concrete, al quale era possibile rispondere anche collegandosi al sito www.famigliacristiana.it . Per avere una conferma potrebbe essere sufficiente soffermarsi sulla risposta data alla domanda: "Quanto è importante la famiglia nella sua vita?", a cui nove persone su dieci hanno risposto: "Molto". Ma le suggestioni sono state tante.

  
Perché in Italia nascono pochi bambini? Colpa dell’incertezza sul futuro o della mancanza di strutture sociali adeguate? Le oltre 2.000 famiglie che hanno risposto al questionario di Famiglia Cristiana paiono avere un orientamento preciso: oltre il 40 per cento degli intervistati sostiene che l’incertezza sia il motivo che spinge a non diventare genitori, mentre meno di un quarto indica l’egoismo degli adulti o la paura delle responsabilità come cause del calo demografico.

Francesco Belletti. Foto Vision.«Da queste risposte», commenta Francesco Belletti, direttore del Cisf, Centro internazionale studi famiglia, «sembrano prevalere motivi più "esterni", più legati al clima sociale complessivo piuttosto che alle responsabilità individuali. Questo conferma che generare la vita non riguarda solamente le scelte degli sposi, gestite solo internamente alla coppia, ma ha molto a che fare con il clima di speranza della società».

Ed ecco già definito un primo punto per la riflessione di chi voglia fermarsi a pensare quali siano i messaggi che giungono ai giovani o, come segnalano le statistiche, ai meno giovani, alle prese con il sogno o la paura di diventare genitori: non sarà che la società genera una paura complessiva sul futuro? «Che sia difficile individuare la possibilità di un progetto positivo è sotto gli occhi di tutti», dice Francesco Belletti, «e questo dovrebbe spingere a non colpevolizzare le giovani coppie. Come ci segnalano le risposte al sondaggio, con una rappresentazione ragionevole da vari punti di vista, il generare, e quindi la capacità di essere famiglie feconde, avrebbe bisogno di un clima culturale generale, della responsabilità delle coppie e solo, in terzo luogo, di interventi specifici di supporto».

Tabella: perché in Italia nascono pochi bambini?

Se si incrociano le risposte con il dato anagrafico, tuttavia, emergono alcune differenze significative: mentre i più giovani, sotto i 40 anni, sottolineano maggiormente le incertezze sul futuro, gli anziani sopra i 66 hanno indicato in molti casi l’egoismo come causa che spingerebbe a non avere figli: «Lo sguardo di chi non vive la stagione della scelta sembra essere più "giudicante"», spiega Belletti. «Verrebbe da dire che è più facile considerare semplice la decisione che deve prendere qualcun altro, mentre bisognerebbe rispettare le paure di chi è in gioco... Ma vale la pena di sottolineare che il rapporto tra le generazioni dentro la famiglia è ben diverso, è un sistema solido di scambi solidaristici».

Senza timore di semplificare le riflessioni del sociologo, si potrebbe osservare che, quando ai meno giovani viene chiesto un parere sulle generazioni che seguono, il giudizio ha una certa coloritura di severità ma, quando si passa alla situazione concreta dentro casa propria, l’atteggiamento verso i propri figli alle prese con le decisioni sulla vita diventa meno pressante, più indulgente e protettivo. «Secondo quella medesima ambivalenza», commenta Belletti, «per cui a livello sociale le generazioni mature consumano le risorse a sfavore dei giovani, ma dentro la famiglia danno tutto e si prodigano per i figli, anche quando sono adulti e hanno formato una famiglia loro stessi».

Una distanza significativa tra le generazioni nel giudicare le scelte familiari emerge anche dalle risposte date alla domanda: "Secondo lei per quale motivo in Italia si assiste a una diminuzione dei matrimoni?". Mentre per gli over 66 la mancanza di senso di responsabilità è la causa, per i giovani sotto i 40 anni la sfiducia in un rapporto duraturo è altrettanto importante, mentre i problemi economici, non raccolgono molte indicazioni in entrambi.

Tabella: e per quale motivo si assiste a una diminuzione di matrimoni?

«È interessante notare che la diminuzione dei matrimoni è attribuita in modo più diretto alla responsabilità individuale, un fatto che si gioca nell’ambito delle scelte di vita delle persone, mentre c’è un sentire comune che fare figli ha a che vedere con la società. La responsabilità genitoriale è sancita e sanzionata giuridicamente e socialmente, mentre la stabilità dei legami viene confinata nell’autonoma libertà della coppia, che spesso diventa solitudine».

Se dai due capisaldi della famiglia, il patto tra la coppia e la scelta di diventare genitori, si passa alle definizioni, si osserva che l’idea di fondo di famiglia è strettamente collegata all’unione stabile tra uomo e donna (risposta data dal 72 per cento delle persone alla domanda: "Che cosa è per lei la famiglia? ", mentre solo il 9 per cento ha attribuito una connotazione riduttiva come "un legame affettivo che unisce due persone").

«Ma ancor più significativo», conclude Belletti, «è che il 93,2 per cento risponde "molto" alla domanda "Quanto è importante la famiglia nella sua vita?", ma la stessa risposta precipita al 18,2 per cento se si chiede: "Secondo lei nella società italiana quanto è considerata importante la famiglia?". Come a dire: per me è molto importante, per lo Stato molto meno».

Renata Maderna
   
   

PER FAVORE NON PIANGIAMOCI ADDOSSO

«Occorre riconsegnare alla famiglia il diritto di cittadinanza perché occupi nella vita politica il posto che le spetta, quale soggetto sociale da promuovere e non soggetto debole da assistere. Chi investe sulle famiglie previene le emergenze sociali, risolve alla radice gran parte delle patologie psichiche individuali, consente risparmi sui costi sociali».

Giorgio Tarassi, presidente di Orientamento familiare Oeffe, affiliato del Forum delle associazioni familiari, sintetizza così la visione che l’associazione porterà al congresso "Diritti e responsabilità della famiglia", organizzato a Roma per il marzo del 2007 dall’International federation for family development.

«Il congresso avrà come tema dominante il fatto che la famiglia deve sempre più diventare un soggetto di diritto destinatario dell’azione politica, in quanto istituzione in cui si formano le risorse del futuro e anche in quanto fondamentale soggetto economico e sociale, superando la tendenza all’individualismo, che sta diventando preoccupante tratto distintivo della nostra società».

La chiarezza degli intenti sugli obiettivi da raggiungere e le richieste da porre alla società, tuttavia, non devono far perdere di vista le responsabilità, che Giorgio Tarassi sottolinea con piglio, invitando a non limitarsi a "piangersi addosso": «Come ha detto qualcuno, non sono tanto preoccupato di quale Paese troveranno i nostri figli, ma di quali figli lascerò al mio Paese. L’incisività delle famiglie deve andare di pari passo con l’irrobustimento dell’autostima e dell’efficacia educativa dei genitori». Prima ancora di chiedere un riconoscimento all’esterno, la famiglia deve guardare al proprio interno e alle proprie possibilità.

Per questo motivo l’associazione Oeffe (telefono 02.48.02.49.42; www.oeffe.it), nata nel 2000 nell’ambito del Faes (Famiglia e scuola), si occupa di orientamento familiare secondo un modello originale, di cui alcuni telespettatori si sono fatti un’idea seguendo la trasmissione di Rai Educational, Diario di famiglia, giunta alla quarta serie.

«Anche negli incontri che realizziamo, il punto di partenza è un caso, di cui si discute con un moderatore che non è un esperto, ma è stato formato per condurre la riflessione nel gruppo di genitori aggregati per aiutarsi ed essere i primi educatori dei figli», spiega Giorgio Tarassi. «Prepariamo con corsi biennali, realizzati in molte città italiane, coloro che conducono i gruppi, a cui partecipano persone dalle diverse convinzioni. Il fine è un cammino di formazione che diventa una sorta di investimento nel miglioramento delle relazioni e che si svolge in un ambiente amichevole e di aiuto reciproco, un clima che permette di conoscersi e di scambiarsi esperienze favorendo il crescere delle capacità dei genitori».

Chi temesse che l’obiettivo del miglioramento "interno" della famiglia faccia trascurare la richiesta "esterna" del riconoscimento del suo ruolo, sbaglierebbe. La federazione internazionale a cui Oeffe si ispira ha sottolineato in più di un convegno, ad esempio in quello svolto nel 2004 a New York, la ricaduta economica che ha sulla società la famiglia unita, la crescita sana dei figli e del loro buon rendimento scolastico: «Oltre che ai Governi e alle istituzioni, ci rivolgiamo anche alle aziende, in termini propositivi, come portatori di interessi su cui merita di investire».

R.M.


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