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Attualità.
di Piergiorgio Pescali


ASIA - COREA DEL NORD

LA BOMBA DELLA POVERTÀ

Dall’atomica alle case fatiscenti e ai bambini che per sfamarsi raccolgono i chicchi di riso per strada. Un Paese a due facce, dove la stragrande maggioranza della popolazione vive con la tessera annonaria.

Pyongyang

Un Paese dalle due facce ermeticamente separate tra loro; è questa la prima impressione che la Corea del Nord infonde agli occhi dei pochi stranieri che riescono a visitarla. La faccia agiata, prospera, intellettualmente e tecnicamente avanzata è quella che viene mostrata ai più, al turista di passaggio, alle delegazioni ufficiali.

Scuole di prim’ordine, una capitale efficiente e opulenta, bambini sorridenti, appartamenti spaziosi e puliti, opere pubbliche faraoniche, fabbriche e ospedali all’avanguardia. Ma tra queste isole felici c’è un mare di emarginazione, povertà, degradazione. Dalla bomba atomica si passa direttamente alla spada. Neppure il turista più frettoloso può fare a meno di non vedere le case diroccate, i bambini che raccolgono i chicchi di riso caduti dai sacchi del programma Wfp (World food programme, il Programma alimentare mondiale) trasportati dai camion militari, le madri emaciate. Flash che illuminano brevemente un universo oscurato dalla propaganda del regime.

Ma per chi riesce a recarsi nel Paese più volte e a conquistare la confidenza dei funzionari di partito, ecco che quei flash diventano sempre più persistenti, sino a rischiarare lo sfondo che sta dietro il palcoscenico. E allora alle spalle dei supermercati colmi di prodotti giapponesi, cinesi e sudcoreani a esclusivo appannaggio di chi si può permettere di avere valuta pregiata (alti funzionari di partito, diplomatici, coloro che hanno parenti all’estero), ecco apparire un sottofondo fatto di miriadi di rivendite alimentari delle cooperative agricole che riforniscono la quasi totalità dei 22 milioni di cittadini nordcoreani. Ma gli scaffali sono quasi sempre vuoti.

L'annuncio in televisione del test nucleare effettuato dalla Corea del Nord.
L’annuncio in televisione del test nucleare effettuato
dalla Corea del Nord
(foto AP/La Presse).

Sulla strada per Wonsan visito una di queste cooperative e il relativo spaccio. Arrivano tre avventori mostrando la tessera annonaria che dà loro il diritto di avere 30 chili di riso al mese, 5 di carne e 5 litri di olio. Ricevono solo quest’ultimo, il resto è già terminato. Se ne vanno senza protestare. «Cosa vengono a fare?», chiede sarcastica la gestrice. «Da mesi non abbiamo più nulla da distribuire». Ironia della sorte, la cooperativa che sto visitando porta il nome di Chollima, il leggendario cavallo alato che il Governo ha assunto a simbolo del progresso. "Progrediamo alla velocità di Chollima!" è lo slogan coniato da Kim Il Sung negli anni Ottanta per incitare il popolo a costruire un futuro socialista.

La disintegrazione del Comecon (il Consiglio di mutua assistenza economica dei Paesi comunisti, nato nel 1949 e sciolto nel 1990) ha privato Chollima della biada e ora, anziché volare, è costretto a zoppicare. Come l’unico trattore della cooperativa, un cimelio degli anni Settanta, che sbuffa lungo la strada un tempo asfaltata e che è l’unico mezzo per trasportare il riso verso la brillatura. «Abbiamo carburante appena sufficiente per terminare il trasporto», mi dice il presidente della cooperativa, Sin Yong Im. «Se non si rompe il motore, per la prima volta da quattro anni avremo riso a sufficienza per l’inverno».

Il paradosso della fame

Il problema alimentare della Corea del Nord non sta tanto nella quantità di raccolto prodotto, in genere sufficiente per sfamare la popolazione, quanto nel riuscire a trasportare tutte le messi per le successive operazioni prima che le piogge le facciano marcire nei campi. Secondo un rapporto redatto dal Wfp assieme all’Unicef e allo stesso Governo nordcoreano, il 7 per cento dei bambini è gravemente malnutrito e una madre su tre è anemica. Nell’orfanotrofio di Pyongyang, il migliore del Paese, il 20 per cento dei bambini assistiti rischia di morire per malattie e denutrizione. «Ci servono un frigorifero, del latte, medicine», implora la direttrice.

Durante la presidenza Clinton, Pyongyang aveva ottenuto che gli Stati Uniti fornissero petrolio per la propria economia in cambio della sospensione delle ricerche nucleari, ma, dopo l’avvento di Bush e la scelta di intraprendere la politica di tagliare alla radice ogni fonte di approvvigionamento ai "Paesi canaglia", gli accordi sono saltati, aprendo la strada ai generali nordcoreani per il test nucleare.

Ma la popolazione, oltre a essere colpita dall’embargo, è anche provata dalle riforme economiche imposte dalla comunità internazionale per rendere il mercato nordcoreano più ricettivo verso la liberalizzazione. Se nelle campagne la riforma agraria ha permesso a numerose famiglie di sopravvivere, grazie all’ampliamento dei terreni coltivati in forma privata e ai mercati liberi settimanali, in città il legame tra stipendio e produttività ha penalizzato gli operai delle fabbriche statali, tecnologicamente meno avanzate. A fronte di un aumento dei prezzi del 150 per cento tra il 2004 e il 2006, gli stipendi sono aumentati solo del 30 per cento. Il resto, secondo i piani governativi, avrebbe dovuto essere assorbito con i bonus di produzione.

«Ma come facciamo a produrre di più se il tornio si rompe e non ci sono pezzi di ricambio o se ogni tre ore salta l’energia elettrica?», si chiede Han Byong Guk, un operaio della fabbrica Ryongsong Machine Complex di Hamhung. E guarda con invidia suo fratello, Pak, che allo stabilimento della Hyundai Asan a Kaesong lavora 56 ore settimanali guadagnando 68 dollari al mese. «Anch’io ne lavoro 56, ma ne guadagno meno di 30», lamenta Han.

Cresce il divario tra ricchi e poveri

Il divario tra ricchi e poveri in Corea si sta allargando e questo porta anche a un aumento della piccola criminalità, caratterizzata principalmente da furti di alimentari nei magazzini statali, ma anche di quella organizzata. Duemila dollari garantiscono un passaporto, ma non la sicurezza dell’asilo politico. La Cina ha recentemente rimpatriato una settantina di rifugiati nordcoreani e Minky Worden, direttrice dell’Ufficio stampa di Human rigths watch (una tra le più importanti organizzazioni internazionali operanti a favore della tutela dei diritti umani), teme che siano stati giustiziati in pubblico. Confermata, invece, è l’esistenza di una quindicina di campi di riabilitazione, tutti situati in aree off-limits, che ospiterebbero circa 200.000 tra prigionieri politici e comuni. Amnesty International e Hrw hanno riscontrato un irrigidimento del Governo sul tema dei diritti umani; un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti.

E allora rivedo gli occhi di chi ho incontrato nei recenti viaggi in Corea del Nord. Lavoratori, mamme, bambini. Occhi pieni di speranza. La speranza di chi non vuole essere abbandonato e dimenticato. Neppure dopo un test nucleare.

Piergiorgio Pescali
   
   
BENVENUTI NEL CLUB DEL NUCLEARE

Il club del nucleare si divide tra coloro che dispongono di tecnologia e armi, quanti sono sospettati di averli e i Paesi che puntano a dotarsi della tecnologia per soddisfare le proprie esigenze energetiche. Tra questi ultimi ci sono anche Stati ricchi di petrolio e gas, che tuttavia hanno deciso di risparmiare le risorse naturali per sostituirle con una fonte di energia, il cui costo è inferiore, proteggendo per le future generazioni ricchezze che potrebbero rivelarsi alquanto preziose.

Le potenze ufficiali sono: Cina, Francia, Gran Bretagna, India, Pakistan, Russia (con gli Stati eredi dell’Urss quali Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan), Stati Uniti e Corea del Nord. Israele rientra tra gli Stati di cui si sospetta che abbia il nucleare, ma non avendo mai firmato il Trattato di non proliferazione e non avendo mai consentito controlli internazionali, tecnologia e arsenale militare rimangono coperti dal segreto.

Infine, ci sono Paesi che puntano a dotarsi della tecnologia. Primo fra tutti c’è l’Iran, accusato da Stati Uniti, Israele, ambienti di esuli iraniani, di avere come obiettivo non tanto l’energia nucleare, quanto le armi atomiche. Teheran l’ha sempre negato collaborando con l’Agenzia atomica internazionale, in quanto Stato firmatario anche del Trattato di non proliferazione, ma non è stata giudicata sufficiente la disponibilità iraniana dai Paesi sopraindicati. Il primo reattore nucleare iraniano sarà quello di Bushehr, nel Golfo Persico, costruito con il sostegno russo: dovrebbe essere operativo a cominciare dal 2007. Circa i piani nucleari iraniani viene spesso trascurato un aspetto rilevante: avendo la Repubblica islamica ingenti risorse di uranio sul proprio territorio, il Paese potrebbe diventare, se arricchisce uranio in proprio, un importante esportatore di combustibile nucleare, il che andrebbe ad aggiungersi ai prodotti iraniani più venduti all’estero, quali petrolio, gas, tappeti e pistacchio.

Nel maggio scorso il primo ministro turco Tayyip Recep Erdogan ha annunciato che la Turchia intende costruire la sua prima centrale nucleare: sorgerà sul Mar Nero. Alla metà del mese di settembre, Mubarak padre e figlio hanno affermato alla Conferenza del Partito nazional-democratico, che regge le sorti dell’Egitto, che il Cairo punta nel prossimo decennio sullo sfruttamento del nucleare civile per produrre energia.

Sulla Corea del Sud e sull’Arabia Saudita sono anni che corrono voci, tra conferme e smentite. Si dice che stanno lavorando in istituti sperimentali su programmi nucleari segreti, anche di carattere militare. L’Iran ha assicurato al Venezuela una piena cooperazione nel campo del nucleare civile se Caracas volesse sviluppare un proprio programma. Ufficialmente, Algeria, Brasile, Libia, Sudafrica hanno abbandonato ogni programma nucleare segreto; sono tuttavia Paesi che, disponendo del necessario background tecnologico, sono in grado di riprenderlo, come diversi Stati occidentali che hanno seguito lo stesso percorso.

Carlo Remeny


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