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Venti secoli di
cristianesimo hanno dato attraverso l’arte un volto a Cristo e ai suoi
santi. Allo storico dell’arte monsignor Timothy Verdon, di cui è
appena uscito L’arte cristiana in Italia (II volume
"Rinascimento", edizioni San Paolo), abbiamo chiesto come nasce il
culto dei santi nell’arte.
«Nel cristianesimo, fondato su Cristo, "immagine del
Dio invisibile" (Colossesi 1,15), si realizza l’anelito dello spirito
umano di vedere incarnata in una persona le verità di fede in cui si crede.
In Cristo noi vediamo il volto di Dio: "Chi ha visto me ha visto il
Padre". Come noi vediamo Dio in Cristo, così possiamo vedere Cristo in
coloro che si sono lasciati conformare a lui: i santi». «Sin dai primi secoli i cristiani desideravano avere
davanti agli occhi l’immagine di Cristo e dei suoi santi. Nei Musei
vaticani troviamo immagini di santi dipinte nei fondi di bicchiere. Un uso
che viene dal mondo pagano dove il pasto era sacro e anche la cura degli
oggetti significava una comunione fraterna. Gli ateniesi, come racconta
Platone, facevano dipingere nei fondi dei bicchieri l’immagine della
persona amata. Anche nei recipienti usati dai primi cristiani troviamo
immagini di santi, che spesso venivano poi ritagliate e applicate al loculo
di sepoltura delle catacombe».
«Sì, alla domanda: "chi sono io" l’arte risponde: qualcuno che si rispecchia in un volto, che a sua volta si rispecchia in quello di Cristo. E il santo è una persona che si è lasciata configurare a Cristo».
«Bisogna distinguere tra cristianità orientale e occidentale. In oriente, Cristo e il santo sono rappresentati unicamente nella loro condizione gloriosa, quindi nella fissità delle icone. La Chiesa latina d’occidente, invece, non si riconosce in un unico stile artistico ma, piuttosto, ha accolto quelli dei vari periodi storici in cui si è trovata a vivere. L’evoluzione dell’iconografia occidentale dei santi corrisponde così alle varie epoche e sensibilità. Nella cristianità primitiva troviamo figure anonime e ieratiche. Con l’evolversi della nuova spiritualità di san Bernardo di Chiaravalle, di san Francesco d’Assisi e degli ordini mendicanti, il santo torna a essere un uomo che pienamente soffre e gioisce. Nel Rinascimento, poi, con la riscoperta dell’antichità, il santo comincia ad abitare un corpo "classicamente" perfetto, inserito in uno spazio prospettico credibile che vuole essere l’estensione del nostro spazio fisico verso la dimensione dell’eternità. Nel Rinascimento, l’occidente ha così sposato nell’iconografia dei santi realismo e idealità».
«Il passo successivo è una sorta di aberrante esagerazione: santi "impossibilmente belli" in Raffaello, santi "impossibilmente eroici" in Michelangelo. Nell’arte barocca, poi, questa "impossibilità" diventa il linguaggio universale dell’arte: non c’è chiesa in cui l’intero soffitto non sia occupato da uno stuolo di questi personaggi aerei e non più credibili perché, appunto, "troppo" belli, "troppo" grandi, "troppo" muscolosi, "troppo" ideali e idealizzati. Non più credibili così come alla fine del Medioevo rischiavano di diventarlo i santi gotici, che sembravano appena usciti da una fiaba».
«Come l’arte della fine del Medioevo è stata salvata dal realismo del Rinascimento, così il barocco è stato salvato dal nuovo realismo dell’Ottocento, che può anche non piacere oggi, ma aderisce ai nuovi modelli di santità delle congregazioni e all’impegno dei santi nel sociale: un realismo che rappresenta comunque lo sforzo di tornare a una visione di santità più concreta e quotidiana».
«Non ci sono nuove tendenze: preferiamo l’immagine
paleocristiana o quella iconica, perché in una cultura così profondamente
secolarizzata ci è diventato difficile cogliere l’equilibrio tra
idealismo e realismo, tra il meraviglioso del barocco e il sentimentalismo
un po’ zuccheroso dell’Ottocento. Come la nostra società ha difficoltà
a concepire l’essere umano in termini spirituali, così l’arte riesce
tuttalpiù a sottolineare le dimensioni psicologica, sociologica, politica.
Bisogna riprendere familiarità con l’arte passata, non per imitarla ma
per ripartire da lì verso il nuovo».
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