Le riviste di moda le
hanno dedicato fior di copertine, lanciandola come la nuova star di
Hollywood. Eppure Anne Hathaway, 24 anni, un metro e 80 (coi tacchi), molto
bella, due gambe lunghissime e occhioni da cerbiatta, alla recente Mostra
del cinema di Venezia è stata stracciata dallo charme di una signora di 57
anni. Certo, lei è giunta in laguna preceduta solo dalla notorietà per una
serie televisiva di stampo giovanile (Get Real) e per una particina
in Brokeback Mountain, mentre l’altra può vantare due Oscar (per Kramer
contro Kramer e La scelta di Sophie), più altre 11 nomination,
collezionate in trent’anni di carriera all’insegna di ruoli di qualità.
Ma non è stata solo la fama a fare la differenza. Il
fatto è che Meryl Streep, attrice sublime e donna di spirito
(nonché moglie dello scultore Don Gummer e mamma di quattro figlie femmine
e un maschio), ogni volta che la si incontra sfoggia arguzia e innata
eleganza. Con lei nessuno la spunta. Perfino quando si parla di moda, come
nel caso del film di David Frankel Il diavolo veste Prada (ispirato
all’omonimo romanzo di Lauren Weisberger e adesso nelle sale italiane). Un
mondo contro il quale la Streep punta il dito.
«Non mi interessa ciò che è trendy. E non vado
alle sfilate. Però mi incuriosisce lo stile di una persona, il modo in cui
la gente si presenta. È una cosa che ho notato fin da quando ero al college»,
puntualizza la bionda Meryl, vestita con un abito in voile a fantasia
scozzese: verde muschio, beige e nero. «Il carattere si rivela attraverso
il modo in cui vestiamo il nostro corpo. Sul piano personale, comunque, m’importa
pochissimo della moda. Una mia eventuale biografia potrebbe intitolarsi Il
diavolo veste di stracci. Ma fare questo film è stato divertente».
- In effetti, il mondo delle griffe è nell’immaginario
di ogni donna. In fondo, pure nei sogni degli uomini...
«I mass media però esagerano nell’imporre certi
stereotipi, come quello delle modelle anoressiche. Lo posso ben dire io, che
ho il mio bel daffare per tenere a freno quattro figlie. Ciò che stanno
facendo Tv e pubblicità, col loro quotidiano bombardamento di immagini
patinate, è la cosa in assoluto più pericolosa per il fragile equilibrio
delle adolescenti».
- Con una commedia brillante, com’è questa, si possono
lanciare messaggi?
«Certo. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui ho
accettato di fare il film. Alla fine, l’ingenua e volenterosa Andy trova
la forza per piantare in asso il mio dispotico personaggio, che pure
potrebbe introdurla nell’empireo della moda. Lo fa per difendere la sua
identità e la sua vita affettiva. In realtà, non sempre accade. Ma è bene
che qualcuno sollevi la questione morale».
La pellicola, comunque, arriva all’edificante epilogo
dopo una sfolgorante gimcana nell’universo della haute couture.
Modelle, sfilate, borse, gioielli, accessori: tutto ciò che una donna deve
imparare a desiderare passa al vaglio di Miranda Priestly, tirannica
direttrice di Runway (testata immaginaria ispirata al mitico Vogue
America). E il mondo delle griffe, con le sue cose apparentemente futili
e le sue regole ferree, può essere feroce.
Lo imparerà a sue spese Andy, giovane e bella aspirante
giornalista, finita a fare l’assistente della direttrice più temuta di
New York. Una girandola di situazioni, luoghi alla moda, abiti da sogno,
facce famose (su tutte Valentino e la modella Gisle Bundchen, che si
concedono un cammeo) per dare piano piano spessore al gioco a quattro tra la
dispotica Miranda (una Meryl Streep straordinaria), la spaesata Andy (Anne
Hathaway), l’altra segretaria di redazione Emily (la brava Emily Blunt) e
l’art-director Nigel (Stanley Tucci, strepitoso nella caratterizzazione
del personaggio senza scadere nella solita macchietta gay). Una sfida ora a
colpi di fioretto ora di mazzate a tradimento. Dai dialoghi fulminanti.
- Signora Streep, la sua Miranda si ispira ad Anna
Wintour, mitica e luciferina direttrice di Vogue America. Come si
è preparata?
«Oh, lei non c’entra ma è venuta alla prima del film:
è stata gentile... In realtà, nella vita ci sono tipi così, che sanno
quello che vogliono e lo dicono chiaro. Solo che, se sono uomini, tutti
ammirano il loro piglio manageriale. Se invece si tratta di donne, ecco
fiorire le chiacchiere taglienti, i giudizi sibilati a fior di labbra. Mi
sono preparata rubando qua e là dagli uomini importanti che conosco e poi
mettendo loro la gonna. Come tutti gli ambienti che vivono di affari e
competizione, l’universo della moda può essere terribile. Ma quello del
giornalismo di moda può esserlo anche di più. Mi sono impegnata tantissimo
affinché Miranda risultasse credibile, per non farne soltanto un
personaggio negativo, ma un essere umano».
- Al successo Miranda sacrifica la vita privata: il
rapporto con le due figlie gemelle è pieno di sensi di colpa, il marito
la scarica…
«Io non potrei mai. È importante non perdere il contatto
con la realtà. Al primo posto, per me, ci sono la famiglia e i figli. Pur
avendo scelto un mestiere precario, per quanto meraviglioso, tra un impegno
e l’altro mi concedo lunghe pause per avere il tempo di stare con i miei
cari. Anzi, confesso che cerco sempre di girare film non troppo lontano da
casa».
- Come mai, dopo aver interpretato per anni personaggi
romantici e ricchi di sensibilità, ora sullo schermo pare essersi
specializzata in ruoli da perfida, come questo o quello della mamma
senatrice in The manchurian candidate?
«La verità è che sono queste le parti che le major offrono
più facilmente a un’attrice della mia età. Evidentemente, il cinema di
oggi vede le donne intelligenti e mature come creature feroci… O forse c’è
qualcosa nella società che non funziona».