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Spettacoli.
di Maurizio Turrioni


CINEMA
"IL DIAVOLO VESTE PRADA", DI DAVID FRANKEL, CON MERYL STREEP


CATTIVERIE IN PASSERELLA

Una donna perfida, che sacrifica tutto al successo. «All’opposto di me», dice l’attrice, «che metto al primo posto la famiglia».

Le riviste di moda le hanno dedicato fior di copertine, lanciandola come la nuova star di Hollywood. Eppure Anne Hathaway, 24 anni, un metro e 80 (coi tacchi), molto bella, due gambe lunghissime e occhioni da cerbiatta, alla recente Mostra del cinema di Venezia è stata stracciata dallo charme di una signora di 57 anni. Certo, lei è giunta in laguna preceduta solo dalla notorietà per una serie televisiva di stampo giovanile (Get Real) e per una particina in Brokeback Mountain, mentre l’altra può vantare due Oscar (per Kramer contro Kramer e La scelta di Sophie), più altre 11 nomination, collezionate in trent’anni di carriera all’insegna di ruoli di qualità.

Ma non è stata solo la fama a fare la differenza. Il fatto è che Meryl Streep, attrice sublime e donna di spirito (nonché moglie dello scultore Don Gummer e mamma di quattro figlie femmine e un maschio), ogni volta che la si incontra sfoggia arguzia e innata eleganza. Con lei nessuno la spunta. Perfino quando si parla di moda, come nel caso del film di David Frankel Il diavolo veste Prada (ispirato all’omonimo romanzo di Lauren Weisberger e adesso nelle sale italiane). Un mondo contro il quale la Streep punta il dito. 

«Non mi interessa ciò che è trendy. E non vado alle sfilate. Però mi incuriosisce lo stile di una persona, il modo in cui la gente si presenta. È una cosa che ho notato fin da quando ero al college», puntualizza la bionda Meryl, vestita con un abito in voile a fantasia scozzese: verde muschio, beige e nero. «Il carattere si rivela attraverso il modo in cui vestiamo il nostro corpo. Sul piano personale, comunque, m’importa pochissimo della moda. Una mia eventuale biografia potrebbe intitolarsi Il diavolo veste di stracci. Ma fare questo film è stato divertente».

  • In effetti, il mondo delle griffe è nell’immaginario di ogni donna. In fondo, pure nei sogni degli uomini...

«I mass media però esagerano nell’imporre certi stereotipi, come quello delle modelle anoressiche. Lo posso ben dire io, che ho il mio bel daffare per tenere a freno quattro figlie. Ciò che stanno facendo Tv e pubblicità, col loro quotidiano bombardamento di immagini patinate, è la cosa in assoluto più pericolosa per il fragile equilibrio delle adolescenti».

  • Con una commedia brillante, com’è questa, si possono lanciare messaggi?

«Certo. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui ho accettato di fare il film. Alla fine, l’ingenua e volenterosa Andy trova la forza per piantare in asso il mio dispotico personaggio, che pure potrebbe introdurla nell’empireo della moda. Lo fa per difendere la sua identità e la sua vita affettiva. In realtà, non sempre accade. Ma è bene che qualcuno sollevi la questione morale».

La pellicola, comunque, arriva all’edificante epilogo dopo una sfolgorante gimcana nell’universo della haute couture. Modelle, sfilate, borse, gioielli, accessori: tutto ciò che una donna deve imparare a desiderare passa al vaglio di Miranda Priestly, tirannica direttrice di Runway (testata immaginaria ispirata al mitico Vogue America). E il mondo delle griffe, con le sue cose apparentemente futili e le sue regole ferree, può essere feroce.

Lo imparerà a sue spese Andy, giovane e bella aspirante giornalista, finita a fare l’assistente della direttrice più temuta di New York. Una girandola di situazioni, luoghi alla moda, abiti da sogno, facce famose (su tutte Valentino e la modella Gisle Bundchen, che si concedono un cammeo) per dare piano piano spessore al gioco a quattro tra la dispotica Miranda (una Meryl Streep straordinaria), la spaesata Andy (Anne Hathaway), l’altra segretaria di redazione Emily (la brava Emily Blunt) e l’art-director Nigel (Stanley Tucci, strepitoso nella caratterizzazione del personaggio senza scadere nella solita macchietta gay). Una sfida ora a colpi di fioretto ora di mazzate a tradimento. Dai dialoghi fulminanti.

  • Signora Streep, la sua Miranda si ispira ad Anna Wintour, mitica e luciferina direttrice di Vogue America. Come si è preparata?

«Oh, lei non c’entra ma è venuta alla prima del film: è stata gentile... In realtà, nella vita ci sono tipi così, che sanno quello che vogliono e lo dicono chiaro. Solo che, se sono uomini, tutti ammirano il loro piglio manageriale. Se invece si tratta di donne, ecco fiorire le chiacchiere taglienti, i giudizi sibilati a fior di labbra. Mi sono preparata rubando qua e là dagli uomini importanti che conosco e poi mettendo loro la gonna. Come tutti gli ambienti che vivono di affari e competizione, l’universo della moda può essere terribile. Ma quello del giornalismo di moda può esserlo anche di più. Mi sono impegnata tantissimo affinché Miranda risultasse credibile, per non farne soltanto un personaggio negativo, ma un essere umano».

  • Al successo Miranda sacrifica la vita privata: il rapporto con le due figlie gemelle è pieno di sensi di colpa, il marito la scarica…

«Io non potrei mai. È importante non perdere il contatto con la realtà. Al primo posto, per me, ci sono la famiglia e i figli. Pur avendo scelto un mestiere precario, per quanto meraviglioso, tra un impegno e l’altro mi concedo lunghe pause per avere il tempo di stare con i miei cari. Anzi, confesso che cerco sempre di girare film non troppo lontano da casa».

  • Come mai, dopo aver interpretato per anni personaggi romantici e ricchi di sensibilità, ora sullo schermo pare essersi specializzata in ruoli da perfida, come questo o quello della mamma senatrice in The manchurian candidate?

«La verità è che sono queste le parti che le major offrono più facilmente a un’attrice della mia età. Evidentemente, il cinema di oggi vede le donne intelligenti e mature come creature feroci… O forse c’è qualcosa nella società che non funziona».

Maurizio Turrioni

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