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Sommario.

 

 
Spettacoli.
di Gigi Vesigna


MUSICA
IL PRIMO CD DELLA FIGLIA DI DE ANDRÉ E DORI GHEZZI


LUVI VUOLE CRESCERE

Io non sono innocente e, dice lei, lo rappresenta. Con quel bisogno di indipendenza tipico dei figli di grandi artisti.

Bella, bionda e dice (quasi) sempre no. Luvi De André, 28 anni, è certamente molto bella, più castanochiara che biondo classico, ma quel "dice (quasi) sempre no" rivela una parte importante di lei. «Non sono facile», spiega, «ho un senso di indipendenza molto forte e "scalcio", spesso ho bisogno di spazi tutti miei».

Dunque, raccontiamola, questa ragazza "nata dalla musica", solare e determinata, spiritosa e costantemente sulla difensiva perché le sue origini sono di quelle che, proprio perché speciali, costituiscono un handicap.

Luvi, ovvero le iniziali delle due nonne Luisa e Vittoria. «Così», scherza, «non c’è stato il problema di chi escludere». È nata in Sardegna e vive sulle colline di Chiavari. La guardo e penso che sono qui con lei a parlare del suo primo disco, mentre tanti anni fa la tenevo sulle ginocchia perché era la figlia di due miei amici, Dori e Fabrizio, che in quel periodo vivevano un’esperienza drammatica, il sequestro in Sardegna, e quasi ogni giorno andavo a passare un po’ di tempo con i nonni in ansia e giocavo con lei, acqua cheta e dinamite, a seconda di come le girava. «È vero», conferma, «di me si tramandano queste cronache e non sono cambiata».

Il primo disco si intitola Io non sono innocente e Luvi si destreggia proponendo una gamma di timbri di voce che ti lasciano sconcertato.

  • Perché questo titolo?

«Perché mi rappresenta. Io non sono innocente è una dichiarazione ipocrita. Sottolinea la difficoltà nel cambiare una vita che non ci piace. Ecco quindi l’urlo liberatorio, la consapevolezza del verso: "sono un uomo che si nasconde"». Queste note appartengono proprio a Luvi che, spiega, per chi avesse dei dubbi, l’uomo che si nasconde è il genere umano.

Io non sono innocente è un disco di passione: «È strano», commenta lei, «i testi non sono miei, ma mi descrivono a fondo. Sono una specie di specchio che riflette la strada che sto compiendo. È come se io, Pietro, Claudio e Fabrizio ci fossimo trovati, tutti nello stesso momento a provare le medesime cose».

Foto New Media Division Universal Music Italy.
Foto New Media Division Universal Music Italy.

Fabrizio Barale è quello di Yo yo mundi, mentre Pietro Cantarelli e Claudio Fossati sono i produttori, gli arrangiatori e i musicisti degli ultimi dischi e concerti di Ivano Fossati. Ma c’è di più: Claudio Fossati, figlio di Ivano, è anche il compagno di vita di Luvi.

  • Hai deciso cosa farai "da grande"?

«Non so bene, ma ho voglia di realizzare qualcosa».

  • A metter su famiglia non ci pensi?

«Sì, ma quando sarà il momento». 

Mi sono ripromesso, prima di incontrarla, di non usare mai il termine "figlia d’arte", ma certo che adesso l’incrocio De André-Dori Grezzi, Ivano e Lillo (è il nomignolo che Luvi dà a Claudio) complica notevolmente le cose.

Mi limito, dunque, a una microbiografia: Luvi esordice ufficialmente nel 1996 come corista nel disco Anime salve di Fabrizio, tra il ’97 e il ’98 partecipa al tour "Mi innamoravo di tutto" e canta come solista nel brano Geordie. Nel 2000 partecipa all’album La disciplina della terra di Ivano Fossati, con cui duetta nel brano La rondine; nel 2001 partecipa come corista all’album Scaramante di Cristiano De André e il 12 marzo 2003 canta Rimini, durante il concerto "Faber... amico fragile" al Teatro Carlo Felice di Genova. Ma già nel 1995 aveva inciso per la colonna sonora dell’omonimo film di Michelangelo Antonioni la canzone Al di là delle nuvole, che è compresa tra i 12 inediti del suo album. Quello di Antonioni era un film a episodi, figlio del più classico tema del regista, la difficoltà di comunicare.

  • Ma tu sai comunicare?

«Sono timida, non amo le interviste, le luci del palco mi mettono a disagio; del resto, per anni ho preferito fermarmi e aspettare, valutando anche alternative, nel mio caso, meno scontate».

Ma poi c’è stata musica, com’era nel suo passato, come sarà nel suo futuro, che ufficialmente comincia oggi con le straordinarie incertezze, gli inusuali pudori che, di solito, non appartengono a un artista nemmeno quando comincia a vagire.

Delle canzoni preferisco Lentamente, dove la voce è dolce, quasi sommessa ma poi, inesorabile, perentoria, diventa padrona della scena. C’è un verso, nella parte "dolce" che dice: «Lentamente mi sveglio e appoggio i piedi su questo giorno che presto se ne andrà per mano a una stella». Complimenti al gruppo!

Per raccontare il disco lascio la parola a Luvi: «In Il disegno c’è l’immagine poetica di come un bambino, attraverso i suoi primi disegni, inizia a colorare cose belle, ma poi arriva il momento in cui la vita cancella quei disegni, distruggendo anche le nostre illusioni infantili. Fiore femmina è il transfert del fiore nell’universo femminile, rappresenta quei momenti di incomprensione con l’altro sesso che ti fanno andare in bestia, ma questa differenza mi piace molto, la trovo stimolante e persino divertente. Del resto, io cerco sempre di mediare e di trovare un punto d’incontro».

«Poi», continua Luvi, «c’è Ismahel, che è il personaggio di Moby Dick, il capolavoro di Melville, che vede la guerra privata, ma che coinvolge anche la ciurma, tra il capitano Achab e la balena bianca, Moby Dick, appunto. Ismahel è quello che nel libro, unico superstite, racconta la storia dell’ossessione di Achab per Moby Dick, che non è altro che la parte più oscura di noi, che ogni tanto emerge, come la balena».

Luvi ha letto il libro ma non ha mai visto il film, così le racconto che nella straordinaria trasposizione del romanzo diretta da John Huston Ismahel era interpretato da Richard Basheart, che ha lavorato parecchio in Italia (con Fellini ha girato Il bidone nel 1955) e ha sposato Valentina Cortese.

A parlare delle altre canzoni mi sembra di fare un dispetto, del tipo raccontare come va a finire un film o un romanzo. Questo è solo l’inizio: di strada davanti Luvi ne ha parecchia e credo che intenda percorrerla sino in fondo, confortata dal ricordo della geniale, disordinata determinazione del padre e dalla volontà di ferro della mamma.

  • Concedimi uno sconfinamento nel tuo privato: vedi spesso la mamma?

«Sì, quando vengo a Milano abito da lei e lei, le rare volte che ha voglia di rilassarsi, visto che è sempre in moto, viene da me. Le sono molto legata e mi ricordo che quando lei andava a lavorare lontano facevo dei pianti disperati. E non posso dimenticare che mi ha dedicato quella canzone dolcissima che si intitola Mamma Do Dori».

  • E un ricordo di papà me lo regali?

«Quando abbiamo cominciato a conoscerci di più, nel senso che, diventando adulta, potevo parlare anche di cose "da grandi", un giorno mi chiese un parere di cui, giuro, non mi ricordo l’argomento. Lui mi ascoltò, si voltò verso di me e mi disse: "Luvi, sai, mi piaci…". Era davvero un grande».

Gigi Vesigna

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