Viaggiatori leggeri.
Innamorati della lentezza, del ritmo, del silenzio. Distaccati dalle
comodità, pronti al sacrificio, allegri per le amicizie e l’incanto della
natura lungo la via. Inventori di canzoni, appassionati di leggende e
tradizioni. Non semplici viandanti, ma pellegrini alla scoperta di sé
stessi e dell’identità spirituale. Ha scritto Goethe: «L’Europa è
nata pellegrinando e la sua lingua è il cristianesimo».
Colpisce la rinascita del pellegrinaggio in epoca di
turismo frenetico. Le strade dell’anima, abbandonate per secoli, sono di
nuovo vive. La più frequentata resta il Cammino di Santiago, dai Pirenei a
Santiago de Compostela, dove c’è la tomba dell’apostolo Giacomo. La
novità è la Via Francigena, la più nota tra le grandi arterie europee,
poi inselvatichita nell’abbandono. Il primo tratto fu aperto nel 990 da
Sigerio, arcivescovo di Canterbury, al suo ritorno dalla tomba di san
Pietro. Si stende per 1.920 km, da Canterbury attraverso la Francia fino a
Roma. Recuperata nel vecchio percorso, tra i lastroni delle vie romane,
viottoli di campagna, strade asfaltate, vede il passaggio dei moderni
"romei".
Alcuni sono noti e ne parlano le cronache. Il giornalista
Eric Sylvers, corrispondente dall’Italia del New York Times, ha
già percorso il tratto dalla Toscana al Lazio rigorosamente a piedi, e si
è fermato a Viterbo per raccontarlo ai suoi lettori. Edward Condry, pastore
anglicano di Canterbury, guiderà una trentina di ciclisti, dai 16 ai 46
anni, giù per la Francigena. Contano di arrivare a Roma in agosto, e l’impresa
è così ardua che in aprile già ne parlava Newsweek. Ha detto il
reverendo Condry: «Per alcuni di noi è una sfida religiosa, per altri solo
turistica. Ma alla fine ci sarà per tutti un risveglio spirituale».
Il terzo "romeo" è Francesco Rutelli, ministro
dei Beni culturali. Il 25 maggio pure lui ha
percorso la Francigena a piedi, anche se soltanto per i due chilometri
iniziali. Un pellegrinaggio virtuale, però serviva per presentare a Londra
l’interesse del nostro Governo al recupero del tratto italiano, 930 km dal
Gran San Bernardo a Roma. Alla rinascita partecipano i Beni culturali, la
Fondazione Civita di Gianfranco Imperatori, l’Opera romana pellegrinaggi
di monsignor Liberio Andreatta, la Confraternita dei romei presieduta da
Piero Amighetti, le Regioni attraversate dalla "strada buona", il
"vero cammino dritto", come la Francigena era chiamata.
Sono belli i segni del pellegrino. La bisaccia, che
rappresenta la carità da ricevere e da offrire, oggi un semplice tascapane,
uno zainetto. Il bordone, un bastone per appoggiare il passo ma anche
simbolo del sostegno divino. La credenziale, un documento di viaggio
per l’ospitalità negli ostelli. Il ciondolo, una conchiglia per
chi va sul Cammino di Santiago, le chiavi di Pietro per chi va a Roma.
Vorrei affrontare un pezzetto di Francigena, un po’ più
della modesta camminata di Rutelli, ma assai meno della faticaccia del
giornalista americano. Amo anch’io il viaggiare leggero, mi piacciono la
lentezza, il silenzio, mi rallegrano le amicizie per la via, mi incanta la
natura. Ma mi spaventano i piedi doloranti, la precarietà degli alloggi, la
fatica del lungo andare. «Quale fatica?», mi incoraggia Massimiliano
Vinci, vicepresidente della Confraternita dei romei: «La fatica sta solo
nella mente». Cerco altre opinioni da chi ha già fatto un pellegrinaggio.
A piedi, si capisce.