Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Colloqui col padre.
di D.A.


L’ERRORE DI IDEALIZZARE IL PASSATO E CARICARE DI VALORI NEGATIVI LA SOCIETÀ D’OGGI

POVERI, MA FELICI.
È SEMPRE VERO?


Felicità e infelicità seguono percorsi misteriosi, non sempre direttamente collegati al denaro. Oggi, in tutto, abbiamo grandi opportunità che per i nostri nonni erano un sogno.

Caro padre, vorrei riferirmi alla lettera di Mariateresa, pubblicata su Famiglia Cristiana n. 8/2007. Anche i miei genitori hanno dovuto faticare e sacrificarsi per far crescere me e i miei fratelli; anche mio padre andava al lavoro in bicicletta, sfidando i rigori dell’inverno, mentre mia madre sgobbava a casa. Entrambi facevano i salti mortali per far quadrare il bilancio, ma il dieci del mese i soldi finivano lo stesso.

Da piccola ne ero inconsapevole, il cibo non mancava, ma i vestiti spesso ci venivano regalati da parenti benestanti. Una volta cresciuta, però, quante volte mi sono accorta del pianto di mia madre e dello scoramento di mio padre di fronte alle difficoltà economiche, ai conti da pagare, ai soldi da restituire a chi ce li aveva prestati! Nonostante tutto, non ho dovuto lavorare per permettere ai miei fratelli di studiare. Ho studiato anch’io, sono diventata maestra e insegno da 36 anni.

Ora vengo al punto: chi ha stabilito che si debba necessariamente trascorrere una vita di sacrifici e di rinunce, che sia meglio avere molti figli per essere felici, che solo le donne che scelgono di non lavorare per dedicarsi alla famiglia siano assennate e altruiste, le sole capaci di essere brave mogli e madri? Io, come tante altre donne, ho sempre lavorato, ma ho trovato il tempo da dedicare alle mie due figlie e alla casa, cercando di dare loro, oltre al necessario, anche un po’ di "superfluo" (che, comunque, non è mai stato l’obiettivo principale). Perché è così difficile capire che il passato non c’è più, assieme a un certo tipo di società e di mentalità?

Dobbiamo confrontarci col mondo d’oggi, con la società in cui viviamo e con quello che essa produce. Le famiglie d’oggi con un solo figlio, con entrambi i genitori che lavorano, non sono schiave del consumismo. In realtà, sono spesso travolte e schiacciate dalle bollette, dall’Ici, dal mutuo o dagli affitti esosi e dalle irrinunciabili spese per la semplice sopravvivenza.

È sulla realtà attuale che dobbiamo concentrarci, non è incolpando questo e quello che risolveremo i problemi della denatalità. O, peggio ancora, raccontandoci storie, più o meno edulcorate, su quanto eravamo felici un tempo!

Ci ricordiamo delle donne stremate dalle tante gravidanze, del lavoro durissimo nei campi e nelle fabbriche, dei bambini a casa da soli o affidati ai fratelli maggiori, degli aborti clandestini, dei neonati abbandonati, della malnutrizione, delle condizioni sociali ingiuste, dell’analfabetismo, del lavoro minorile? In quella bella società del passato, di figli se ne facevano a dozzine!

Smettiamola di dire continuamente che le colpe della società odierna si annidano nell’egoismo dei giovani, nei pochi figli, nel consumismo; finiamola di lodare i tempi andati e diamo il nostro contributo nell’educazione, nella scuola, nella Chiesa, per permettere ai giovani di avere ancora fiducia nel futuro e tornare a investire nei figli, nonostante una società difficile come la nostra; aiutiamo e non critichiamo, costruiamo e non distruggiamo, diamoci degli obiettivi da raggiungere e su cui lavorare.

Solo così le cicogne torneranno a volare in Italia, portando almeno due fagottini. E, forse, anche tre!

Paola
   

La lettera di Paola si legge volentieri. È scritta bene (si sente che, come maestra, è di mestiere con la penna); è attraversata da una vena polemica, senza essere negativa. Non se la prende con qualcuno in particolare, ma con un modo di leggere la realtà che alla fine la falsa. Consiste nel mettere tutti in fila certi birilli – i genitori di oggi, i giovani, l’organizzazione sociale della nostra vita, le scelte e i valori del nostro tempo – e farli cadere tutti con un colpo solo, come al bowling. Per poi affermare che, di fronte a tutte queste nullità, una volta sì c’erano i valori e le persone sapevano stare saldamente in piedi, malgrado i tempi duri e le avversità. Sono queste ricostruzioni fasulle che irritano la nostra lettrice. Si può essere certi che tanti condivideranno la sua insofferenza per questi schematismi.

La realtà era diversa. La sopravvivenza stessa era più affidata alla sorte che alle virtù delle persone. In una magnifica ricostruzione di come si svolgeva la vita delle persone in un paesino della provincia bergamasca fin verso la metà del secolo scorso, la storica Chiara Frugoni ha raccolto le testimonianze di chi quell’epoca l’ha vissuta in prima persona. Ha intitolato il libro Da stelle a stelle (Laterza), perché il lavoro si svolgeva dalle prime stelle del mattino fino alle stelle della sera. La condizione di povertà era la sorte dei più (per non dire dell’altissima mortalità dei bambini). Poveri ma felici? Non si può proprio dire! In ogni caso, felicità e infelicità seguono percorsi misteriosi, non direttamente collegati al denaro.

Un discorso analogo possiamo fare per quanto riguarda la virtù. La povertà non rende automaticamente più virtuosi. La lotta per la sopravvivenza può, al contrario, indurire il cuore; oppure indirizzare la propria attenzione morale solo all’interesse dei propri cari, distogliendo lo sguardo dalle necessità altrui.

Non a caso quell’atteggiamento mentale per il quale è stata coniata la formula di "familismo amorale" (consiste, in pratica, nel dare valore morale positivo solo a quello che risulta nell’interesse della propria cerchia familiare, con alto disdegno del bene della comunità, e se necessario anche delle leggi) ha le sue realizzazioni più vistose proprio nelle aree del sottosviluppo del nostro Paese.

Ci piace l’esortazione di Paola a non idealizzare il passato, sovraccaricando di valori negativi il presente. Abbiamo grandi opportunità, che per i nostri nonni erano un sogno. Soprattutto alcune categorie, come le donne e i bambini, sui quali cadevano gli svantaggi di una società iniqua, oggi sono più tutelate. La vita che ci piace che si diffonda non è quella puramente biologica, quando il riprodursi non nasce dalla speranza ma dalla sottomissione al solo istinto, senza il filtro della volontà e della responsabilità. Senza questo "di più" di natura spirituale, il moltiplicarsi degli esseri umani non è il frutto di una scelta matura e responsabile.

D.A.

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