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Attualità.
di Fulvio Scaglione
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LIBANO
I COMBATTIMENTI NEL CAMPO PALESTINESE DI NAH AL BERID


PROFUGHI DUE VOLTE

La battaglia a Beirut tra l’esercito libanese, sostenuto dagli Usa, e Fatah al Islam penalizza la popolazione. Con i rifugiati che da un campo fuggono nell’altro.

Beirut

«Non è più tempo di parole, ora servono i fatti», dice Kassem Aina mentre il suo vice Abdullah gli chiede una firma, una donna lo tira per la manica, il telefonino suona, e lui comunque schiva le pallonate dei ragazzi che giocano anche da profughi, aggira le auto parcheggiate ovunque e tira su occhiali che sembrano avere vita propria. Poche volte ho sentito parole che, volendo essere decise, suonassero così disperate.

Una famiglia di profughi palestinesi fuggiti da Nah al Berid all'altro campo di Beddawi.
Una famiglia di profughi palestinesi fuggiti da Nah al Berid
all’altro campo di Beddawi.

Kassem è il direttore di Beit Atfal Assomud, Ong palestinese che lui stesso contribuì a fondare nel 1976 dopo il massacro di Tall al Zatar. E sa che i fatti sono questi: da Nah al Berid, 35.000 abitanti, il campo diventato terreno di scontro tra i terroristi di Fatah al Islam e l’esercito del Libano, i fuggiaschi si riversano sull’altro campo di Beddawi, che da 15.000 abitanti è passato in una settimana al doppio. Manca tutto; gli aiuti arrivano quasi solo da altre Ong (Assomud è sostenuta anche dall’italiana "Un ponte per…" nel finanziamento di progetti medici e di formazione al lavoro) e quel che resta sono soprattutto parole. Mentre all’aeroporto di Beirut atterrano i velivoli militari Usa che portano soccorsi, sì, ma in armi e munizioni per l’esercito libanese.

L'ingresso del campo di Nah al Berid, dove si è asserragliato Fatah al Islam.
L’ingresso del campo di Nah al Berid, dove si è asserragliato Fatah al Islam.

Le due cose (quello che manca, quello che arriva) stanno insieme non per polemica ma perché, come sempre con i palestinesi, l’emergenza umanitaria è ingoiata dall’emergenza politica. Che nel caso della battaglia di Nah al Berid è così acuta ed evidente da travolgere ogni altra considerazione. Degli armigeri di Fatah al Islam è stato detto tutto e il contrario di tutto (le parole), ma pochi ne sanno qualcosa di preciso.

Un blindato dell'esercito libanese nella città di Tripoli.
Un blindato dell’esercito libanese nella città di Tripoli.

Prima la rapina in banca, a Tripoli. Poi, per coprire la fuga dei rapinatori, una serie di azioni militari in città; infine, la ritirata e l’assedio nel campo profughi (i fatti). E qui una prima considerazione: Nah al Berid, Beddawi (come anche Sabra e Chatila a Beirut) non sono mai stati davvero "campi". Piuttosto, piccole città o grandi quartieri. Dove tutti si conoscono e dove, infatti, quelli di Fatah al Islam non erano passati inosservati. «Li vedevamo per strada», dice Tharwat ninnando la figlioletta Nur, «sempre in coppia, diffidenti, attenti a guardarsi intorno. Non erano benvoluti e lo sapevano, abitavano tutti in poche strade lungo il mare». Da dove, forse, era più facile ricevere armi e quattrini.

I segni della battaglia sui palazzi in una via della capitale libanese.
I segni della battaglia sui palazzi in una via della capitale libanese.

I valori e le farneticazioni

Tharwat vuol dire "la ricca", adesso andrebbe meglio "la serena": è scappata da Nah al Berid, vive a Beddawi nella casa di uno zio con il marito e i quattro figli e aspetta con ammirevole calma che la crisi si risolva. Aveva quattro mesi nel 1976, quando suo padre fu ucciso a Tall al Zatar. Allora fu raccolta e salvata proprio da Assomud per cui, diventata adulta, ha poi lavorato nei programmi di assistenza ai bambini.

Profughi palestinesi che hanno trovato riparo nel campo di Beddawi.
Profughi palestinesi che hanno trovato riparo nel campo di Beddawi.

Quel nucleo di "società civile" che lotta per affermarsi tra i profughi palestinesi (quasi 700.000 in Libano, sparsi in 12 campi) va tenuta in conto per ragionare, per contrasto, su quelli di Fatah. Kassem, per esempio: laureato a 19 anni, poi nel dipartimento dell’Assistenza sociale dell’Olp, abbandonato nel 1976 per fondare Beit Atfal Assomud, che tra Nah al Berid e Beddawi oggi mantiene 218 orfani e un asilo con 75 bambini, due centri per l’avviamento professionale (200 futuri muratori e altrettante future infermiere, i mestieri più accessibili ai palestinesi che non possono avere la cittadinanza libanese), una clinica dentistica per l’infanzia che cura 1.000 bambini l’anno. «Sono musulmano, certo», dice Kassem, «ma questo è un dato del cuore, non della carta d’identità. Quelli di Fatah che cos’hanno a che fare con tutto questo? Io, poi, non sono d’accordo nemmeno con l’impostazione educativa di Hamas… Ai giovani cerchiamo d’insegnare che ci sono valori importanti in tutte le religioni, in tutti i popoli, altro che queste farneticazioni».

La palazzina di Tripoli dove sono iniziati gli scontri.
La palazzina di Tripoli dove sono iniziati gli scontri.

Hussam, palestinese di Sabra con parenti a Nah al Berid, esprime lo stesso concetto in modo diverso: «Palestinesi? Come si fa a dire che quelli di Fatah sono palestinesi se tra i morti hanno trovato siriani, yemeniti, sauditi, egiziani, di tutto?». Hussam ci ha scortati sul suo scassatissimo pulmino da Tripoli a Nah al Berid e la sua origine ha attirato le attenzioni di ogni posto di blocco sulla strada. Palestinese? Perquisizione, documenti, ispezione dell’auto, servizio completo. Cinque o sei all’andata, cinque o sei al ritorno. Unico punto libero: l’ingresso del campo, dove i palazzi sono crivellati dai colpi, e per giorni esercito e guerriglieri si sono scambiati raffiche (i fatti), mentre a Beirut il Governo Siniora e i leader palestinesi trattavano per risolvere la crisi (le parole).

Truppe libanesi a Tripoli.
Truppe libanesi a Tripoli.

I soldati avanzano a fatica, si spara tra case ancora abitate, il che favorisce gli assediati. Ma una cosa è certa: intorno all’esercito libanese si è formata un’inedita solidarietà. Dagli sciiti di Hezbollah ai cristiani delle Forze libanesi, tutti fanno il tifo perché Fatah sia spazzato via, con il retropensiero che al Libano la presenza palestinese continua a portare guai e una bella lezione non ci starebbe male. L’esercito ora ha bisogno di una vittoria, ma l’ultima volta che ha fatto la voce grossa con i palestinesi sono cominciati vent’anni di guerra civile, quindi...

Tharwat, profuga di Nah al Berid, con la figlia Nur nella sede della Ong palestinese Assomud.
Tharwat, profuga di Nah al Berid, con la figlia Nur
nella sede della Ong palestinese Assomud.

Ai ragionamenti di Kassem e ai dubbi di Hussam danno corpo politico due domande: come ha potuto Fatah al Islam incistarsi tra i profughi? E per conto di chi? Ben pochi, qui, credono alla vulgata che circola in Europa, e cioè che sia stata la solita Siria a innescare la provocazione. «Che interesse avrebbe Damasco a destabilizzare il Libano», dice Najib Iskander, analista politico tra i più noti, «proprio ora che l’Irak le fornisce grande spazio di manovra? No, in ballo c’è una questione molto più complessa: il futuro della presenza Usa in Medio Oriente. In Irak le cose vanno come vanno e qui, l’anno scorso, c’è stato un fatto epocale: Israele, il Paese che nel 1967 aveva sconfitto in sei giorni i Paesi arabi, nel 2006 è stato sconfitto in 33 giorni dal solo Hezbollah».

Un'ambulanza in soccorso ai feriti.
Un’ambulanza in soccorso ai feriti.

Al soldo dell’Arabia Saudita

«Anche in questa crisi, con gli aiuti militari all’esercito, gli Usa mostrano di voler sostenere non il Libano ma il Governo Siniora, che ha il preciso compito di opporsi a Hezbollah e limitarne l’influenza». È un’analisi (Iskander, tra l’altro, è cristiano), si può accettarla o no. Ma chi sono, in realtà, i miliziani di Fatah al Islam? «Nuovo è solo il nome, loro sono un prodotto tipico di questi anni», dice ancora Iskander. «Al contrario di quanto si crede, non sono miliziani che si addestrano per andare in Irak ma esperti mercenari, reduci dall’Irak dov’erano andati per combattere gli sciiti. Al soldo dell’Arabia Saudita, che dell’espansionismo sciita, a sua volta finanziato dall’Iran, ha una gran paura».

A Beddawi, intanto, Kassem, Abdullah e gli altri si districano tra bisogni che non possono nemmeno censire: c’è chi chiede sapone per l’igiene, ad altri mancano acqua e pane, pochissimi hanno un tetto. Nel resto del Libano ogni tanto scoppia un’autobomba, Fatah al Islam minaccia attentati nei Paesi vicini, i caccia di Israele sorvolano Nah al Berid e fotografano i movimenti dell’esercito del Libano.

La vita, insomma, continua.

Fulvio Scaglione
   
   

BASSAM, IL REDUCE DELL’ACHILLE LAURO

C’è un pezzetto di storia d’Italia nel campo di Nah al Berid, sotto il nome di Bassam al Ashker, 39 anni, che nel 1985, a 17 anni, partecipò al dirottamento della "Achille Lauro". Arrestato e liberato sulla parola nel 1991, fuggì dall’Italia e oggi ricompare qui.

Bassam è rimasto nel campo per aiutare i civili e dice: «Non ho nulla a che fare con questi fanatici di Fatah al Islam. Se avessero preso le armi contro Israele sarei stato il primo a unirmi a loro, ma le loro azioni colpiscono solo i civili palestinesi». Posizione in linea con il suo curriculum, visto che Bassam, dopo essere fuggito dall’Italia, dice di aver speso 14 anni in Irak prima di arrivare in Libano. «Negli ultimi anni ho lavorato all’addestramento dei volontari palestinesi che volevano unirsi alla resistenza irachena», aggiunge, «e ho combattuto a Fallujah e Ramadi».

F.S.


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