Più di trent’anni
come cappellano al Beccaria, il carcere minorile di Milano, lo hanno
forgiato ad affrontare qualunque tipo di delinquenza giovanile, ad ascoltare
il piccolo rapinatore e il pusher di droga come il ragazzo che ha
preso una pistola e ha ucciso.
Don Gino Rigoldi non si stupisce
più di nulla, non ha paura di nessuno di quei ragazzi, li guarda dritto
negli occhi, e li ama uno per uno, così come sono, con i loro sbagli, le
loro incoscienze, le debolezze di adolescenti sbandati e confusi. «Un
ragazzo che ha commesso un omicidio non mi spaventa», osserva, «non mi fa
un grande effetto, dopo tanti anni ne ho viste di cotte e di crude. E, poi,
non sono mai stato minacciato dai ragazzi. Le uniche minacce che ho ricevuto
nella mia vita sono di adulti».
Don Gino non è mai stato un "obbediente", uno
che segue schemi prefissati. Nel suo studio della sede di Comunità Nuova, l’associazione
non profit per il recupero del disagio giovanile che ha fondato a Milano nel
1973, racconta della sua esperienza di educatore, ripercorre anche con un
pizzico di ironia la maturazione della sua vocazione sacerdotale, intorno ai
18 anni.
Tutti possono essere recuperati
«I seminari mi sembravano luoghi così tristi, noiosi.
Poi, a un certo punto, ci sono entrato e ci sono rimasto. Ancora oggi non mi
spiego come ho fatto. Forse perché anche lì dentro riuscivo a ritagliarmi
qualche spazio di libertà».
Dalla sua esperienza di vita in mezzo ai ragazzi del
carcere e della comunità ora è scaturito un libro, Il male minore (Mondadori),
in cui il cappellano del Beccaria analizza con molta semplicità e lucidità
il problema della devianza giovanile. «Il titolo del libro fa riferimento
al gioco di parole sul termine "minore". Ma soprattutto vuole dire
che i ragazzi non sono mai perduti, dietro ogni delinquenza c’è sempre
una speranza. Tutti possono essere recuperati».
Il delitto rimane come un peso
Chi ha ucciso, forse no. Per i giovani assassini,
purtroppo, il discorso è differente: «Un ragazzo che ha commesso un
omicidio, una volta scontata la pena, difficilmente riesce a superare il
senso di colpa, il dolore per il male procurato, a dimenticare, a
riconciliarsi del tutto con sé stesso. Per lui sarà più difficile tornare
a una vita normale. Il delitto gli rimarrà dentro come un peso».
Eppure, sono proprio i ragazzi che si sono macchiati dei
reati più gravi che don Rigoldi prende con più benevolenza in casa sua,
alla Cascina Sant’Alberto di Rozzano, hinterland meridionale di Milano. In
questa ex casa padronale, da tanti anni il prete accoglie mediamente 14-15
ragazzi usciti dal carcere, che rimangono a vivere con lui finché non
trovano una casa e un lavoro e si sistemano per conto loro.
«Sono di diverse nazionalità», spiega don Gino, «al
momento ci sono due italiani, poi tunisini, marocchini, albanesi, e presto
arriveranno due rumeni. Fra gli italiani, io tendo a prendere con me i casi
più difficili, i giovani che hanno commesso un omicidio, perché per loro
il recupero e il reinserimento nella società, dopo l’istituto penale, è
più lento e complicato». Per loro, don Gino è molto di più di un prete,
è un padre.
Comprensivo, ma anche intransigente, perché non è con il
buonismo e la pietà, ma con l’autorevolezza che si conquistano fiducia e
rispetto dei giovani: «Fin da piccolo sono stato abituato a non
classificare le persone come "buone" o "cattive". I
giovani bisogna fissarli negli occhi e trattarli da grandi. Ma io sono anche
uno che si arrabbia molto, i miei ragazzi lo sanno. E quando dico un
"no", lo dico ben forte. La convivenza in casa è serena. Se
vogliono litigare io li lascio fare, perché i conflitti non risolti
logorano, lo scontro aperto è necessario per risolvere i problemi».
In carcere sempre più italiani
Oggi Comunità Nuova è diventata una struttura vasta e
capillare di sostegno e recupero sui fronti delle devianze dei minori, delle
tossicodipendenze, dell’immigrazione, con 80 impiegati assunti, una serie
di servizi residenziali a Milano e fuori e un impegno molto attivo nelle
periferie e nei quartieri più degradati. «Ora lavoriamo tanto con i
giovani sudamericani», spiega don Rigoldi, «e anche con i rumeni,
andandoli a incontrare nei loro luoghi di aggregazione e in quelli della
prostituzione».
Ma la delinquenza giovanile sta cambiando volto: «Anni
fa, il 90 per cento dei detenuti al Beccaria erano stranieri; oggi metà
sono italiani. Ho paura che il lavoro di assistenza e recupero dei giovani
connazionali sarà la grande difficoltà del prossimo futuro. Se per gli
immigrati la criminalità è quasi sempre legata a povertà materiale ed
emarginazione, per gli italiani la delinquenza è legata a una povertà di
valori, è diventata una forma di affermazione di sé, un modo per sentirsi
forti, per riscattarsi dal degrado della periferia».