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Manca meno di un mese
alla fatidica data del 30 giugno, ma la stragrande maggioranza degli 11
milioni di lavoratori non ha ancora deciso che cosa fare del Tfr, il
Trattamento di fine rapporto. A quanto pare non sono le informazioni a
scarseggiare, ma la fiducia nella previdenza integrativa, come segnala un
sondaggio Eurisko realizzato per conto di Assogestioni, la società che
raggruppa i gestori privati del risparmio. Così, 74 lavoratori su cento
devono ancora comunicare la propria scelta. Tra questi, circa la metà
avrebbe intenzione di lasciare il Tfr maturando in azienda, mentre il 22 per
cento opterebbe per un fondo negoziale, il 9 per cento per un piano
individuale pensionistico e l’8 per cento per un fondo aperto. La
scommessa sul futuro del cosiddetto secondo pilastro, la pensione di scorta,
lascia dunque indifferenti gli italiani. Mentre addirittura, il ministro per
la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, ha consigliato la scorsa
settimana di «lasciare il Tfr in azienda».
Attenzione però a non essere così distaccati da rimanere
incastrati nella trappola del silenzio-assenso. Chi non esprime alcuna
scelta, è costretto a versare il suo Tfr maturando al fondo pensione,
mentre tutto quello che è stato accumulato in precedenza rimane nella
disponibilità del lavoratore. Dunque, chi volesse mantenere il Tfr deve
assolutamente dichiararlo per iscritto. Se in futuro si cambia idea si
potrà passare ai fondi pensione in qualsiasi momento. Una decisione a senso unico Al contrario chi sceglie di aderire alla previdenza integrativa non potrà più ripensarci. «È un meccanismo piuttosto discutibile, a senso unico», denuncia Beppe Scienza, docente di Metodi e modelli matematici per la pianificazione economica, che ha appena dato alle stampe La pensione tradita (Fazi editore, 214 pagine, 9,90 euro). Un libro che svela i retroscena di una legge «che sembra fatta apposta per aiutare le società del risparmio gestito», incalza Scienza. Basta leggere il capitolo "Trappole per catturare il Tfr" e scoprire quante insidie ci possono essere in una scelta così importante e definitiva. «Sono stati enfatizzati vantaggi fiscali irrisori: per un lavoratore giovane, con redditi medio-bassi, la convenienza è di appena lo 0,50 per cento all’anno rispetto al fondo. Una differenza così esigua da essere rosicchiata dai costi di gestione e di amministrazione», aggiunge il professore. Su questo terreno, l’informazione non è stata così generosa come quella che spinge per l’adesione ai fondi pensione, con una massiccia campagna pubblicitaria che ha visto impegnati perfino i sindacati. Anche loro interessati? «Sì, perché nei fondi pensione piazzano i loro rappresentanti e di fatto si occupano dell’amministrazione che può costare lo 0,40 per cento all’anno al lavoratore», denuncia Scienza. «Comunque, i sindacati fanno parte del gioco previdenziale, mentre con il Tfr non hanno niente a che spartire». L’informazione, dunque, è importante per decidere a occhi aperti e senza sorprese. Una delle poche iniziative per diffondere una conoscenza meno partigiana sul tema è stata intrapresa dall’assessore al Commercio della Regione Piemonte, Giovanni Caracciolo, che nelle scorse settimane ha organizzato un seminario con la presenza di esperti e docenti universitari, tra cui lo stesso Scienza. In quella sede sono stati analizzati risultati e costi di importanti fondi negoziali come Cometa, il fondo dei metalmeccanici, Fonchim, dei lavoratori chimici e altri. Il Fondo Cometa, per esempio, nel 2005 ha speso 124.578 euro per i compensi dei membri del consiglio di amministrazione, 69.332 euro per viaggi, 200.000 euro per brochure e altro materiale informativo. «Si tratta comunque di un fondo relativamente economico, con lo 0,34 per cento di spese amministrative», fa notare Carlo Crovella, analista finanziario. Fonchim invece ha incassato dai lavoratori due milioni di euro di over performance. Ma, attenzione, se passiamo dai fondi di categoria a quelli privati, cioè fondi aperti o Pip (Piani individuali di previdenza), offerti da banche e compagnie di assicurazione, le spese possono oscillare dall’1,8 al 5,1 per cento. Costi che dovrebbero essere compensati dai possibili maggiori rendimenti del fondo rispetto al Tfr. «Al momento possiamo dire che l’unica certezza è rappresentata dal Tfr», spiega Crovella. «Solo il Tfr garantisce il capitale e il tenore di vita, grazie a un meccanismo di rivalutazione, mentre il fondo pensione rappresenta una scommessa sul futuro dell’economia. Se tutto va bene, si salva il capitale e il rendimento, ma nessuno ha la sfera di vetro per leggere l’avvenire», avverte l’esperto. In effetti, abituarsi all’idea che la pensione integrativa possa dipendere dall’abilità dei gestori e dall’andamento della Borsa è difficile da accettare. «Anche perché», fa notare il professor Scienza, «dal 1962 al 1982 la Borsa, in termini di potere d’acquisto, ha perso il 70 per cento. Va chiarito che il fondo pensione non ha nulla di previdenziale. È solo alla fine, quando si andrà in pensione, che il fondo si trasforma in una rendita previdenziale», chiarisce il professore. «Occorre fissare bene nella mente che nel fondo pensione vigono le regole del mercato finanziario». «Se osserviamo l’andamento della Borsa americana dal 1920 al 2005», aggiunge Crovella, «un tempo molto lungo, notiamo che le perdite compensano i guadagni. Ma nello stesso periodo l’inflazione è stata del 233 per cento». Che cosa accade invece lasciando i propri soldi nel "vecchio" Tfr? «La liquidazione, oltre a garantire il capitale, ha un meccanismo di tutela dall’inflazione che il fondo pensione non prevede», chiarisce Marco Vinciguerra, partner della società Tokos risparmio e previdenza. «Il lavoratore vorrebbe avere abbastanza per vivere dignitosamente, ma il fondo pensione, per la sua natura finanziaria, non può offrire una simile garanzia». Eppure si potevano percorrere altre strade. Perché la legge istitutiva dei fondi pensione non ha recepito altre soluzioni che potevano garantire una previdenza integrativa più sicura? Per esempio, un fondo pubblico presso l’Inps o un fondo personale (investimento "fai da te") che esiste perfino nella liberale Australia? «La domanda me la sono posta anch’io più volte», dice Roberto Burlando, docente di Economia politica all’Università di Torino. «I fondi pensione, con questa formulazione, di fatto favoriscono da un lato le istituzioni finanziarie, che garantiscono ben poco rispetto a quello che si può ottenere con una scelta accurata sui titoli obbligazionari a medio-lungo termine, e dall’altro, almeno per un certo periodo, l’Inps. Di certo ci sarebbero state altre possibilità più flessibili che io personalmente avrei preferito». Anche perché la legge non ha previsto un conflitto d’interesse: «Il datore di lavoro, presente nel fondo, può influenzarne le scelte finanziarie», aggiunge Vinciguerra. «Di fronte ai troppi messaggi pro fondo pensione, forse è meglio prendersi un po’ di tempo per riflettere mantenendo per il momento il Tfr in azienda», consiglia il professor Scienza. «Insospettisce, per esempio, il fatto che nel confronto tra Tfr e fondi si utilizzino gli ultimi anni, che sono di vacche grasse per la Borsa. I confronti vanno fatti su una vita, 20 o 30 anni. E oggi, nessuno è in grado di garantire che, nel lungo periodo, il fondo possa aggiungere quel 10 per cento di integrazione della pensione pubblica sempre più magra».
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